lunedì, Aprile 12

Ucraina, presidio di frontiera field_506ffb1d3dbe2

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L’est dell’Ucraina potrebbe svegliarsi russo nel week-end. Il barometro della crisi tra il Cremlino e l’Occidente è salito ancora oltre i livelli di guardia, dopo le indiscrezioni pubblicate dal ‘Wall Street Journal‘. «Quasi 50 mila soldati russi», stando a funzionari Usa bene informati sarebbero ammassati lungo il confine, «pronti per un’offensiva su vasta scala». La strategia del Presidente russo Vladimir Putin, verso il quale Stati Uniti e Unione europea (Ue) hanno perso ormai fiducia, sarebbe quella di «mimetizzare i suoi soldati, creando linee di rifornimento, per un dispiegamento di lungo periodo». 

La Nato, pronta per l’insediamento del nuovo Segretario generale – l’ex Premier norvegese Jens Stoltenberg al posto dell’uscente Anders Fogh Rasmussen – reagirà alzando una nuova Cortina di ferro con Mosca. Per i rapporti d’intelligence americani tuttavia non è ancora chiaro se l‘ex Capo del Kgb abbia inviato i soldati alla frontiera davvero per espandere il territorio ucraino conquistato oppure solo per un bluff dimostrativo: «Dipende cosa deciderà di fare. La vera domanda è se la decisione politica è già stata presa o no», riporta il quotidiano americano. Fonti qualificate dell’Amministrazione Usa stimano «troppo alto» il dato di Kiev di «100 mila soldati russi» al confine. «Tuttavia», ammoniscono gli strateghi Usa, «non è un problema di numeri: la metà di loro è già abbastanza e in grado di essere pericolosa».

Da Mosca, il Cremlino smentisce l’assembramento al confine: «Le missioni internazionali con i rappresentanti ucraini ed europei del marzo scorso non hanno scoperto alcuna nostra preparazione aggressiva, oltre a quella dichiarata». Però il deposto Capo di Stato Viktor Ianukovich, riparato in Russia, ha richiamato a «istituire un referendum in ogni regione», anziché le presidenziali del 25 maggio prossimo. Temendo il doppio gioco, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha invitato Putin a «ritirare le truppe al confine e aprire i negoziati diretti con il nuovo esecutivo di Kiev e la comunità internazionale». «Gli Usa non hanno alcun interesse ad accerchiare i russi, rifiutiamo l’idea di una sfera di influenza che giustifichi Mosca a invadere altri Paesi», ha aggiunto l’inquilino della Casa Bianca in un’intervista alla tivù americana ‘Cbs‘. 

Anche la Cina si tiene alla larga da futuri conflitti tra est e ovest. In visita di Stato a Berlino, il Presidente Xi Jinping non ha voluto difendere apertamente l’alleato russo: «Sull’Ucraina Pechino, che peraltro rispetta la sovranità degli Stati, si attiene al principio di non interferenza». Obama, reduce dalla due giorni di Roma, ha invece raggiunto l’Arabia Saudita: «Papa Francesco è un uomo meraviglioso. Ha un grandissimo senso dell’umorismo. La sua semplicità e la sua fede nel potere della spiritualità sulle cose materiali si riflette in ogni cosa che fa», ha detto al termine dell’incontro con il Santo padre in Vaticano, «la sua gentilezza è coerente con la mia comprensione degli insegnamenti di Gesù».

A Roma, l‘Italia festeggia il sì della Corte suprema indiana al ricorso dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone contro l’uso della legge antiterrorismo (inclusiva della pena di morte) del reparto della polizia Nia e per la sospensione del processo a loro carico presso il Tribunale speciale di New Delhi. Il legale dei due fucilieri della Marina Mukul Rohatgi, è «molto soddisfatto per l’accoglimento, che blocca la presentazione dei capi d’accusa dell’antiterrorismo della Nia». E, dopo la sentenza, il Governo Renzi ha rivendicato «con forza la giurisdizione italiana sulla vicenda, chiedendo l’immediato ritorno dei militari della Marina nel Paese». Secondo fonti legali, nell’udienza la Corte indiana avrebbe «contestato in toto il diritto dell’India a condurre l’inchiesta e a giudicare i marò». Un sollievo per i famigliari di Latorre e Girone, agli arresti in India da oltre due anni.

