lunedì, Maggio 16

Ucraina: perché non diciamo ‘Putin idi domoy’? Il precipizio cui la classe politica italiana di tutta evidenza mostra di non rendersi conto è costituito da una guerra che a detta di tutti, è destinata a durare a lungo

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Il Covid prima (incredibile, vero, che un virus sia riuscito a mettere in ginocchio per due e passa anni il mondo intero?), l’aperto conflitto scatenato da Vladimir Putin contro le aspirazioni alla democrazia e alla libertà dell’Ucraina, una cosa, dimostrano e hanno rivelato: la sostanziale ‘nudità’ costituita dal ‘re’ classe politica italiana nel suo complesso. Una classe politica che ricorda una canzonetta cantata nel 1968: “Ma Pippo, Pippo non lo sa” da Rita Pavone. Questo “Pippo”, “quando passa ride tutta la città… e lui si crede bello / come un Apollo / e saltella come un pollo…”. Un Pippo che fa tutte le cose a rovescio: giacca sopra il cappotto, camicia sopra il gilè, calze sopra le scarpe, e “serio serio se ne va per la città…”.

  Oggi ci si rende conto, ogni giorno, di quanto sia inconsistente la classe politica di questo Paese, incapace di comprendere quello che si agita e percorre il Paese (e l’Europa), e di conseguenza operare. Per dire: come non essere colpiti e commossi da quanto accade in queste ore in Ucraina? Quelle interminabili colonne di profughi al freddo e al gelo, che si ammassano in Polonia, Romania e fuggono dalla guerra sono un qualcosa che strazia. Quelle donne, quei bambini, quei vecchi, a parte il pigmento della pelle, in cosa sono differenti da quelli che ‘popolano’ i barconi e attraversano il Mediterraneo, o i Paesi balcanici? Nei loro occhi c’è la stessa paura, disperazione, orrore per quello che hanno patito; la stessa speranza di vivere un’altra vita. Eppure il leader di un partito di governo, Matteo Salvini, di fronte a questa tragedia, si sente di dire che gli ucraini sono ‘veri’ profughi, a differenza degli altri, che sarebbero ‘falsi’: quelli che a prezzo di infinite fatiche e sofferenze attraversano il deserto del Fezzaninfuocato, e sfidano il Mediterraneo su barchini. 

   Non mancano le proposte pittoresche: come quella di organizzare una sorta di marcia della pace da tenere sotto le bombe, a Kiyv. Sempre Salvini. Poco prima, ad Assisi, con il consueto rosario in mano, ha pregato con i frati nella chiesa affrescata da Giotto; avrà forse orecchiato di Francesco cheammansisce il lupo, e ha pensato di adattare la storia; solo che la tana del lupo è a Mosca, non a Kiyv.

 Peccato che nessuno (non solo Salvini) propongauna manifestazione sulla piazza Rossa di Mosca a fianco degli ‘eroi’ russi che già le fanno, e per questo vengono picchiati e arrestati. E’ successo, in passato: ai tempi dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, azioni simultanee nelle capitali del comunismo reale: a Sofia, Marco Pannella, Silvana Leonardi, Antonio Azzolini, Marcello Baraghini, si fecero arrestare dai kapò bulgari; e molte altre volte, altri, dopo.

  Se il centro-destra annaspa nelle sue ambiguità (nei giorni scorsi si è documentato come Salvini, ma anche Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi), vedessero in Putin un modello da ammirare, invidiare  e seguire), il centro-sinistra è a bordo di una barca diversa, ma non troppo. Scendono in piazza e scandiscono “Vogliamo la pace”; seminano dubbi, perché “anche la NATO, gli Stati Uniti, l’Occidente hanno le loro responsabilità”; e per alcuni, aggressori come Putin e aggrediti, come gli ucraini, tutto sommato sono la stessa cosa. Vai a capire perché è così difficile scandire: ‘Putin idi domoy’; eppure un tempo lo si urlava: ‘Yankee, go home’

  Ancora si nutre fiducia nella persona del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e nel Presidente del Consiglio Mario Draghi; ma per quel che riguarda il resto? Se Alessandra Ghisleri, esperta come pochi in rilevamenti demoscopici, provasse a chiedere: tra Berlusconi, Conte, Letta, Meloni, Renzi, Salvini, chi buttate giù dalla torre, la stragrande maggioranza degli interpellati risponderebbe: “La torre”.  

   Siamo un po’ tutti sull’orlo di un precipizio, e in precario equilibrio. Non tanto, non solo, per il rischio di un allargamento del conflitto e il possibile uso di ordigni atomici; questa è una follia che neppure dei folli possono mettere in essere, non foss’altro perché la catena di comando non è nelle mani di un singolo. 

  Il precipizio cui la nostra classe politica di tutta evidenza mostra di non rendersi conto è costituita da una guerra che a detta di tutti, è destinata a durare a lungo; lutti e violenze a parte, significa molti milioni di profughi in fuga dall’Ucraina in fiamme: abbandonano il loro paese con poco più dei vestiti che hanno in dosso. Accoglierli è un dovere; avranno bisogno di assistenza di ogni tipo, fisica e psicologica: di un tetto, di cure, di cibo, lavoro, istruzione per i bambini, possibile integrazione. L’Italia farà certamente la sua parte, accogliendone migliaia. Non sarà però sufficiente l’individuale “buon cuore” dell’italiano “brava gente”. Ci sono solo tre organizzazioni in grado di garantire efficienza e assistenza necessaria: l’esercito, la protezione civile, la chiesa. Chissà se qualcuno pensa di individuare un possibile generale Francesco Paolo Figliuolo che se ne occupi, senza passare prima per un Domenico Arcuri.

