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Ucraina: paura e delirio nel Donec field_506ffb1d3dbe2

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Martedì 24 giugno il Presidente russo Vladimir Putin «in seguito all’inizio dei colloqui trilaterali sulle tensioni nell’area orientale dell’Ucraina, ha proposto al Consiglio federale di annullare la risoluzione del 1° marzo 2014 relativa all’impiego delle Forze armate russe in Ucraina per la normalizzazione della situazione socio-politica di tutta l’area»; lo avrebbe riferito il portavoce Dmitry Peskov, secondo quanto riportato da ‘Itar Tass’.

Il vice Presidente della Commissione Affari esteri della Camera alta del Parlamento, Andrei Klimov, ritiene che l’attuale interesse russo in Ucraina si ricolleghi al periodo di normalizzazione che è appena iniziato. Secondo molti, la decisione è da interpretarsi anche in relazione ai negoziati di Vienna per la costruzione del South Stream.

Pochi giorni prima, il 20 giugno, il Presidente Petro Poroshenko è arrivato nell’est dell’Ucraina e ha firmato un decreto sul cessate il fuoco temporaneo:  «Questo provvedimento serve a garantire ai terroristi che possono deporre le armi e che quelli che non lo faranno, saranno annientati».

Nel suo appello ai cittadini ucraini il Presidente Poroshenko ha sottolineato che l’Ato (Anti terrorist operation) rappresenta la più ambiziosa operazione militare della storia moderna del Paese. «Dobbiamo stimare con la maggiore precisione possibile numero di vittime tra i militari ucraini e tra la popolazione civile del Donec, che in effetti è ostaggio dei miliziani. Ecco perché ho ​​proposto un piano di pace. Siamo pronti a ripristinare l’integrità territoriale con ogni metodo, dando priorità alla via della pacificazione».

Kiev ha iniziato le operazioni militari a metà aprile, nel tentativo di riprendere il controllo dei centri urbani in mano ai separatisti armati. L’Ato, che si è trasformata in una vera e propria guerra, prosegue da più di due mesi, ma la crisi nell’Ucraina orientale si è aggravata. Secondo dati ufficiali, 147 soldati ucraini sono stati uccisi e 267 sono stato feriti dall’inizio dell’Ato. I dati sono stati resi pubblici il 18 giugno dal capo del Dipartimento sanitario del Ministero della Difesa Vitaly Andronati attraverso l’agenzia di stampa ‘Interfax-Ucraina’. Il numero esatto dei separatisti uccisi è sconosciuto, ma si presume che possa superare il migliaio. Ci sono prove della morte di alcuni civili, tra cui quattro bambini, secondo quanto recentemente segnalato al Ministero della Salute sulla base di analisi forensi, riferisce ancora ‘Interfax‘ Ucraina.

Il 14 giugno nei cieli dell’aeroporto di Lugansk i terroristi hanno abbattuto un Il-76, aereo da trasporto strategico ucraino, con a bordo quaranta soldati ucraini e nove membri dell’equipaggio. Si è trattato di una sorta di punto di rottura nelle relazioni tra Ucraina e Russia. Lo stesso giorno centinaia di cittadini di Kiev hanno manifestato davanti all’Ambasciata russa nella stessa città, chiedendo la fine delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, lanciando uova e sassi contro l’edificio e vandalizzando le auto del personale diplomatico russo.

Il Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy nel corso della conferenza stampa dopo il  G7 a Bruxelles ha dichiarato: «In linea generale, riteniamo che il governo ucraino e il presidente abbiano il diritto di ristabilire l’ordine e che lo facciano mantenendo un basso profilo».

Per contro, la Russia ha chiesto la cessazione dell’operazione antiterrorismo definita dalle agenzie di stampa russe come una ‘azione punitiva’. Per la Russia era, ed è, conveniente mantenere l’Ucraina orientale nell’instabilità, tanto quanto è conveniente l’esistenza delle autoproclamate e non riconosciute repubbliche popolari di Donetsk (Dpr) e Lugansk (Lpr). Entrambe le situazioni contribuiscono a rallentare le riforme e lo spostamento dell’Ucraina verso l’Unione Europea. Contrariamente a quanto avvenuto in Crimea, la Russia non ha alcuna fretta di attaccare Donetsk e Lugansk. In precedenza, dopo l’incontro con il Presidente svizzero, attualmente a capo dell’OSCE, Didier Burkhalter, Putin aveva esortato i separatisti russi a svolgere un referendum. In primo luogo il Donec è una regione sotto sovvenzione e svolgere il referendum vorrebbe dire spendere una grossa cifra. Negli ultimi anni il Donec ha ricevuto dalle casse dello Stato il doppio di quanto abbia versato nelle stesse, e l’industria carbonifera è stata sostenuta con 1,5 miliardi di dollari.