In Asia, non trovano invece pace le 239 vittime del Boeing 777 della Malaysia Airlines, scomparso dai radar nella notte tra il 7 e l’8 marzo scorso, e i loro famigliari. Dopo oltre due settimane di vuoto nelle ricerche dei rottami, i mezzi di ricognizione si sono spostati di circa 1.100 chilometri a nord-est nell’Oceano indiano. Una variazione non da poco nell’indirizzare le esplorazioni, ma per l’Agenzia australiana di sicurezza marittima la «nuova pista emersa è credibile. Le ultime informazioni di cui disponiamo si fondano sull’analisi continua dei dati radar, tra il Mar cinese meridionale e il distretto di Malacca, prima della perdita del contatto dell’apparecchio». Stando ai dati più recenti, «l‘aereo volava più veloce di quanto stimato» e avrebbe consumato «un maggior carico di carburante, riducendo la distanza possibile percorsa verso sud». Anche un satellite giapponese, intanto, ha avvistato una decina di oggetti galleggianti circa 2.500 chilometri a sudest dalla città australiana di Perth, «molto probabilmente» appartenenti al volo Mh370 malese nella stessa zona di rilevamento di resti, di altri satelliti, nei giorni scorsi. Numerosi oggetti di colori diversi, verosimilmente appartenenti al Boeing 77, sono stati infine rilevati anche da cinque aerei australiani, nella nuova fascia di Oceano indiano alla quale sono state estese le ricerche.

In Turchia, il Premier Recep Tayyip Erdogan è sulle spine per l’esito delle comunali del 30 marzo, test elettorale cruciale per le presidenziali dell’agosto prossimo. Il leader dei conservatori islamici dell’Akp (Giustizia e sviluppo) è alla prova del nove in contemporanea con il doppio turno delle amministrative in Francia che hanno stroncato i socialisti di Francois Hollande. Dopo aver bloccato Twitter, il Premier turco nel ciclone per il maxi scandalo della Tangentopoli sul Bosforo e le leggi liberticide ha fermato anche l’accesso a Youtube, in seguito alla diffusione sulla piattaforma di un nuovo audio compromettente

In calo dall’impennata di consensi del 2011 (50%), l’Akp è dato dai sondaggi comunque al primo posto sopra del 37%. Tuttavia Erdogan non è sua forma migliore alla fine della corsa: il 27 e il 28 marzo ha cancellato due comizi e un’intervista tivù, ufficialmente per riposarsi nella sua casa di Istanbul. Perdere l’amministrazione della metropoli sul Bosforo di oltre 12 milioni di abitanti, epicentro delle proteste di piazza Taksim, pur mantenendo la maggioranza dei voti per l’ex sindaco di Istanbul sarebbe uno smacco enorme.

Nel mondo islamico si protesta anche in Egitto, dove è scorso nuovo sangue. In un quartiere al nord del Cairo, la giovane giornalista Mayada Achraf, 20 anni, è morta colpita da alcuni proiettili, mentre stava assistendo a uno dei tanti cortei dei Fratelli musulmani, in difesa del deposto e imprigionato Presidente Mohammed Morsi. Altri due dimostranti hanno perso la vita nella capitale e almeno altri 10 sono rimasti feriti. Mentre piazza Tahrir festeggiava la discesa in campo del generale Adebl Fattah al Sisi per le presidenziali in programma nei mesi prossimi, terminata la preghiera del venerdì le forze di sicurezza hanno fermato decine di manifestanti ai cortei della Fratellanza e 41 sospetti terroristi sono stati arrestati nel Sinai.

 

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