martedì, Maggio 17

Ucraina – Russia: umani che fuggono dalla guerra diventano profughi Mentre risuonano sirene d’allarme e piovono bombe bisogna attivarsi per i profughi. Il piano Ue che si sta delineando ha già in sé un elemento paradossale: daremo i soldi agli stessi Paesi che, quando lo chiedeva l’Italia, si rifiutava di modificare il Trattato di Dublino

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Nell’incerta tragica dimensione spazio-temporale determinata da questa insana quanto comprensibile guerra che insedia le sue armate, che non vuol dire accettarla ma comprenderne motivi e decisioni, strategie ed azioni, i primi ad aver già perso tutto, vita affetti case, sono donne bambini anziani scaraventati nel buio della fuga oltre la propria esistenza quotidiana. Il popolo a qualsiasi latitudine è quello che perde subito tutto diventando in un attimo da cittadini a profughi. Ricordo che da stime recenti si parla di almeno 80 milioni di profughi e rifugiati nel mondo che fuggivano da altre guerre, quelle dimenticate o perché lontane da noi. Tra le diverse conseguenze che un conflitto armato genera l’elemento di fondo è che cambiano di segno coordinate e prospettive, logica e razionalità che in precedenza costituivano il corso d’azione individuale e collettivo. Che si ribaltano in un improvviso afflato che mentre abbraccia le vittime arma i carnefici. Paradossi dell’uomo. L’irrazionale e surreale che una condizione di guerra pone sta nel ribaltamento tra un prima ed un dopo.

Il primo effetto del mortale ricorso alle armi è che tutti cominciano ad armarsi. Con alcune novità di non poco conto che sono il precipitato di un tema per interesse od indifferenza lasciato ad invecchiare negli ultimi decenni. Ovvero il ruolo dell’Europa che fornisce armi all’Ucraina, precedente pericolo che per alcuni è doveroso, ponendosi di fatto nella condizione di essere non più super partes della guerra ma divenire uno degli attori o giocatori, come ho detto nell’articolo sulla Teoria dei Giochi. Lascio ad altri la sottile ipocrita distinzione tra armi “buone”, quelle nostre all’Ucraina e “cattive”, a Putin oggi e ad altre decine di autocrati ieri. Vero, “liberale democratico” Macron che in cambio di commesse miliardarie offre la Legion d’onore a quel pezzo di m… dittatore sanguinario di Al-Sisi? O l’Italia con la sua azienda di punta Leonardo, ex Finmeccanica, dove oggi siede il “compagno” Minniti (!) adesso a molto lauto libro paga, dopo aver siglato tragici e costosi accordi con la Libia fornendogli armi ed addestratori pur di tenersi migliaia di profughi in piccoli campi di concentramento, come detto dalle Nazioni Unite. Lontani da noi. Questi altri, gli ucraini, lo dico con sprezzo del pericolo, dobbiamo improvvisamente sentirli come fratelli. Perché gli altri chi erano, siriani, afghani, curdi, libici e tanti altri? E non ci si copra dietro la foglia di fico dell’essere credenti, perché pure chi è laico o ateo sente i propri simili come fratelli. E potrei continuare. Però poi facciamo le fiaccolate per ricordare Giulio Regeni, Patrick Zaki. Questo non c’entra nulla con la condanna totale a Putin, che non è pazzo (che banalità, ed allora perché con Trump non ha funzionato questo globale attacco dopo il tentativo di colpo di Stato a Washington? Ah già, perché è comunque americano e da noi i democratici sanno scegliere….). Solo non giochiamo a fare sempre i più buoni, quando conviene. Abbiamo già dimenticato gli orribili muri e filo spinato ai confini della Polonia, paese di estremisti di destra, o il servo utile Lukashenko del padrone Putin, che indice un referendum per far dire ai suoi abitanti ciò che ha deciso il padrone, testate nucleari in Bielorussia?

