martedì, Maggio 17

Ucraina: Putin come Hitler? La demonizzazione è funzionale a compattare la propria parte e ad indicare il nemico da colpire, in tutti i modi possibili, non potendo e volendo rischiare un’escalation che è nel novero delle opzioni. Insomma, siamo nel campo oscuro della propaganda che costruisce l’immagine del nemico

0

Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Comincio con il dire che viviamo in un tempo storico-canaglia dove si deve affermare da che parte si sta, presentare una ‘patente’ di ragionevole conformità al dettato dei molti. Dovrei così dichiarare da che parte sto. Non lo farò, non mi autocensuro, leggetemi e poi pensate con la vostra testa. Che poi sembri, appaia propendere di qua o di là è un problema della prigione interiore di chi deve classificare, irreggimentare, incasellare. Difatti oggi il pensiero vola molto basso.

La guerra è responsabilità di Vladimir Putin che ha invaso l’Ucraina di Volodimyr Zelensky. Questi ultimi vivono, sono un paese libero che si difende e resiste punto. Detto ciò la necessità di capire interroga temi geopolitici, economici, personali. Putin ha valutato, quanto con lungimiranza è da vedere visto che la guerra ed i morti aumentano, pare più da sponda russa. Analizzare motivi e ragioni è altro dall’affermare ragioni e torti qui inequivocabili. Il torto è solo di Putin e del suo disegno neo imperiale-zarista che si è convinto di perseguire con azzardo. Primo, con il cambio di presidenza americana perché prima di Biden si era convinto di poter agire indisturbato con il simmetrico ritiro del ‘golpista’ Trump da politiche multilaterali per coltivare una nuova grandezza interna. Mentre Biden con un passato pluridecennale da politico ed una formazione culturale formatasi negli anni ’50 è portatore di un modello da Guerra Fredda di due blocchi contrapposti ed il governo del mondo a guida americana. Quindi si dovrebbe dire con rispondenza ai fatti che Biden stesso è in qualche modo un inciampo nostalgico di un mondo che non è più, per fortuna, quello della deterrenza tra grandi potenze. Su questo solco si muove Biden con l’Europa più dietro che pure poteva riflettere sulla possibilità, come ho già scritto qui in passato, di emanciparsi dai fondamentali debiti di gratitudine verso gli americani e provare a costruire seriamente un’Europa unita politica fiscale, militare, di difesa. E di sostituirsi ad un’entità solo militare mettendo in discussione il modello NATO fondato già 5 anni prima del Patto di Varsavia. Organismo che avrebbe dovuto essere smantellato decenni fa. Anche perché la consapevole inconsapevolezza europea avrebbero dovuto rendere edotti che i diktat americani sono finalizzati a perpetuare un percorso politico di second’ordine, visto che l’America che vuole e provoca un confronto muscolare con la Russia ha necessità che l’Europa non parli con un’unica voce e rimanga subalterna agli USA.

In secondo luogo, Putin si è anche fatto forte del fatto di aver infiltrato ‘agenti nemici’ a lui vicini che hanno ricevuto molti soldi. Grazie ad una rete di complici politici in Europa su cui qualche riflessione si sarebbe pur dovuta fare. Come Salvini che inneggiava a Putin dal 2015 e sbugiardava la Merkel. Costruendo una rete antidemocratica in Europa come Le Pen in Francia ma la stessa Meloni. Tutti che dovrebbero rispondere di atti e comportamenti per verificare eventuali danni alla sicurezza ed alla coesione europea che hanno prodotto con le loro azioni di indebolimento degli istituti democratici nazionali ed europei. Si dirà, ma è la democrazia. Vero, ma anch’essa ha regole e vincoli, come sanno molto bene gli americani che quando non sono d’accordo perseguono popoli, invadono paesi oppure organizzano colpi di stato come nessun altro regime al mondo. Un’invasione forse accelerata dalla sciagurata e già nascosta disfatta ventennale in Afghanistan dove arroganti ed incompetenti occidentali volevano esportare una forma di democrazia senza conoscere nulla del panorama culturale ed antropologico di quel roccioso ed inospitale paese. Una disfatta i cui modi e forme sono stati cancellati in modi omertosi alle libere opinioni pubbliche occidentali che avrebbero meritato ben altra stampa libera. Ma ciò avrebbe significato criticare l’America in una disfatta ventennale con spese di migliaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani ed alleati e grandi affari per l’industria delle armi. Resa, ché tale è stata con le scene di poveracci attaccati agli aerei in partenza, altrettanto terrificante delle immagini ucraine che ci fanno emozionare e piangere, firmata da Trump con i nemici talebani e resa operativa da Biden che si è preso tutte le critiche. Invasione per il modo ed i numeri ben più gravi che in Ucraina, oscena quella e questa invasione.

