lunedì, Maggio 16

Ucraina: ‘Putin come Hitler’ ovvero demonizzare per semplificare Hitler lasciamolo lì da solo, né folle né sano, ma specchio deformato della volontà di potenza e di dominio dell’uomo. Che alberga in tutti noi. Silente

0

Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Riprendo una riflessione dall’ultimo mio scritto su Putin esulla sua presunta pazzia. Comincio da alcuni stati d’animo. Le opinioni pubbliche ‘scoprono’ solo oggi questa guerra come fosse la prima e solo in questi due decenni del nuovo secolo non vi fossero state le invasioni armate americane in Iraq, Afghanistan, insieme a molti altri conflitti regionali. Dimentichi che una decina di anni orsono si parlò di rischi di una terza guerra mondiale nel conflitto in Siria che ad oggi ha prodotto mezzo milione di morti e fatto fuggire 12 milioni di siriani. Profughi anche loro rifiutati da molti di quei paesi che ora appaiono solidali con gli ucraini in fuga. Dove la Russia intervenne con il consenso occidentale riabilitando, così il dittatore Assad combattendo pure il terrorismo dell’Isis e dei tagliagole jihadisti. Nel quasi generale disinteresse. O il fallimentare ventennale conflitto da invasione americana e delle forze di ‘polizia’ internazionale dell’Occidente nel famigerato Afghanistan, oggi dimenticato nel disinteresse delle solidali democrazie occidentali. Dove tutti uscirono sconfitti, pure gli ancora sovietici nel 1979. Nessuno o quasi strillò, con l’industria bellica che vendeva tante armi. E come dimenticare tutti i conflitti degli ultimi decenni, scatenati da noi ‘buoni’ contro i ‘cattivi’?

Secondo punto di un’escalation di costruzione del pregiudizio del nemico. La costruzione simbolica del nemico va alimentata di continuo, di qui la censura totale di tutto ciò che è russo, un ostracismo totale del nemico, a cui ovvio Putin ed amici si aggrappano per dire che poi facciamo come lui quando si tappa la bocca ad uno studioso che all’università Bicocca voleva parlare di Dostojevsky, pensate un poco. Comincia così la caccia al russo, magari i non ricchi. Altro punto, le tanto strombazzate sanzioni che non sappiamo quanto e se incidono perché nel frattempo dopo un mese di guerra continuiamo a dare oltre 1 miliardo di euro al giorno percomprare energia che ci serve. Solidarietà sì, armi a iosa ma al caldo di privati ed imprese. Altra contraddizione tra il nemico da abbattere ed il medesimo nemico con cui si fanno reciproci affari.

Terzo, le alterne semplificazioni e le sommarie analogie della storia passata usate come un ring attuale. Altre contraddizioni. Lo schema retorico linguistico e simbolico americano assunto da tutti è di non credere in nulla se detto dai russi. Oggi perché dittatore sanguinario. Non ieri che da dittatore sanguinario invadeva Crimea e Donbass senza contrasti occidentalipoco interessati a quell’area oggi ritenuta vitale per la democrazia. Come la lentezza di riflessi politici con la Cina dove abbiamo esportato beni e prodotti dell’Occidente libero con balzi del pil occidentale, poi nel 2008 l’abbiamo incoronata con l’entrata nel WTO, ed infine dandole i Giochi Olimpici, il massimo della legittimazione. Lo sport come prosecuzione della politica che è un classico della diplomazia internazionale. Il disgelo del ‘ping pong’ tra Usa e Cina negli anni ’70 è un valido esempio. Dopo ci siamo accorti che il loro Pilbalzava tra il 10-12% annuo contro meno della nostrametà. E così ‘scoprimmo’ che la Cina (era) è una dittatura con pena di morte (beh, e la democratica America. Che cosa cambia, il tipo di esecuzione?). Dunque Biden è arrivato in Europa e vomita su Putin del sanguinario dittatore, criminale macellaio ed altro. Vero, ma complica ogni sforzo diplomatico. Che va cercato, con le sue mediazioni e compromessi. In una logica di scambio tra interessi misti (Usa-Cina), ma non opposti (i primi contro la Russia), come nella Teoria dei Giochi di cui ho detto di recente.