In queste ore siamo nel tempo sospeso carico di bombe tragedie e tentativi di dialogo tra Ucraina e Russia con l’incontro tra le due delegazioni nel mattino del 28 febbraio in riva al fiume Pripyat, nella città di Gomel, vicina alla centrale atomica del drammatico disastro di Chernobyl al confine con la Bielorussia. Con gli ucraini che hanno chiesto un cessate il fuoco immediato ed il ritiro delle truppe russe. Forse ci sarebbe un barlume di volontà comune di “raggiungere un accordo, ma deve essere nell’interesse di entrambe le parti” come affermato il russo Vladimir Medinski, uno dei più importanti consiglieri del Cremlino. Vantaggio per entrambi, come vuole la Teoria dei Giochi. Mentre arriva la notizia di una telefonata del Presidente Macron con Putin che avrebbe manifestato le sue richieste di unaUcraina smilitarizzata ed il riconoscimento della Crimea quale territorio russo. Se accolte, queste richieste potrebbero determinare uno stop alle manovre militari che tra l’altro incontrano più difficoltà del previsto. Se Putin si fermasse qui, come sembrerebbe, questi sarebbero gli obiettivi che aveva in mente nell’attacco di guerra. Che il tema sia questo, e forse nulla di più, sì da scongiurare definitivi confronti nucleari e che risulti indigesto all’Ucraina, può essere avvalorato dalla richiesta del presidente ucraino Zelenskij di immediato ingresso del suo paese nell’Unione europea subito stoppata da Joseph Borrell dell’Ue perché la questione non è per ora nell’agenda europea. Mentre le sanzioni economiche contro centinaia di oligarchi, con patrimoni nel mondo di oltre 300 miliardi di dollari, e l’aggravamento delle condizioni materiali del popolo, potrebbero essere armi molto pericolose da gestire per Putin se gli si rivoltassero contro coalizzandosi in funzione di un cambio di comando russo. Protesta popolare ed interessi dei ricchi, una miscela che potrebbe sconfiggere la repressione di un paese che uccide tutti coloro i quali sono sentiti come nemici. Poiché uno come Putin vive in un suo mondo di sfiducia generalizzata, temendo tutto e tutti. Come ogni dittatore. In questo scenario sospeso tra un’auspicabile fine delconflitto armato ed una prosecuzione della guerra, è possibile intravedere alcuni effetti. Il primo di natura economica con l’arma spuntata di sanzioni dalla legittimità incerta ma efficace se strutturata come in questa occasione. Sanzioni che stranamente non toccano, per ora, Putin in persona.

In secondo luogo vi sono esigenze ed interessi europei sulla dipendenza energetica da Mosca con ristoro per entrambi gli attori in campo. Difatti Gazprombank non è tra le banche interdette all’uso del sistema Swift di transazioni bancarie. Vuol dire che noi abbiamo bisogno di energia e Mosca ha bisogno di denaro. Paradossi, lo so. L’evidenza più visibile nelle immagini e nelle parole è la fuga disperata di persone comuni. Una fuga a tempo indefinito perdendo pace tranquillità ed affetti con una dispersione della popolazione in confini limitrofi o alla ricerca di ricongiungimenti familiari tra Ucraina e paesi occidentali. Considerando che molte ucraine, quasi tutte donne, provvedono da tempo alla cura ed al benessere dei nostri anziani, con la comunità ucraina tra le più numerose in Italia con ca. 250 mila presenze. Stime pessimistiche parlano di 4-5 milioni di nuovi profughi. E qui si aprono scenari imbarazzanti e surrealicon decisioni di guerra in un abbraccio tra solidarietà ed invio di armi, mentre in tempo di relativa pace altri profughi sono stati dimenticati. Insostenibile ipocrisia e cinismo dell’Europa. Adesso così veloce nella solidarietà. Inaccettabile. Per ora si parla di mezzo milione di persone già fuggite. Il piano europeo di accoglienza si scontra con i “passati” profughi, non ultimi quelli afghani, che vengono scavalcati da questi ultimi ritenuti più “consoni” e vicini a noi (per motivi politici non umanitari, senza ipocrisie) in quanto già “europei” perché vittime di una guerra maggiormente esposta mediaticamente e sul piano politico. Poi magari da chi non vuole capire passerò io per cinico. Via retoriche e pomposità, si guardi agli avvenimenti con occhi realistici e laici.

