sabato, Novembre 27

Ucraina, protesta a oltranza field_506ffb1d3dbe2

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Ucraina piazza

Alta tensione in Ucraina. Dopo ore di riunione a porte chiuse tra maggioranza e opposizione, il tentativo di raggiungere un accordo è fallito e si prospettano altre proteste. Nella notte e per tutto il week end.

La promessa di amnistia, per tutti i manifestanti europeisti arrestati nei giorni scorsi, e di sospensione dell’uso della forza del Presidente ucraino Viktor Ianukovich non ha convinto. Il Capo di Stato si è rifiutato di sciogliere il Governo di Mikola Azarov, come preteso dai dissidenti, ribadendo che i colpevoli dell’occupazione degli edifici amministrativi a Kiev devono essere puniti. «Le autorità ucraine hanno rifiutato tutte le richieste avanzate dall’opposizione», ha chiosato il campione di pugilato e leader del partito dell’opposizione Udar, Vitali Klitschko, all’uscita dalla tavola rotonda. «Chi erano questi provocatori? Chi li ha finanziati? Dobbiamo Saperlo», ha ribattuto Ianukovich «i colpevoli devono essere puniti, mentre quelli che sono stati arrestati per caso amnistiati».

Un dialogo tra sordi, mentre a Kiev proseguono le proteste degli europeisti, con oltre 5 mila dimostranti in piazza. Per risolvere la crisi, questa giornata Ianukovich e i tre i leader dell’opposizione Klitschko, Oleg Tiaghnibok e, in via straordinaria Arseni Iatseniuk, leader del partito di Iulia Timoshenko, avevano accettato di sedersi insieme e trattare. 

Ma gli sforzi diplomatici non hanno risolto la crisi. La questione ucraina pende anche sul tavolo dell’Ue: in merito, per il 16 dicembre è in agenda un colloquio tra il Capo della diplomazia europea Cathrine Ashton e il Ministro degli esteri russo Serghiei LavrovNella road map del prossimo vertice Ue-Russia, oltre alla cooperazione economica ed energetica, la sicurezza, la giustizia e la liberalizzazione dei visti ci saranno i temi di Iran, Siria. E, non ultime, le conseguenze del recente vertice Ue di Vilnius sulla cooperazione con l’Est Europa, dove Ianukovich ha congelato la firma dell’accordo di associazione con Bruxelles.

Anche i negoziati con l’Iran subiscono una battuta d’arresto. In mezzo al disgelo tra Washington e Teheran c’è Israele che, anche attraverso l’influenza dei repubblicani al Congresso americano, frena il processo, decollato con l’accordo ad interim sul nucleare del 24 novembre scorso. Mentre il Segretario di Stato americano John Kerry discute a Tel Aviv con il Premier israeliano Benyamin Netanyahu e il leader dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen del progetto dei due Stati e due popoli in Terra santa, a Vienna la delegazione iraniana per il nucleare in trattativa con il Gruppo del 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania) si è alzata dal tavolo e ha fatto rientro a Teheran, «per consultazioni».

Lo stop è arrivato dopo l’annuncio della Casa Bianca di includere nella black list soggetta a sanzioni altre cinque tra società e singoli iraniani. «La mossa degli Usa è contraria allo spirito dell’accordo Ginevra. Esamineremo la situazione e avremo una reazione appropriata», ha commentato uno dei negoziatori Abbas Araghchi. Ashton, coordinatrice del tavolo con il 5+1, ha rassicurato: «Il dialogo riprenderà presto. Lo stop è dovuto alla complessità delle questioni trattate, è chiaro che serve ulteriore lavoro». Ma la Russia tuona: «L’allargamento della lista nera degli Usa della lista nera di persone e imprese che con la loro attività sostengono il programma nucleare di Teheran potrebbe far fallire l’accordo di Ginevra».