Poi vi sono le dimenticate ed omesse ricadute economiche nell’invasione ucraina. Ricordiamone qualcuna. In un dibattito fatto dagli ‘intransigenti realisti’ la parola d’ordine è dare più armi ai ‘nostri’ ‘fratelli’(?) ucraini. Triste ma vero, se no come si difendono? Con le cerbottane di Salvini? Poi vi sono gli ‘intransigenti moralisti’, i costruttori di pace che si oppongono con forza all’invio di altre armi. Ciò che certificherebbe la resa ucraina. Chi ha ragione, chi torto? Forse qui le categorie sono diverse. Certo le armi uccidono di più, disarmati potrebbero venir massacrati meglio dai russi. Ma forse si accelererebbe la fine dei combattimenti e ciò potrebbe dare spazio ad una più rapida negoziazione. Oltre non vado, io sono qui al caldo in casa, come tutti voi, ed è facile assumere posizioni intransigenti. Lì sparano e muoiono, ammazzano e scappano. La commozione esorbitante e tantissima retorica si accompagna a forniture di armi colossali (gli americani solo nell’ultimo anno si sono impegnati per l’invio di armi per 1 miliardo di dollari!). Così l’economia riprende a girare e l’Italia può votare nuove infami spese militari che raggiungano almeno il 2% del pil dall’attuale 1,2%. Insomma dai 12 miliardi di anni fa agli attuali 25 ed ai prossimi 38 miliardi. Un affare per tutta la filiera produttiva di armi che ci farà aumentare l’export. Una botta di fortuna! Ricordo solo per inciso che la spesa per la cultura in Italia è tra le più basse d’Europa, non arriva all’1,5% del PIL. Meno libri e più armi. Ottimo, basta guardare il Parlamento per vedere i risultati. Così più armi significa più resistenza per il popolo ucraino, ma significa anche una guerra che prosegue perché più ricambi hai più resisti. Così più le industrie di armi europee producono più vendono più il tempo delle armi si dilata. Ottima prospettiva su cui è probabile conti Putin per inchiodare Biden, un poco meno noi nella retorica dell’’armiamoli e non partiamo’, per cui non si vede come possa l’Europa essere in pericolo con l’assunzione tutta teorica e guerresca che dopo di loro toccherà a tutti noi. Chi dice la Moldavia, chi è certo della Polonia addirittura, chi la Finlandia o la Svezia, Lettonia, ecc. Si ‘spara’ a casaccio, parlando più a sé dando sfogo alle proprie presuntecertezze più che tentare di capire, comprendere non assolvere, ciò che realmente pensa e vuole Putin. Attribuendogli tutto il peggio questa demonizzazione ha connotati ambigui. Così diamo la stura ai nostri giudizi o sovente pre-giudizi visto che sappiamo che Putin è (era,ma tutti facevano finta di non saperlo, anche quelli che oggi strillano contro il demonio ma prima ne decantavano gli affari) un pericolo perché possiede le atomiche.

Una demonizzazione funzionale a compattare la propria parte e ad indicare il nemico da colpire, in tutti i modi possibili, non potendo e volendo rischiare un’escalation che è nel novero delle opzioni. Insomma, siamo nel campo oscuro della propaganda che costruisce l’immagine del nemico. Che nasconde il retro pensiero sull’impossibilità di poterlo attaccare. Gioco di cui si è avvalso Putin. Così agisce un gigantesco gioco linguistico di propaganda e persuasione con cui chiamare le opinioni pubbliche a manifestare un’inutile rabbia e sfogo, derivante da un’impotenza di tutti gli attori da questa parte, sia Zelensky che l’Europa, per non dire di Usa e Nato.