Gran parte dell’opera di discredito nei riguardi dell’Ato è stata portata a termine dai  media russi che hanno ripetutamente sottolineato la brutalità dell’Esercito ucraino nei confronti della popolazione locale, il Cremlino accusa l’Ucraina di violare gli accordi di Ginevra. L’Unione Europea ha continuato a invitare la Russia a fermare le azioni dei separatisti ed eseguire l’accordo di Ginevra per risolvere la crisi immediatamente in Ucraina.

La maggior parte delle forze terroristiche filo-russe in Ucraina orientale è costituita da mercenari. Quasi tutti i combattenti vengono da Transnistria, Ossezia, Cecenia, Abkhazia e Russia. In precedenza, quelli apparsi sullo sfondo del movimento separatista erano assassini vicini alla ‘famiglia’, ambiente politico e commerciale più vicino dell’ex Presidente ucraino Viktor Yanukovych e a suo figlio Alessandro, percepiti come una sorta di oligarchia. Nella regione di Lugansk, molti combattenti sono associati a  figure importanti del Partito delle Regioni, come Efremov. Col passare del tempo ai militanti si sono unite persone del posto, attratte e ormai fedeli all’idea della legittimità della lotta contro la Kief Junta.

Secondo l’ex capo dell’Ufficio del procuratore generale dell’Ucraina, Oleh Makhnitsky, l’ex Presidente Viktor Yanukovich e il suo entourage avrebbero portato in Russia almeno 32 miliardi dollari che sarebbero serviti a finanziare i massacri e il separatismo. Allo stesso modo, l’uomo più ricco in Ucraina, Rinat Akhmetov è stato accusato di aver finanziato due terzi dei separatisti filo russi, come ha dichiarato alla ‘Rossiyskaya Gazeta’ il Governatore del popolo del Donec, Pavel Gybarev. Akhmetov per molto tempo ha taciuto sulla cosa.

La sua dichiarazione sul fatto “che le autorità dovrebbero ascoltare Donbas” sembrano un invito alla negoziazione. Akhmetov non vuole che il sistema cambi. In ogni caso non è interessato a che il Donbas diventi parte della Russia. Questo comporterebbe l’acquisizione di miniere che oggi sono completamente sotto sussidio e la Russia non intende assumersi questo onere. Anche le miniere nella regione russa di Rostov stanno chiudendo un po’ per volta.

Secondo il Presidente del sindacato dei minatori del Bacino del Donec, Mykola Volynko, nella regione di Rostov, in Russia, sono rimaste attive solo tre miniere di carbone su sessantaquattro. Anche quelli rimaste nella regione di Tula poche. «Oggi i minatori sono stanchi di tollerare il disordine e l’abuso di diritto. La gente vuole che la pace e la tranquillità vengano al più presto» ha dichiarato nel corso di un briefing al Crisis Media Center ucraino. In queste circostanze, le miniere del Donec dovrebbero essere chiuse. Si comprende molto bene dagli stessi minatori, che costituiscono la maggioranza della popolazione del bacino. Uapress.info facendo riferimento al servizio stampa del Ministero dell’Energia e delle Miniere ha riferito che tutte le miniere dell’area sono  operative.  Questo recente patriottismo verbale di Akmetov è causato dalla paura di perdere i suoi beni aziendali.

Akhmetov ha già sperimentato perdite nella sua attività quando i separatisti hanno bloccato i lavori della ferrovia di Donetsk. Il 21 giugno scorso i militanti hanno derubato una delle più grandi miniere dello stesso  Akhmetov, la miniera Komsomolets del Donec, come ha riferito l’ufficio stampa del Dtek (Donec Fuel and Energy Company).

Mentre una rivoluzionecriminale regna in tutta l’area del Donec, tutti gli attivisti pro-ucraini sono costretti a lasciare la regione. I separatisti o, come loro stessi si definiscono, la milizia del Dpr, rapinano le banche locali, le vetture del trasporto valori e i supermercati. Anche i giornalisti corrono gravi pericoli, perché non possono fornire informazioni precise per la mancanza di accreditamento della Dpr e perché spesso sono minacciati, rapiti e torturati.