Teheran dà intanto «il benvenuto al Ministro degli Esteri italiano Emma Bonino», attesa in Iran, «nei prossimi giorni», come annunciato dalla responsabile della Farnesina. La visita, probabilmente, si terrà tra il 21 e il 22 dicembre e, tra gli altri, Bonino incontrerà il Presidente iraniano Hassan Rohani e il suo omologo Javad Mohammed Zarif.

A Tel Aviv, il Premier Netanyahu si dice pronto al «compromesso storico» con la Palestina, ma a patto che l’Occidente freni l’intesa sul nucleare con l’Iran. La contropartita sull’Iran, verosimilmente, è stata determinante anche per far raggiungere, a Washington, l’ampia maggioranza bipartisan (332 si e 94 no) della Camera dei rappresentanti, a maggioranza repubblicana, per l’accordo sul budget federale Usa del 12 dicembre. Il via libera definitivo del Senato è atteso per la prossima settimana.

Da fonti diplomatiche europee anonime, il quotidiano israeliano ‘Haaretz‘ ha riportato che, il 15 dicembre prossimo, Bruxelles si appresterebbe ad annunciare un piano di assistenza senza precedenti agli israeliani e ai palestinesi, se le due parti sigleranno un accordo di pace finale. Una bozza di risoluzione sarebbe già stata approvata il 12 dicembre nei palazzi dell’Unione europea.
Al termine del faccia a faccia con Kerry, la controparte palestinese ha ribadito il suo no alle «idee» americane su precisi accordi di sicurezza come parte di un’intesa di pace complessiva. Secondo i media palestinesi, l’incontro tra il segretario degli Usa e Abu Mazen si sarebbe interrotto bruscamente, proprio a causa del pressing statunitense su una presenza militare israeliana, per 10 anni, nella Valle del Giordano. Allo stesso modo, Kerry avrebbe anche proposto un’«invisibile ma decisiva» presenza israeliana, al confine tra la Cisgiordania e la Giordania.

In Africa, l’Eliseo è impegnato anche nella campagna militare nella Repubblica centrafricana, dove l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) ha reso noto che, in una settimana, i 
combattimenti e la violenza settaria hanno provocato 159 mila sfollati e 450 morti solo nella capitale Bangui. 

Dopo due anni e mezzo di guerra, sopravvivere diventa sempre più difficile anche in Siria. Ma chi scappa ha un’esistenza altrettanto dura di chi resta. In un duro rapporto, Amnesty International ha denunciato che l’Ue ha «fallito miseramente» nell’accogliere i rifugiati siriani, oltre 2,3 milioni dal marzo 2011: dai dati forniti all’Ong, solo dieci Stati membri si sono offerti per aiutare 12 mila profughi del Paese e tra questi spicca la Germania, con 10 mila posti offerti ai profughi.

Italia e Gran Bretagna sono tra gli assenti, disponendo in cambio l’invio di aiuti umanitari sul posto: circa 1,3 miliardi di euro in spedizioni dall’Europa. Ai Paesi vicini come Giordania, Libano, Turchia e Iraq, l’onere di allestire campi per i rifugiati, spesso con l’aiuto dell’Onu. «Per i Paesi dell’Ue non c’è prospettiva senza integrazione», ha rilanciato il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, alla presentazione del suo libro sull’Europa, «l’Ue deve riacquisire ruolo sul piano internazionale».

L’Asia centrale è in allarme per la conferma ufficiale dell’esecuzione, in Corea del Nord, dell’ex numero due del regimeJang Song-Thaek: potente zio e mentore del giovane leader Kim Jong-un. Al di sotto del 38esimo parallelo, il Governo di Seul «segue molto da vicino la situazione» e, «in alta vigilanza» ha riunito il Consiglio di sicurezza, esprimendo «profonda inquietudine per i recenti sviluppi nella Corea del Nord». Il Giappone monitora con «grande attenzione gli scenari possibili in Corea del Nord». Per gli Usa si tratta di un «altro esempio dell’estrema brutalità della dittatura di Pyongyang».

 

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