domenica, Maggio 22

Ucraina – Russia: ‘deboli’ democrazie VS ‘forti’ autocrazie L’invasione militare russa costringe ad interrogarci adesso sulla democrazia perché su questo nei prossimi decenni si differenzieranno gli orientamenti e le strategie della futura coabitazione umana sul pianeta Terra

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Houston avete un problema. Molto serio anche per noi. I princìpi della democrazia liberale sono sempre più in crisi nel mondo. È uno dei primi risultati del recente Rapporto redatto da Freedom House sulla situazione della democrazia nel mondo, uscito proprio nelle ore in cui la Russia compiva la sua ‘operazione militare speciale’ come si deve dire in quel Paese dittatoriale per non beccarsi 15 anni di galera, scatenando una guerra d’invasione contro l’Ucraina di cui è unica responsabile.

Putin è un dittatore, fa piacere che diversi se ne accorgano in modo pugnace solo adesso, perché molti di noi lo sapevamo sin dai tempi dell’implosione dell’Unione Sovietica nel 1991 quando l’ormai rintronato ed alcolizzato Boris Eltsin scommise sul giovane Vladimir Vladimirovic Putin per farne il Presidente della nuova entità politica Russia. L’uomo che doveva gestirne le ferite, per poi riportarla ad antichi fasti imperiali. Comunque a proposito di dittature non va bene neanche in Cina tra pena di morte e censura, ma dove i sinceri democratici dei diritti umani e degli affari hanno sfilato a Pechino e Mosca facendo affari d’oro con i nuovi comunisti di mercato cinesi ed il ‘nuovo’ Hitler, come gli americani ci hanno detto di dire. Ed ora tutti a scoprire che i russi si sono comprati qualsiasi cosa. Girate per la splendida terra del Chianti in Toscana e guardatevi attorno, pare di essere in terra straniera. E poi informatevi su Alisher Usmanov che nel 2015, attenzione dopo la guerra del Donbass, dopo una cena con l’allora sindaco di Roma Marino donò 2 milioni di euro per recuperare diversi beni artistici della città. Tra cui i Musei Capitolini ed, udite!, il Quirinale dove insomma il bis-presidente Mattarella alloggia come si confà anche grazie ai russi! Se non fosse già una tragedia sarebbe da sghignazzare. E nessuno disse che i soldi russi fossero già lordi di sangue o si poneva problemi che agisse nei territori dell’Ucraina una dittatura che ammazza gli oppositori politici ed i giornalisti non allineati?

Lo si chieda ai veri amici di Putin, dal piduista già pregiudicato Berlusconi Silvio che lo esaltava come statista, mentre il fascio leghista Salvini andava nella Piazza Rossa con la maglietta del padrone a cui chiedeva soldi per destabilizzare l’Occidente e l’Italia. Ci andasse adesso che finge di fare il difensore dell’Ucraina con t-shirt e scritta Stop war!, o la mammadonna-cristiana (devi dire così se no non si volta!) Meloni che di Putin dice che “difende i valori europei (quali di grazia?) e l’identità cristiana!!!”. Siamo al lockdown del cervello… Ma questi che oggi hanno ancora il coraggio di parlare nessuno li zittisce? In modo democratico, naturalmente…

E per non dimenticarci, con prerogative istituzionali solo un poco più rassicuranti, ricordatevi cari democratici a senso unico di Capitol Hill del 6 gennaio del 2021 quando un presidente in carica!, mai accaduto nella storia americana, incitava il fanatico popolo bue e milizie organizzate di destra estrema a prendersi il simbolo del Congresso e della democrazia in America. Dove pure lì si va in galera per indizi non confermati, mancanza di prove (leggetevi i resoconti da Guantanamo, una delle oscenità americane con relative torture, senza turbanti o the verde cinese). E vogliamo dire dello scandalo di Julian Assange che con migliaia di files i famosi Wikileaks secretati per ragioni di sicurezza ha scoperchiato le democratiche nefandezze americane, in Iraq, Afghanistan, ed è ora rinchiuso da oltre 2 anni nel carcere di massima sicurezza inglese di Belmarsh dall’11 aprile del 2019, mentre gli amici americani ne vogliono il corpo e testa per affibbiargli 175! anni di galera in America e farlo morire lì. Perché considerato una spia, che ha svelato il modo e l’agire americano nelle guerre d’invasione provocate. Ed è più pericoloso di Trump che ha attaccato le istituzioni americane per sovvertirle dall’interno?