Un noto blogger e giornalista di Donetsk, costretto ad abbandonare la città, ha riferito che i militanti non permettono ai giornalisti ucraini di coprire gli eventi nelle regioni orientali e ha spiegato che, in generale, la popolazione locale non supporta i militanti, ma che neanche simpatizza per il Governo centrale: «Nel Donec c’è una varietà di stati d’animo, c’è rabbia in Ucraina e alcuni desiderano che la Russia possa venire a salvarli. C’è un numero enorme di persone che si oppone ai militanti della  Dpr, perché è già chiaro che si tratta di una banda di predoni e criminali».

Con l’intensificarsi delle azioni antiterrorismo, i cittadini sono stati costretti a fuggire per paura di essere vittime casuali dei combattimenti. Fin dall’inizio della crisi nell’Ucraina orientale, il Donec era abbandonata soprattutto dagli attivisti pro Ucraina, per i quali restare lì sarebbe stato un rischio a causa dei governi popolari. Ma di recente su giornali e social network sono apparse informazioni sui rifugiati che sarebbero non solo patrioti, ma anche sostenitori delle repubbliche popolari.

Nel complesso, secondo i dati delle Nazioni Unite e delle autorità ucraine la quantità di rifugiati che sono costretti a lasciare la zona di conflitto è di circa 34 mila persone. Secondo ‘Novoye Vremya’, rifacendosi all’ufficio stampa della Sicurezza Nazionale e del Consiglio della Difesa ucraino, le azioni dei militanti hanno interrotto significativamente la regolarità della vita di Donetsk, Kramatorsk, Makeevka e di diverse altre città nell’oriente del Paese. Gli ospedali non funzionano, il lavoro delle ambulanze è disordinato e la fornitura idrica è limitata. Centri di accoglienza per i rifugiati sono stati organizzati in diverse Regioni d’Ucraina; la Regione di Lviv ha già accettato circa 2500 persone e ha ricevuto 13,5 di grivne (non può essere, c’è un errore, manca qualche cifra) come aiuto materiale da parte delle Nazioni Unite.

Contrariamente a quanto avvenuto in  Crimea, rifiutare l’identità storica del Bacino del Donec è impossibile. Secondo l’ultimo censimento del 2001, il numero di russi nell’area è non più di un terzo della popolazione, e a Lugansk più della metà della popolazione ucraina riconosce il russo come lingua madre (il 50,4% della popolazione).

Il Donec è diventato filo russo negli ultimi vent’anni, ma rimangono ancora intere zone dove la popolazione aderisce alle posizioni filo ucraine. Il Bacino del Donec è sempre stato una zona particolare parte dell’Ucraina. In primo luogo, era famosa non solo per le attività legate al carbone e alla metallurgia, e nemmeno perché ha dato i natali all’ex Presidente e attuale latitante Yanukovich, ma soprattutto per una forte identità locale della popolazione, identità talmente forte da aver portato all’attuale situazione nell’oriente del Paese.

Naturalmente, Donetsk e la regione di Lugansk sono abbastanza diverse, ma questo non significa che supportino del tutto gli attivisti russi e la politica di Putin. Dati dell’ultima indagine condotta dall’Istituto internazionale di Sociologia di Kiev effettuata nell’aprile del 2014, mostrano che sebbene il livello del sentimento filo-russo nel Donec risulti essere superiore rispetto ad altre zone, molte persone non lo percepiscono come imposto dalla stessa Russia.

Quando è stato chiesto alle popolazioni che cosa avrebbero fatto in caso di invasione delle truppe russe nella regione sud-orientale dell’Ucraina, il 55,4% dei residenti nella regione di Donetsk  e il 43,2% di Luhansk ha risposto che sarebbero rimasti a casa cercando di non essere coinvolti negli eventi. Invece, 12,6% e 11,7%, rispettivamente nelle regioni di Donetsk e Lugansk, ha risposto che avrebbe sostenuto l’ingresso delle truppe russe. Percentuali maggiori rispetto a chi si è dichiarato pronto a impegnarsi nella resistenza armata agli invasori (circa il 10% per ogni regione).

La situazione resta difficile e le nuove autorità si trovano ad affrontare gravi problemi per fermare lo spargimento di sangue nell’est dell’Ucraina, per preservare l’integrità del Paese e per instaurare un dialogo politico ed economico completo tra l’Oriente e il Governo centrale ucraino. Uno dei capi dei centri di coordinamento del Donec, Oleh Saakyan, durante una sua conferenza stampa presso il Crisis  Media Center ha dichiarato l’importante della mediazione dei politici per organizzare un dialogo tra il Centro e l’Oriente.

Traduzione di Francesca Penza

 

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