giovedì, Maggio 19

Ucraina – Russia: la guerra dei morti e dei vivi Questa guerra di armi ci ha fatto svegliare da un lungo torpore collettivo in cui il sonno della ragione ha preso il sopravvento rispetto alla determinazione dei fatti, allusioni, finzioni, menzogne che corredano l’invasione della Russia

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E visto che a parole non mi salvo,

parla per me silenzio, ch’io non posso

(Josè Saramago)

Negli interventi dedicati al conflitto dell’invasore Russia nei confronti dell’aggredita Ucraina sottolineavo che questa guerra assurge ad emblema di realtà e di rappresentazioni della realtà nell’epoca del dominio delle immagini che producono fiumi ininterrotti di parole. Una delle ultime invasioni ad alta copertura mediatica ci è stata ammannita giorno e notte è stata la prima guerra del Golfo del 2001. Ma lì si sapeva poco, le terre, vicine in immagini da un videogame di scarsa qualità di confusi traccianti notturni di colore verde, erano lontane nei nostri interessi primari politici ed un poco di più per i nostri portafogli.

Qui è tutto diverso. Terra adiacente (aderente) all’Europa, consesso di nazioni da 500 milioni di abitanti tra i più ricchi del pianeta, che come attore politico è preso ormai da decenni da un rigor mortis politico oggi tra i fuochi della lontana ‘amica’ America e della vicina ‘nemica’ Russia. E così si sono moltiplicate immagini, reportages, decine di inviati arrancanti con rischio ovunque nel mezzo del freddo mortifero ucraino. E con esse le parole, tante tantissime, troppe espresse da chiunque a qualsiasi titolo. Così dopo aver fatto conoscenza dei vezzi televisivi di virologi, epidemiologi, biologi, infettivologi, con simpatie ed antipatie che ci hanno orientato verso l’uno o l’altra, ci ritroviamo con ambasciatori, già generali, analisti geopolitici, molti ucraini corrispondenti, politici, amministratori. Chissà cosa era meglio…. Le parole esorbitano una situazione già complicata se non nella sua genesi, programmazione di una guerra non improvvisata, nelle sue analisi e nelle fumose ipotesi di futuro di svariati commentatori. Per quanto valga, ciò che ho capito io è che aleggia un disegno pragmatico-ideologico alquanto lineare: la spinta all’annientamento del nemico Russia relegandolo nel consesso internazionale con il cappello in mano, gioco rischioso per la convergenza di diverse variabili, consentirebbe agli americani di attrezzarsi, essendo oggi indebolitisi, al vero confronto muscolare-affaristico-competitivo, quello con il vero impero della Cina. Con l’Europa che nel seguire con fedeltà gli Usa si è già estromessa dalla competizione globale. Dunque per ottenere ciò non si può battagliare in 1 (Usa) contro due (Russia e Cina).

Cosicché vi apparirà chiaro che chi deve rispondere al gioco è la Cina, vero arbitro del conflitto, non l’America. Il tutto in salsa di un ritorno ad un clima da Guerra Fredda di cui più in là discuterò alcuni passaggi. Dentro questo scenario si svolge la rappresentazione di attori diversi in campo. Da una netta prevalenza degli ‘armigeri’ convinti e certi che ad un’aggressione vanno opposte armi per difendersi, di contro a pacifici che guardano alla pace come soluzione passando pure per cinici di un’eventuale resa dell’Ucraina per non fare altre vittime. E le tifoserie si contrappongono. Poiché la formazione del linguaggio ci differenzia dalle altre specie viventi è con esso che la parola può rendersi veritieraquanto più la persona che la pronuncia è affidabile, credibile e degno di reputazione. Ovvero i capisaldi della fiducia, del provare fiducia e dare credibilità. Ma qui siamo nel territorio del rischio poiché con la fiducia si corre il rischio di essere ingannati. E parole ed immagini che si susseguono a ritmo incessante complicano il diario di un’invasione chiara per le colpe. Ma da quella chiarezza balenano luci ed ombre tra dubbi, incertezze, verità. Come ne usciamo?