Putin così è tanto diverso? Ah già, i motivi sono sempre quelli, noi facciamo guerre ed invadiamo per la libertà (la nostra, mai la loro), lì perché sono neo-imperialisti assetati di potere. Così ad obiettivi diversi si danno mezzi simili? Qualche cretino poi dirà che sono filo-russo (ed anti-americano). Viviamo questi giorni con un misto di orrore ed ansia per un atto di guerra che pensavamo consegnato ad altri tempi della storia. Dopo di che abbiamo vissuto decenni di conflitti a bassa intensità in aree regionali del pianeta, che ci permettessero comunque di garantire benessere, sovente con indifferenza, presi come eravamo a fare affari con e tra tutti, democratici autocrati e dittatori. Con la presunzione che dopo la caduta del Muro nel 1989 la Storia fosse ad un passo dalla sua fine perché quella era la prova dei valori liberali dell’Occidente. Che da allora si sono avvitati in una crisi che arriva all’oggi. E qualche giorno fa ho citato la Teoria dei Giochi con la prima mossa che l’Occidente ha sempre lasciato in mano a Putin. Come leggo su la Repubblica del 6 marzo con il piacere di non sentirmi solo, nell’acuta riflessione dello scrittore Ian McEwan che cita appunto la TdG “In tutti i momenti della lunga fase in cui la Russia ha ammassato forza intorno ai confini dell’Ucraina (non adesso, almeno dal 2014 con Crimea e Donbass, mio), il privilegio di fare la mossa successiva è sempre spettato a Putin, e all’Occidente quello di rispondere, e questa, secondo la teoria dei giochi, è sempre una posizione debole”. Appunto ciò che dicevo.

Ma ieri quanti facevano finta che tutto andasse bene ed oggi sono diventati i più feroci accusatori? Insomma un minimo di coerenza non guasta. Questa invasione armata in Ucraina ci riporta al Novecento costringendoci a riflessioni che avevamo dismesso. Piccola notazione non secondaria, sul modo di comunicare e dis-informare con propaganda una guerra. Da entrambi i lati. Ci eravamo abituati (si pensi alla prima guerra del Golfo con l’America che invade l’Iraq di Saddam Hussein perché l’intelligence americana ‘aveva deciso’ che vi fossero armi di distruzione di massa, mai trovate perché era una menzogna con falsi dossier, cui partecipò anche la serva fedele Italia, che Colin Powell manipolò alle Nazioni Unite per ottenere il pass (la benedizione morale) per l’invasione, diversa da quella russa privi di bollino qualità…) noi spettatori passivi dagli schermi tv a (non) vedere traccianti notturni verdi sparati da boh… ed indirizzati verso mah… Una guerra virtuale di un gioco di ruolo realistico che assume significati di una realtà irrealistica.

Così oggi vediamo cadaveri riversi, tank bruciati, palazzi sventrati da missili e bombe, cambiando il senso dell’orrore non più fumettistico, ma terribilmente concreto. Questa invasione militare del nazionalista Putin pone un tema centrale di orizzonte di medio-lungo periodo in questo inizio di XXI secolo. Sintetizzato nel titolo da un confronto competitivo-cooperativo-conflittuale tra ‘deboli’ democrazie e ‘forti’ autoritarismi, su cui interrogarci adesso perché su questo nei prossimi decenni si differenzieranno gli orientamenti e le strategie della futura coabitazione umana sul pianeta Terra. Secondo Larry Diamond, politologo, saremmo nel sedicesimo anno di quella che chiama ‘recessione democratica’. Alcuni elementi emergenti dalla lettura del report di FreedomHouse. Nel 2021 aumentano i Paesi che hanno abbandonato la democrazia rispetto a quelli minoritari che vi si avvicinano. Istituzioni democratiche e diritti civili si sono deteriorati in ben 60 Paesi, Nicaragua, Afghanistan, Tunisia, Sudan tra gli altri. Dal primo lustro degli anni 2000, inizio di quella chiamata recessione, quasi metà della popolazione mondiale veniva registrato in un Paese ‘libero’. Oggi vale solo per 2 persone su 10, mentre altre 4 vivono risiedono in nazioni ‘parzialmente libere’ ed altre 4 in nazioni ‘non libere’, come l’Arabia Saudita, ma non lo dite a quell’esimio senatore italiano che magnifica il ‘Rinascimento’ saudita pagato a suon di dollari. Sarebbe un problema di sicurezza per l’Italia, o che ci frega? Due notazioni su cui riflette riguardo a questo netto deterioramento. Per un verso si hanno sempre meno scrupoli ad apparire nella veste di leader dittatoriali. Il secondo è che una certa ritrosia verso soluzioni militari ora diventano aperte, per cui nel 2021 i colpi di Stato con instaurazione di scoperti regimi autoritari sono stati ben 7, numero più alto dal 2000. Così mentre prima certe regole formalmente democratiche venivano preservate, oggi si reprime e si censurano attivisti, oppositori e popolo comune in modo aperto e sfrontato.