Cerchiamo di restar seri, fino ad ora l’Ucraina è lo scopo della guerra di Putin con quella ridicola de-nazificazione ucraina (Putin li ha molto di più all’interno i nazisti), per poi annettersi Crimea e Donbass prese con le armi nel 2014 e poi ‘di fatto’ con il colpo del finto, o no non sappiamo, referendum con una maggioranza russofila che voleva stare con la Russia. E la risposta europea e dell’Occidente fu di sottovalutazione se non di indifferenza. Questa guerra ci ha poi fatto scoprire che l’Ucraina possiede il 5% delle risorse minerarie a livello globale, tra i primi posti per ferro e carbone, è pieno di minerali come uranio, titanio, gallio, manganese, grafite e mercurio. Poi è il primo produttore al mondo di semi di girasole e tra i primi per grano e mais che infatti non riceviamo più con relativa crisi della filiera zootecnica, perché mancano i mangimi per gli animali.

Dunque più prosegue la guerra, mi spiace per quant’altri che invocano armi, armi che pure sostengono gli ucraini senza andarci noi a difenderli, in un modo un poco ipocrita di far bella figura salvandoci le terga. E soprattutto noi italiani pagheremo, già adesso, caro tra inflazione alle stelle ed innalzamento dei prezzi che colpirà fasce e ceti deboli, con gran vantaggi speculativi sui prezzi come lo scandalo di aumenti ingiustificati della benzina dinanzi ad un ministro che non capisce perché. E fa il ministro, dovrebbe con Draghi imporre subito tasse ai produttori di energia che stanno facendo affari d’oro ed anche alle catene di distribuzione. Ma è difficile, perché c’è la parolina magica: è il mercato e dunque nel mercato capitalistico si può liberamente speculare. A corredo sono arrivate subito le indecorose parole del Bonomi confindustriale secondo il quale le ricchezze ed i profitti non si toccano. Detto tutto ciò, avviciniamoci alle eventuali personali del conflitto. Che rinviano al quesito posto da tanti con qualche strumentale superficialità: il pensiero e l’azione di Putin è frutto di una sua pazzia? In sostanza qui si tratta di una modalità che in psicologia sociale si chiama di ‘categorizzazione sociale’ e ‘costruzione del pregiudizio, in questa occasione focalizzata su Putin, la sua figura politica, le sue manie, i suoi molteplici aspetti di machismo. Che quando li faceva Berlusconi facevano ridere o sghignazzare, ma l’uso simbolico del corpo è simile, con le finte corse ad Arcore del Capo e dei suoi adepti ad arrancare dietro, o le barzellette oscene con la donna sempre oggetto. Per non dire del bunga bungavolgare che ha fatto il giro del mondo. Ricordo i convegni all’estero e le risate quando dicevo che ero italiano ed io che mi trinceravo dietro un not in my name. Oppure la potenza simbolica con l’immagine del lettone dove l’ipersessuale nonnetto di Arcore fingeva l’antica postura del ‘trombatore perenne’. E nessun libero pensatore giornalistico che gli chiedesse conto di tale oscena amicizia. Mentre oggi dato che è Putin, il cattivissimo, il mostro, il nuovo patetico Hitler, allora deve essere simbolicamente ‘ucciso’ in ogni forma e modo. Costruendogli addosso uno schema psicologico e simbolico capace di renderlo inviso ed odiato ai molti a partire da ipotetiche malattie personali che così ‘giustificherebbero’ di più le sue scelte di guerra. Che sono folli come è per chiunque intenda scatenare un conflitto la cui deriva ed i cui molteplici esiti forse non sono stati neanche ben valutati. O forse sì, ma sono argomentazioni fatte certo su parole atti e comportamenti ma che restringono troppo un campo analitico se facciamo valere solo considerazioni di natura psicologica.

Un esempio su tutti per ipotetica analogia. Per decenni si sono giustificate le violenze sessuali sulle donne dicendo che i maschietti erano stati provocati o che in un momento di ‘follia’ avevano perso il senno. Poi è prevalsa per fortuna la tesi che appariva troppo comoda ed in fondo assolutoria l’ipotesi del ‘raptus’. Che nasconde ben altre determinanti culturali educative sociali. Così per Putin. Ci sentiamo più sollevati o percepiamo meglio un nesso causa-effetto se dietro una logica d’azione attribuiamo un impazzimento all’età, ad una malattia? Su questo sarà opportuno concentrarci nel prossimo intervento.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

End Comment -->