lunedì, Maggio 16

Ucraina – Russia: Italia in affanno Non si può che auspicare che il preannunciato colloquio telefonico tra Putin e Draghi abbia realmente luogo nei prossimi giorni, anche se le condizioni sono adesso ben più difficili di un mese fa e le frecce all’arco italiano sembrano diventate davvero poche

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Pochi giorni prima che avesse inizio quella che Vladimir Putin ha definito «operazione militare speciale», avevo scritto su queste pagine che la preannunciata visita a Mosca del nostro Presidente del Consiglio avrebbe potuto contribuire a disinnescare la crisi russo-ucraina, grazie agli ottimi rapporti da sempre intrattenuti da parte dei nostri governi con l’Unione Sovietica prima e con la Federazione Russa poi.

Mario Draghi, personaggio di grande autorevolezza internazionale, avrebbe infatti potuto spendere in maniera produttiva il capitale di credibilità da noi accumulato a Mosca nei decenni. Il buon successo della doppia visita del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio in Russia e Ucraina a febbraio, evidentemente intesa a preparare il viaggio di Draghi, era in proposito sembrato incoraggiante.

Dopo il sostanziale fallimento delle precedenti visite di Macron e Scholz, Draghi era certamente determinato a tutelare gli interessi italiani ed europei, cercando di scongiurare l’esplosione della crisi e la conseguente imposizione alla Russia di sanzioni economiche e soprattutto energetiche che avrebbero comportato gravi conseguenze per il Vecchio Continente e che, al contrario, sarebbero state ben più facilmente sostenibili dagli Stati Uniti. Tanto è vero che qualche preoccupazione in proposito aveva iniziato a sorgere a Washington, ove diversi organi di stampa avevano scritto che l’azione italiana avrebbe potuto in qualche modo incrinare la compattezza del fronte occidentale.

L’indugio del nostro Premier che intendeva probabilmente (e comprensibilmente) muoversi soltanto in presenza di ragionevoli possibilità di successo e il formale riconoscimento da parte russa delle due repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, al quale gli Stati Uniti reagivano sospendendo ogni contatto con la Russia, chiudevano poi definitivamente la porta ad ogni possibilità di intervento italiano. Nel corso di un’informativa in Parlamento, il nostro Ministro degli Esteri Di Maio assumeva una posizione analoga a quella statunitense; seguiva una sarcastica nota di commento del Ministero degli Esteri russo, in cui si ricordava che la funzione essenziale della diplomazia dovrebbe essere quella di mantenere aperto il dialogo anche in crescenti condizioni di difficoltà.

Dopo l’inizio delle ostilità, e ancor più dopo l’incidente via Twitter con Volodymyr Zelensky («la prossima volta cercherò di spostare l’agenda della guerra», aveva polemicamente risposto il Presidente ucraino alla notizia, data da Draghi, di un loro fallito appuntamento telefonico), la posizione del nostro premier si faceva ancora più netta in favore del rigore richiesto dagli Stati Uniti: ove peraltro alcuni noti commentatori, ma probabilmente anche vari esponenti dell’Amministrazione, continuavano a dubitare del nostro fervore atlantista.

Così l’Italia, oltre ad aver perduto – per principale colpa, è ovvio, dell’improvvida scelta militare fatta da Putin – il capitale di fiducia che si era costruita nel tempo a Mosca, si trovava a dover in qualche modo risalire la china anche con Washington: circostanza bene intesa da Draghi, le cui dichiarazioni si facevano con il passare dei giorni sempre più antirusse; anche se forse sovrastimata da Di Maio, che si lanciava fra l’altro in evitabili offese personali contro Putin, del quale diceva testualmente in televisione: «Penso che tra Putin e qualsiasi animale vi sia un abisso e sicuramente quello atroce è lui».

Sembrava ben difficile, a questo punto, riproporre a Mosca la possibilità di ‘buoni uffici’ italiani: tanto più che i nostri principali media intensificavano ancor più la loro già forte campagna antirussa, mettendo fra l’altro in dubbio la sincerità dei fini della nota missione sanitaria in Italia all’inizio della pandemia da Covid-19 (marzo 2020) e inducendo il Ministero degli Esteri di Mosca a reagire in maniera molto brusca.

Peraltro il nostro Premier, dopo gli incontri brussellesi del 24 e 25 marzo (durante i quali – alla presenza di Biden si era allineato alle tesi più severe sulle sanzioni energetiche e sull’aumento delle spese militari da parte dei Paesi NATO), ha dichiarato che avrebbe «continuato a ricercare la pace», preannunciando un suo prossimo colloquio telefonico con Putin.

Non si può che auspicare che un tale sviluppo abbia realmente luogo nei prossimi giorni, anche se le condizioni sono adesso ben più difficili di un mese fa e le frecce all’arco italiano sembrano diventate davvero poche. Sarebbe forse utile a tal fine che Draghi, come fatto dal Presidente francese Macron, prendesse in qualche modo le distanze da quanto detto da Biden il 26 marzo a Varsavia riguardo alla necessità di un cambio di regime a Mosca.

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Sull'autore

Massimo Lavezzo Cassinelli ha fatto parte del servizio diplomatico italiano dal 1982 al 2016. Dopo un primo periodo alla Farnesina presso la Direzione Generale Affari Economici, ha iniziato nel 1985 la sua prima missione all’estero, all’Ambasciata d’Italia in Ecuador. Successivamente ha prestato servizio presso le Ambasciate in Giordania, in Perù e in Egitto, oltre che come capo del Consolato italiano a Berna. E’ stato poi Rappresentante Permanente Aggiunto presso la FAO, il PAM e l’IFAD. Ha infine ricoperto le cariche di Ambasciatore d’Italia in Armenia e nel Principato di Monaco. Ha concluso la carriera al Cerimoniale Diplomatico della Repubblica.

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