Un ulteriore dato di conferma di un arretramento pericoloso dai princìpi e dalle prerogative democratiche consiste per il rapporto dal numero di Paesi in cui il miglioramento delle istituzioni democratiche è fortemente diminuito. Difatti se nel 2006 i Paesi che hanno sperimentato un miglioramento di libertà e democrazia sono Stati 56, l’anno scorso si sono più che dimezzati a 25. Questo arretramento democratico è foriero di allarmi per politiche e strategie vieppiù aggressive e violente all’interno. Aggravato da un ulteriore elemento per cui diminuisce drasticamente il numero di paesi che anelano alla democrazia. Un’analisi delle cause e dei motivi per cui persino il caposaldo della democrazia, quell’America che finita la guerra fredda con la vittoria dell’Occidente costituiva il baluardo di unica superpotenza del mondo, ha subito un violentissimo attacco alle sue fondamenta istituzionali e civili con il tentato colpo di Stato di Trump e dei suoi sgherri estremisti, ci porta a diverse considerazioni sui motivi della fragilità delle democrazie. Azzardo alcune piste d’analisi che sono economiche, politiche, sociali.

Si tratta di declinare la diffusione e concentrazione delle ricchezze verso nuove aree di disuguaglianza che hanno cominciato a minare le società occidentali opulente. La ricchezza si declina poi sempre meno con la tenuta dei diritti civili. Sorgono nuove élite in Paesi autoritari e dittatoriali, si pensi alla crescita del ceto medio cinese. Così l’aspettativa del benessere e del raggiungimento di una rassicurante indipendenza economica non prevede più di passare per la cruna dell’ago delle regole democratiche. Ognuno per sé e Dio per… nessuno. Populismi nazionali e ritorni ad un ordine con armi censure repressioni e censure ‘selezionano’ ceti e classi disponibili a scambiare sempre più libertà contro sicurezza, economica ed individuale. Questa è stata l’agenda dei nazional-populismi che hanno in questi anni infettato il nostro paese e l’Europa. Le solidarietà si frantumano, le appartenenze si privatizzano, l’autonomia individuale passa sempre più per la compressione di diritti e libertà. Nel complesso, il capitalismo, che si diceva forse ingenuamente che in passato si coniugava con i princìpi di tutela dei diritti individuali alla persona e di affermazione di quelli collettivi, sono stati erosi dall’interno di dinamiche ed azioni capitalistiche di sfruttamento di Fondi di investimento, poteri finanziari globali, da parte di élite che non hanno alcun interesse a veder affermarsi politiche di tutela degli interessi collettivi. Licenziare con un sms o una mail da lontano senza che si vedano più i “padroni” non più capitalisti di fabbrica ma finanzieri con i loro azionisti, è parte del drammatico problema della democrazia odierna.

Come affermava Karl Polanyi ne ‘La grande trasformazione’, non vi sono evidenze che il capitalismo necessiti di democrazia. Questa dinamica, unitamente ad altri fattori che vedremo più in là, conferma che il livore, la rabbia impotente, la sfiducia per qualsiasi ipotesi di contenimento delle forze anonime di mercato, costituisce il miglior serbatoio di un’insofferenza sistemica di massa priva di attori politici capaci di canalizzarne scelte e derive. C’è del marcio in Danimarca…

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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