Così si struttura una strategia di stigmatizzazione dell’avversario, funzionale, ma poco efficace per una risoluzione conflittuale. Insomma un piano d’azione razionale che stressi i russi, tenga tutti gli alleati uniti dietro l’America e riporti, nei sogni, agli americani l’antico scettro bipolare di cui vi è qualche nostalgia con gli arnesi della Guerra Fredda. Senza dimenticare il grande gioco globale, dove l’Occidente con Usa, Europa e Gb cala il proprio pil mondiale al 30%. Questo intento americano vuole ribadire la battaglia ideale tra democrazie in difficoltà da molto tempo ed autocraziesempre più diffuse. Nel solco della storia americana che ha sempre bisogno per natura e cultura di un nemico da demonizzare. Prima erano i nativi indiani, poi lo schiavismo e la discriminazione razziale.

Mi oriento adesso verso il tema di una presunta follia di Putin. E prendo a pretesto l’Orsini sociologo contestato da molti ed invitato da molti in tv. E quando mi capita un’altra occasione con un sociologo sugli scudi? Così anche i sociologi hanno udienza, magari per stigmatizzarli, ma comunque quando si riparla di una silente disciplina assente da anni dalla scena culturale e scientifica del paese, a parte qualche firma sulla stampa? Dai primi giorni dell’invasione è andato in onda sugli schermi mondiali un film, narrazione o storytelling che sia come rappresentazione del mondo nell’epoca dei social e della comunicazione virtuale. Dove la (presunta) realtà di immagini e parole retoriche modificano percezioni atteggiamenti comportamenti individuali e collettivi. La tesi della stampa occidentale su presunte precarie condizioni di salute di Putin non è originale. Dal 2014 (invasione di Crimea e Donbass, mica prima) la stampa occidentale si è sbizzarrita ad attribuirgli un cancro all’intestino, alla prostata o al pancreas, fino addirittura un Parkinson con mix di farmaci cortisonici che avrebbero gonfiato il viso di Putin. Tutto ciò spiegherebbe la perdita di senno o pazzia del nuovo Zar. Non riuscendo a trovare motivi validi di tipo politico, economico, militare, si opta per una in fondo più semplice e confortante precaria condizione mentale di Putin. Poi si pone un altro problema. Si dice, inutile stare a vedere temi e questioni del passato, ciò che conta è unicamente l’anno zero dell’invasione dell’Ucraina. Dunque niente passato, solo il presente conta perché ha invaso un paese libero, però poi si usa quel passato per stilare una discutibile diagnosi medica. Strano modo di fare i conti con il tempo e con la Storia.

Buttarla sullo psicologico ha la comodità di non dover analizzare troppo ambiguità plurime che l’Occidente ha costruito con le relazioni ottime con Putin, visto che la Russia era addirittura entrata nel consesso del G8. Insomma vale solo l’invecchiamento della persona e la mente che vacilla, non scomodi ambigui e tollerati accadimenti del passato utili per comprendere l’oggi (tra tutti l’estrema russofilia della Merkel quando faceva comodo fare affari con Putin. Perciò oggi la si vorrebbe da pensionata alla guida dei negoziati con il ‘pazzo’). Insomma lo stato mentale e la psicologia di un individuo spiega poco ma ci districhiamo tra le contraddizioni. La pazzia unita al potere può così avvicinare Putin ad Hitler? Per asseverare tale ardita tesi si semplifica al punto che l’invasione dell’Ucraina sarebbe una prosecuzione dell’Olocausto. Questa è una follia. Qui siamo all’uso della storia senza conoscerla. Ma anche alla non conoscenza di temi sociologici. Il primo riguarda l’operazione di categorizzazione sociale attribuendo criteri per cui ogni stimolo viene collocato in una classe che mentre definisce lo differenzia dalle componenti di altre classi. Si fa così con Putin, lo si differenzia attribuendogli specifici criteri così lo si separa, concettualmente e dunque nei fatti, dalla realtà organizzando un’altra costruzione ed una diversa semantizzazione della sua persona. Potremmo poi approfondire e volgerci verso le teorie della devianza sociale, cui stiamo collocando Putin, ed attribuirgli quella label theory, teoria dell’etichettamento, secondo la quale la società diviene il fattore centrale ai fini dell’identificazione della devianza. Cosicché il discorso, l’ordine del discorso di Foucault, si sposta dall’individuo alla volontà della pubblica opinione. Per cui è la collettività stessa che nel definire l’ambito di legittimità delle norme, crea la devianza. Pertanto l’orientamento non è deviante in sé, ma al deviante viene attribuita un’etichetta “che gruppi di potere affibbiano a certi soggetti a causa della loro diversità”. Che poi questa diversità sia esito della volontà del deviante-Putin non sposta il ragionamento. Senza entrare nel merito di critiche a diversi aspetti della teoria (ammessa la devianza di Putin, come si spiegano gli impulsi che spingono verso tali atti? Secondo, è riduttivo spiegare solo con le variabili dell’età, estrazione sociale e ‘razza’ quelle influenti sull’etichettamento, terzo, non si pongono elementi di sviluppo per risolvere il problema dei devianti, permanendo un passivo atteggiamento di tolleranza).