Questassurda situazione è dovuta accadere con lo scatenamento di una guerra perché osceni rifiuti di paesi come la Polonia, ma non solo, rientrassero e tutti ci sentissimo più solidali. Perché codicillo, anche qui aspro, i polacchi si sentono da sempre anticomunisti ma pure antisemiti, in qualche magari secondaria affinità con l’Ucraina. Ma per favore finiamola con la retorica del tutti belli, democratici e campioni di libertà. Anche qui la geopolitica agisce a misura variabile a seconda di motivazioni interessi diversi che renderebbero anche i più riottosi un poco più solidali. Infatti fa impressione l’apertura incondizionata delle frontiere polacche a quelli che questi ritengono quasi dei fratelli, dove vivono già 1 milione e mezzo di ucraini. Sono gli stessi che hanno minacciato, picchiato, cacciato via altri profughi di altre nazionalità. Paradossi per cui “solo” la guerra farebbe scattare un afflato di umanità prima brutalmente negato. Mentre la pace, apparente, rende astiosi e rabbiosi, quasi guerreschi. Antico tema dell’uomo di cui riparlare. Ricorda niente “Si vis pacem, para bellum”? Per cui “al confine preferivano gli ucraini e abbiamo dovuto aspettare più di quello che avremmo dovuto a causa di quelle persone, a causa di persone razziste” come denunciato da una studentessa pakistana tra i profughi al confine tra Ucraina e Polonia. Una sorta di selezione etnica, a conferma di disparità di trattamento pure tra i disperati. Mentre risuonano sirene d’allarme e piovono bombe bisogna attivarsi per i profughi. Il piano Ue che si sta delineando ha già in sé un elemento paradossale. Per anni l’Italia e i Paesi rivieraschi del Mediterraneo da soli chiedevano la revisione del Trattato di Dublino per accogliere profughi, aiutati da un cialtrone fascio leghista che da ministro (!) mai partecipò a quelle riunioni e che girava con magliette inneggianti a Putin per il quale mezzo Putin valeva più di due Mattarella. Ecco, ad uno così un processo politico con tutte le garanzie andrebbe assicurato.

Tema dei migranti mai risolto con il cinico rifiuto dei Paesi del nord insieme con Paesi negatori di diritti come Polonia ed Ungheria nettamente contrari a politiche solidaristiche. Ci voleva una guerra per far sembrare più disponibili coloro i quali dei migranti volevano parlarne solo come paria da respingere. In Italia, per non dimenticare, con le destre salviniane e melonianeirriducibili che hanno detto e fatto cose che gridano ancora vendetta. Adesso no, siamo tutti improvvisamente buoni…. Poi venne la guerra e divennero in apparenza più vicini ad esseri umani. Ciò che non si è fatto in anni, ora si vuol fare in tempi rapidissimi che rende il tutto ancora più vergognoso, parole di Draghi comprese. Certo che adesso si deve agire, ma non scurdammuce ‘o passato, buttandola in tarallucci e vino, antica indecente pratica italica. Ma tant’è… quindi, redistribuzione dei profughi, riconoscimento dello status di paese a rischio per l’Ucraina, facilitazioni per le procedure di espatrio e lo stanziamento di ingenti somme per affrontare l’emergenza. Primo paradosso. Daremo molti soldi a Polonia, Ungheria, Slovacchia e Romania, gli stessi che i migranti li vorrebbero morti. Poi si dovrà provare a censire il numero dei profughi, quindi verificare se tutti i 27 partners europei si renderanno disponibili all’accoglienza. Con la ripartizione dei profughi calcolata sulla quota percentuale fissata dal Bilancio europeo. Cosicché l’Italia che riceve il 13% dei fondi iscritti nel bilancio europeo accoglierà il medesimo 13% di ucraini in fuga dalla guerra. E qui andranno valutati i casi di ricongiungimento di familiari che già lavorano nell’Unione. Ulteriore paradosso, “adesso” si snelliscono le procedure burocratiche, quelle che in Italia sono bibliche, e con le medesime forze lavorative dovranno essere rapidissime per permettere ai cittadini a rischio di essere riconosciuti quali rifugiati in modo quasi automatico. Ah, ma allora si poteva già fare prima, e chi e perché si frenava ciò che adesso si può sveltire?

Scusate, ma non accetto più da adulto che ha conosciuto molti esseri umani risposte banali e standard. Naturalmente tutto quanto detto è foriero di stop se come sempre un solo Stato membro si dichiarasse contrario all’accoglienza. Di modo che le quote redistributive sarebbero volontarie, dalla scelta unicamente politica. Si consideri che quei Paesi oggi così aperti governati da autocrazie semi dittatoriali alla Putin e mai seriamente condannati dalla teorica democratica Europa sono proprio quelli a cui dovremo dare i soldi nostri, poiché chiedono sostegno ai partner comunitari. I soldi andrebbero dati con garanzie, le stesse che la mediocre presidente non chiese ai big farmaceutici per i vaccini pagati cari ed amari negando una battaglia doverosa sulla sospensione dei brevetti ai miliardari di Big Pharma, che poi si sblocchi il Patto sui migranti e asilo che è bloccato da un anno. Magari aggiungendoci pure una revisione opportuna del Trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone. Ma la mediocre conservatrice Von der Leyen messa lì dalla Merkel perché inoffensiva è priva di spessore e personalità per tutto ciò. Forse è per questo che in tanti non la salutano, non perché sia donna, ma perché si conferma un’incapace democratica cristiana attenta a tutelare i forti ma non i deboli.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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