domenica, Agosto 14

Ucraina: prove di smarcamento USA? Ecco perché l’amministrazione Biden cerca di riprendere in mano il timone del sostegno a favore di Kiev; un sostegno che, nonostante l’appoggio di cui ha goduto all’inizio, sondaggi recenti danno come sempre meno popolare fra gli elettori americani

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Negli ultimi giorni, sembrano essere diventati più evidenti gli screzi fra il Presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, e l’amministrazione statunitense. Mentre Kiev rafforza le sue relazioni con l’Unione europea (anche a seguito della recente visita del Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen), lo scontro verbale con Washington sul cattivo uso che sarebbe stato fatte delle informazioni fornite dall’intelligence USA prima dell’invasione mette in luce le tensioni che esistono fra le due capitali. Non è il primo caso, anche se in passato la cosa era stata meno evidente. All’epoca dei fatti di Bucha, per esempio, il Presidente Biden aveva preso le distanze dal termine ‘genocidio’ usato da Zelensky, parlando piuttosto di ‘crimini di guerra’, una posizione successivamente ripresa da altri esponenti dell’amministrazione. Ancora prima, nelle settimane iniziali del conflitto, vi erano state frizioni sull’istituzione di una ‘no-fly zone’ sull’Ucraina, ipotesi caldeggiata con forza da Zelensky ma nettamente esclusa da Biden, dai vertici della NATO e da quelli dei diversi Paesi occidentali.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare. È, quindi, prematuro pensare all’emergere di una vera frattura fra Washington e Kiev. Fra l’altro, proprio in questi giorni, il Congresso ha autorizzato un nuovo pacchetto di aiuti militari a favore dell’Ucraina del valore di un miliardo di dollari. Tuttavia, con il protrarsi della guerra, le differenze fra le posizioni delle parti tendono a farsi più evidenti. Soprattutto, dal lato statunitense, sembra emergere un crescente disagio per il peso che i vertici ucraini hanno assunto nel dettare la linea di condotta del confitto e i tratti della sua narrazione: una situazione che, nelle scorse settimane, per Biden, è stata fonte di imbarazzo anche presso alcuni ambienti democratici. Che gli interessi di Stati Uniti e Ucraina non fossero perfettamente coincidenti era chiaro sin dall’inizio delle ostilità e le cose non sono cambiate molto: ancora adesso, il governo di Kiev punta anzitutto a ottenere un chiaro successo sul campo, che possa garantire anche in sede diplomatica la sua sopravvivenza politica e gli permetta di mantenere il controllo sulla più ampia parte possibile di territorio nazionale.

Per Washington la priorità rimane, invece, evitare che il confronto con Mosca raggiunga livelli non controllabili; si tratta, in altre parole, di tenere il più possibile sotto controllo le dinamiche dell’escalation, limitando il grado del proprio coinvolgimento ed evitando ‘scatti in avanti’ da parte delle autorità ucraine. È forse in questa scollatura che si possono trovare le origini degli attuali screzi. Sinora, la possibilità di una guerra (relativamente) breve, ha tenuto Kiev e i suoi alleati insieme e ha contribuito a fare passare in secondo piano la diversità dei loro obiettivi. Al contrario, una guerra (relativamente) lunga, se da un lato intacca solo in parte le priorità di Kiev (almeno finché il suo sforzo bellico può beneficiare dell’attuale sostegno), dall’altro mette in tensione quelle dell’amministrazione statunitense. In altre parole, se per il governo ucraino tutto tranne un chiaro successo russo è una vittoria, per la Casa Bianca tutto tranne un chiaro successo politico su Mosca rischia di apparire come una sconfitta. La difficoltà di aggregare e tenere insieme un credibile fronte antirusso rende il problema più complesso.

A questo si sommano le difficoltà interne. A differenza di quanto accaduto ai suoi precessori, il consenso di Joe Biden non ha, infatti, beneficiato dell’effetto ‘rally round the flag’ che l’impegno degli Stati Uniti in una guerra, in genere, porta con sé. Il Presidente è, oggi, meno popolare di quanto non fosse Donald Trump nella stessa fase del suo mandato (39,9% contro 42,1% secondo i dati del sitodi analisi politica fivethirtyeight.com) e, soprattutto, sembra avere perso consensi in quelli che, all’epoca della sua elezione, erano stati bacini di voto forti. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, soltanto Gerald Ford (1974-77), penalizzato dagli strascichi dello scandalo Watergate e del contestato perdono concesso a Richard Nixon, registra un risultato peggiore (39,3%): un fatto, questo, che, unito all’approssimarsi del voto di midterm, può aiutare a spiegare perché l’amministrazione cerchi in qualche modo di riprendere in mano il timone del sostegno a favore di Kiev; un sostegno che, nonostante l’appoggio di cui ha goduto all’inizio, sondaggi recenti danno come sempre meno popolare fra gli elettori.

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Sull'autore

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, International History e Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali. Collabora con vari enti di ricerca e formazione pubblici e privati, fra cui l’ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, dove è Associate Research Fellow per il programma Relazioni Transatlantiche. Fra i suoi ultimi saggi: The Atlantic Alliance, NATO, and the Post-Arab Springs Mediterranean. The Quest for a New Strategic Relevance (2021); Una distensione mancata? L’amministrazione Trump e il nodo dei rapporti con la Russia (2021); Il dilemma del multilateralismo. Washington e il mondo, fra impegno collettivo e “America first” (2019).

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