Troppe distorsioni dei fatti che sarebbero lì e parlerebbero da soli sono in gioco per essere ritenute vere. Vero, verosimile, verità, tema scivolosissimo, per affermare ‘la’ verità gli umani si uccidono. Non potendoci limitare, ed è già molto, ad affermare che poiché siamo in tanti dalla parte della ‘verità’ (ma quale? Quella dell’invasione è netta, le altre sfocano). Oggi poi la realtà che viviamo e che crediamo di abbracciare offre sfaccettature morali e cognitive oltre all’opposizione binaria verità-menzogna per scomporsi in frammenti di finzione, falsificazione, artificio scenico. L’apparizione carsica e mediatica della realtà virtuale, o del virtuale reale, ha dato il contributo maggiore che ha scomposto i mondi della vita in online ed offline. Con preferenza maggiore per la prima opzione. Il medium è il messaggio, diceva MacLuhan, ma l’impressione che si ricava è che è il messaggio a divenire il medium che si scompone a seconda delle opzioni in gioco. Con questa evidenza tecnica con i suoi correlati emotivi, emozionali, neanche le parole di uno scienziato della levatura di Albert Einstein ci basterebbero più. Secondo Einstein «è difficile sapere quale sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità». Dubitando determineremmo una forma di dubbio che dubitando di tutto mette in gioco e sposta tutte le regole della logica, della causa-effetto, della prova empirica, della prova scientifica di una tesi. La pandemia ha rappresentato bene questo delirio globale in cui agisce, stavo per dire versa, l’intero genere umano. Quale scopritore della Teoria della Relatività che ha rivoluzionato non solo il campo della fisica si potrebbe dire che forse era un poco ottimista. Così dinanzi all’atroce massacro di Bucha con inermi civili ammazzati per strada a centinaia, per non dire di atti di stupro ed altre violenze, dinanzi all’evidenza dei fatti scatta un comprensibile orrore in più per quel crimine di guerra. Ed emergono i cialtroni, senza genere, come quella ex fascio leghista europea che dubita e dice che bisogna verificare se è vero quel massacro. Ma con grazia e democrazia prenderla a calci nel sedere, no? Fino a quando si può scambiare la democrazia con la debolezza dinanzi a tali orribili giustificazioni? Come quelle del suo ex capo fascio leghista con la figuraccia mondiale preso a calci nel di dietro da un sindaco di destra in Polonia mostrandogli la maglietta dell’amico Putin ostentata nel 2015. E nessuno a chiedergli di eventuali piani di destabilizzazione in Europa come quinte colonne putiniane. Per par condicio, stessa richiesta all’altro Matteo, forse peggiore, di dire ad una Commissione d’inchiesta di traffici e cos’altro? con un paese che uccide giornalisti, nega diritti alle donne ma soprattutto finanzia un guerra nello Yemen uccidendone a migliaia. Ma tutto questo ai democratici non interessa. Ci sono già i nemici di cui occuparsi. Misteri della democrazia bifronte.

Oltre l’atrocità specifica, dovevamo aspettare questo atto per definirlo un crimine di guerra, come se dimenticassimo che la guerra in sé è il crimine. Così siamo immersi in un melmoso acquitrino di molte, tante, troppe inutili parole, per giustificare, condannare, negare. Sia quelle che affermano verità indiscusse (non è una guerra, somma alterazione della realtà da parte russa) che quelle che dubitano nella maniera più radicale (poiché è una guerra dismettiamo le armi). Questa guerra di armi ci ha fatto svegliare da un lungo torpore collettivo in cui il sonno della ragione ha preso il sopravvento rispetto alla determinazione dei fatti, allusioni, finzioni, menzogne che corredano l’invasione della Russia. Con la maggioranza dei russi che negano quella realtà per articolarne un’altra. Perché la censura totale è l’informazione corrente ed il potere ha deciso per tutti che non c’è una guerra. Non sapendo nulla, eccetto coloro che sanno di averla scatenata, la popolazione risponde plaudendo Putin sapendo che liberano gli ucraini. Da chi o cosa è secondario. Per cui anche un Istituto serio di ricerche come Levada quando afferma che l’83% di russi approva Putin, il dato in sé è privo di senso poiché manca l’elemento centrale: non vi è contraddittorio, se io sento una sola realtà quella sarà la sola realtà e non potrò che citare quella. Un corto circuito logico fondato su uno dei quattro elementi che ho individuato di lettura della realtà. Per cui più che una distorsione o una manipolazione, sarebbe già stare nel medesimo senso, qui operano altre dinamiche che stanno tra negazione o rifiuto di atti fatti e dati e riscrittura ovvero ridefinire la realtà fondandosi sulla propria opinione fallace, l’unica presa in considerazione. Pare proprio che agisca ciò che Aristotele chiamava in Etica Nicomachea, Libro VII, akrasia, incontinenza, mancanza di autocontrollo o debolezza della volontà, ma estendibile ad un’incoerenza tra credenze morali e comportamenti. Laddove criticava Socrate poiché il problema non si risolve solo nel conoscere o meno il bene ed il male, già impegnativo, poiché vi sono persone (Putin?) che anche se sanno che una data azione (guerra all’Ucraina) produrrà un male non per questo desistono dal compierla. Aristotele, poi, rigetta la possibilità che l’akrasia sia dotata di intenzionalità nell’affermare che “l’incontinenza è contraria alla scelta… poiché un uomo non può essere dotato di saggezza pratica e nel contempo essere incontinente”. Su ciò avrei dei dubbi nell’attribuire a Putin un agire privo del migliore giudizio se quest’ultimo prevede di scatenare una guerra ritenutaintenzionalmente come la miglior cosa da fare. Ma questa è complessità ed articolazione filosofica qui improponibile.