Nel contempo, resta che la devianza nella label theory non è una proprietà intrinseca ai comportamenti degli individui, ma è attribuita dalla percezione sociale. Quella che etichetta oggi Putin quale “deviante”. Ci supporta invece un altro sociologo importante, Erving Goffman che introduce nel 1963 il concetto di ‘stigma’, in un lavoro fondamentale della sociologia della devianza. Stigma è così un attributo che scredita l’individuo declassandolo, lo segna e lo disonora o per deformità fisica, per aspetti del carattere o per fattori collettivi quali l’appartenenza culturale. Qui il ‘russo’ è ‘screditabile’ per i ‘normali’ perché lo stigma di cui è responsabile non conoscendone l’attributo stigmatizzante (cartelle cliniche che certifichino la non normalità). Qui d’altronde, seconda prospettiva, il soggetto è già “screditato” da tutta la collettività ed i suoi tentativi di argomentare al rovescio (in Occidente sono illiberali, non fanno parlare chi dissente, non fa lui la guerra ma ripulisce il marcio, deciso da lui) sono screditati dal fatto che è il primo a violare quegli attributi che proietta altrove. Servirebbe il riconoscimento di un senso di vergogna, alquanto difficile, perché dovrebbe percepire qualche suo attributo personale come un marchio infamante o dovrebbe riconoscere che alcuni attributi che dovrebbe avere per risultare credibile sono realistici. Avviandoci alla fine, del pezzo non della guerra purtroppo, ciò che non deve essere dimenticato, come in tutti i frangenti della vita, che ho parlato di dinamiche e fenomeni della realtà sociale. E la realtà, ovvero tutto ciò che si muove in condizione di indipendenza dalla nostra volontà, è un costrutto sociale, è storicamente determinato, è contingente, per cui in ogni società sono presenti rappresentazioni della realtà condivise e che vengono assunte come scontate dai suoi membri. Non vi è nulla di predefinito, di assoluto, di inevitabile. Per cui quando Zelensky alla Knesset israeliana forza nell’attribuire a Putin di un’azione violenta e sanguinosa paragonandola all’Olocausto, intende proprio asseverare quell’etichettamento che seleziona da che parte stare, in forma binaria come fa una guerra cancellando però anche le mediazioni non assolutorie volte ad affermare più che le armi una pace che non uccida ancor di più, con tutte le ambiguità del caso. Però la necessità di difesa del suo popolo porta anche ad operare delle evidenti forzature. Presi tra il voler fermare le armi ed il volere più armi offensive per infliggere perdite maggiori e così anticipare un negoziato, ha comunque scatenato indignazione paragonando la situazione ucraina con la Shoah. Non scherziamo, a parte il numero dei morti, poche migliaia contro milioni, è proprio l’idea di poter paragonare la Shoah a qualcosa d’altro è impensabile. Con i suoi campi di concentramento e la strategia nazista della Soluzione Finale.

Motivo? Una strategia di drammatizzazione del conflitto dinanzi all’evidente paradosso di non poter rispondere alla Russia come meriterebbe, bombardandola pesantemente con ritorsioni nucleari a catena, che in 30 giorni dinanzi alle terribili immagini di distruzioni ha prodotto città rase al suolo ma in realtà molti meno morti di quanto le premesse facessero pensare. Così da confermare una pazzia di Putin. Hitler lasciamolo lì da solo, né folle né sano, ma specchio deformato della volontà di potenza e di dominio dell’uomo. Che alberga in tutti noi. Silente.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

End Comment -->