   Quanto al resto: appare evidente che la storia, anche quella recente, insegna poco, e male. E’ di inizio anno fa l’intervento russo in Kazakistan. C’è bisogno già di rinfrescare la memoria? E’ lo stesso Putin che oggi ha scatenato l’inferno in Ucraina. Anche in Kazakistan opera con il pugno di ferro: arrivano le teste di cuoio. Nessuno sa calcolare esattamente il numero delle vittime, di certo sono centinaia, migliaia le persone arrestate di cui si è persa ogni traccia. L’ordine è perentorio, l’obiettivo è riprendere il controllo totale su quella regione chiave, ricca di gas e di uranio. Il presidente fantoccio Kassym Jomart Tokayev sigilla il Kazakistan: niente più voli, niente più internet, frontiere chiuse, sospesa la Borsa, lunghe file al Bancomat… Atterrano i Tupolev, sbarcano gli “spetsnaz”. Anche lì: “missione di pace”, “operazione antiterrorismo”. Non si parla di nazisti, che in Kazakistan farebbe un po’ ridere; al loro posto “i terroristi islamici”.

  Tra i non molti che avvertono la gravità di quello che accade, un generale, comandante della NATO all’epoca dell’intervento in Kosovo (anche quella, come in Cecenia, una guerra “alle porte di casa”, nel “cuore dell’Europa”). Si chiama Wesley Clark. Gli chiedono cosa sono andati a fare i russi. “Il signor Putin”, risponde il generale, “vuole essere sicuro di conservare il controllo del Kazakistan. L’ambizione della sua vita è ristabilire il predominio sull’Eurasia che aveva l’Unione Sovietica. Finora non è stata capace di farlo, ma sfrutta ogni occasione per provarci. Perciò ha assalito l’Ucraina, allo scopo di ricostruire la sfera d’influenza di Mosca nell’Europa orientale. Ora ci sono problemi in Kazakistan, e naturalmente ha reagito con forza e rapidità per tenere in piedi il regime amico e riaffermare il controllo sui territori dell’ex impero sovietico nell`Asia centrale”.

  Dichiarazione precisa, affilata, del 7 gennaio scorso. Una previsione: “Sarà un’azione militare molto violenta, condotta insieme da forze speciali e non convenzionali, per eliminare la gente che sta dietro alle proteste in Kazakistan… l’interesse di Putin è che il regime resti in piedi, ma come un pupazzo di Mosca. Perché la caduta di Tokayevsarebbe un segnale molto negativo non solo per le ambizioni imperiali di Putin, ma anche per la sua stessa presa sulla Russia”. Non manca un pensiero per quello che già si prepara in Ucraina: “L’obiettivo è andare oltre Kiev, per colpire gli Usa e la loro leadership nella Nato”.

  La repressione in Kazakistan almeno alle orecchie delle cancellerie doveva suonare a monito, e in particolare per tutti gli altri quattordici Stati ex sovietici, inclusi i tre Baltici entrati nell’Unione Europea. Lo zelante pupazzo al servizio di Mosca, il dittatore bielorusso Aleksandr Lukashenko si presta, volenteroso, a ventriloquo: “Il Kazakistan non si poteva dare via, regalare alla Nato, come l’Ucraina”. Non meno chiaro il sogno-programma di Putin: ricostruire un nuovo impero, il ritorno dell’URSS.

  Tutto chiaro, detto, teorizzato. Certo, occorre avere occhio che veda e non si limiti a guardare; orecchio che sia capace di udire, ascoltare; e capacità, volontà di capire. Se no si è come quel re che passeggiava nudo auto-convinto d’essere elegantemente vestito, fino a quando non arriva lo sfrontato ragazzino a dire, sghignazzando, che “è nudo”.

  Sacrosante le misure e le restrizioni adottate nei confronti del regime russo. Ovvio che queste comportino sacrifici. Prezzo di materie prime, gas e benzina, lo stresso cibo quotidiano, schizzato alle stelle. Perché benzina raffinata con mesi di anticipo (e dunque pagata mesi addietro), aumenti già subito, è un mistero. E’ bene comunque sapere ogni volta che un automobilista fa il pieno, paga delle accise; Iva a parte, sono diciassette: finanziamento per la guerra d’Etiopia 1935-1936; finanziamento crisi di Suez, 1956; finanziamento disastro del Vajont 1963; finanziamento per l’alluvione di Firenze 1966; finanziamento per il terremoto del Belice 1968; finanziamento ricostruzione terremoto Friuli 1976; finanziamento ricostruzione terremoto Irpinia 1980; finanziamento guerra del Libano 1983; finanziamento missione in Bosnia 1996; rinnovo contratto auto-ferrotranzieri del 2004; acquisto autobus ecologici, 2005; terremoto de L’Aquila, 2009; finanziamento alla cultura 2011; emergenza immigrati dopo la crisi in Libia, 2011; alluvione in Liguria e Toscana, 2011; decreto Salva Italia, 2011; terremoto in Emilia, 2012… Ecco: qui non c’entra Putin, la guerra: qui si pagano tasse per eventi che sono finiti, conclusi. Ma si continua a mettere le mani nelle tasche del contribuente. Quell’accise in origine destinata per la guerra d’Etiopia, ora da chi e come viene impiegata? E soprattutto: perché?

  Si dice che ogni popolo ha la classe politica che si merita. Gli italiani meritano davvero così poco?

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