Volgo lo sguardo sugli effetti collaterali di questa guerra che poi sono sistemi di significato e di formazione di senso della guerra ‘doppia’ che si consuma a latere della prima. Ovvero la guerra dell’informazione negata, fatta tacere, repressa da un Paese dittatoriale del pensiero unico come la Russia. Nell’età dell’informazione la gestione e la formazione dell’informazione è ‘l’asset’ centrale di qualsiasi posizione si voglia far prevalere. L’intenzione di far regredire la Russia ad un nuovo medioevo costituisce l’opzione massima che può proporre il cartello occidentale, connesso alla quantità ed incisività delle sanzioni di cui tutti parlano in modo enfatico ma senza sapere se veramente si sta accelerando un declino economico russo, stante l’emarginazione politicoculturale e delle relazioni internazionali che graverà per decenni. Il corso della guerra di informazione è scattata pochi giorni dopo l’invasione. Bbc, la Cnn e la Rai, il Tg5, l’Ansa ed altre testate europee hanno bloccato i servizi da Mosca dopo che quest’ultima si è trovata dinanzi al racconto dei fatti in contrasto con la linea del Cremlino. E dopo i media televisivi sono passati a censurare Facebook e Twitter accusati di ‘discriminare’ i media russi. Ossia l’unico progetto di realtà autonarrata a giustificazione dell’invasione, invero infantile, per eliminare i nazisti, pure facenti parte del panorama ucraino che non è la nuova mecca, con cui Putin traccheggia da anni nel suo cerchio di potere.

Ma il punto su cui continuare a riflettere è che tutto ci porta al tema iniziale e centrale. Ciò che si fa da questa parte è il mondo che lo fa, oppure come nei decenni precedenti non abbiamo, intendo l’America non vuol capire, ancora capito che il mondo è realmente troppo più ampio e diverso di quanto ci siamo immaginati? Così l’affermazione in sé di Dmitrij Peskov, portavoce di Putin, per cui «sì certo c’è un abbandono di legami, l’imposizione di diverse misure restrittive economiche da parte di un certo numero di Paesi… Ma questo non significa che la Russia sia isolata. Il mondo è troppo grande perché l’Europa e gli Stati Uniti isolino qualsiasi paese, specialmente uno grande come la Russia. Ci sono molti altri Paesi nel mondo che sono molto più equilibrati (non democratici e liberi, mio) nelle loro politiche e talvolta più ragionevoli sulle dinamiche dello sviluppo delle relazioni internazionali. Perciò, sono convinto che non possiamo parlare di isolamento». Questo quanto detto il 6 marzo, in sé non c’è nulla da obiettare è così ed è ciò che in Occidente si continua a non capire, ma oggi non è mutato nulla, l’unica narrazione è quella di uno specchio deformato per cui sono i russi a sentirsi attaccati. E dunque hanno cercato solo di difendersi invadendo l’Ucraina. Questo ragionamento nella Teoria dei Giochi è un gioco a ‘somma zero’ molto pericoloso, basato su 1 giocatore che vince e gli altri che perdono. Occorrono nuove categorie e comprensione del mondo globale la cui diversità per quanto tragica per i pensieri liberi non può essere più sottovalutata o peggio negata. Cina docet.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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