sabato, Aprile 10

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Rimane alta la tensione in Ucraina, dove non cessano le manifestazioni di Piazza dell’Indipendenza. Stamattina erano infatti ancora migliaia i cittadini opposti al Governo che si trovavano o nella ‘Maidan’ o nella Via Hruševs’kyj, sede delle maggiori istituzioni nazionali. Nessuno scontro, ma oggi scadeva l’ultimatum lanciato dall’opposizione al Presidente Viktor Janukovič, volto ad ottenere nuove elezioni. Uno dei leader dell’opposizione, l’ex pugile Vitalij Kličko, aveva chiaramente affermato che, qualora Janukovič non avesse risposto, i manifestanti sarebbero «passati all’offensiva», pur nella consapevolezza di una reazione armata da parte delle forze dell’ordine. Tuttavia, proprio il dirigente dell’Alleanza Democratica Ucraina per la Riforma ha in seguito annunciato una tregua di otto ore concordata col Governo, che terminerà alle 20 (le 19 in Italia), quando verrà reso noto l’esito dei negoziati che stanno avendo luogo tra le due parti. In chiusura d’articolo, pare che il Parlamento deciderà delle sorti del Governo il 28 gennaio.

Nel frattempo, la comunità internazionale segue la situazione con apprensione e prepara le proprie strategie per scongiurare un ulteriore peggioramento. Dal versante europeo, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha indicato che sarebbe sbagliato il ricorso a sanzioni, benché esprima, più che preoccupazione, «indignazione». In serata, il Presidente della Commissione Europea José Barroso ha telefonato al Presidente ucraino, mentre domani il Commissario Stefan Fule sarà a Kiev. Va ricordato che le manifestazioni nascono nell’autunno scorso proprio per il ritiro di Kiev dai negoziati per l’Accordo di Associazione con Bruxelles. Dal versante orientale, anche il Cremlino esprime indignazione, ma per l’ingerenza dei Governi occidentali nelle faccende ucraine. «Gli interventi dall’esterno nei processi interni a Kiev», ha infatti dichiarato il portavoce della Presidenza russa, sarebbero causa di «dispiacere e sdegno» per Mosca. Per proprio conto, la Russia annuncia di non voler interferire con le decisioni di un Paese definito «fratello». Potrebbe perciò cadere nel vuoto l’invito lanciato in queste ore dall’ex Presidente sovietico Michail Gorbačëv perché Cremlino e Casa Bianca cooperino nella ricerca di una soluzione.

La diplomazia internazionale, del resto, sta già faticando non poco per raddrizzare il tavolo di pace sulla Siria, apertosi ieri a Montreux. Dopo che la prima giornata si è chiusa sulla divisione sul destino del Presidente Baššar al-Asad, la cui decadenza è considerata necessaria dal Segretario di Stato statunitense John Kerry per dare una svolta alla situazione del Paese, oggi sono emersi i dati dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, secondo cui sarebbero circa 1400 i morti nelle tre settimane di scontri interni alle milizie di opposizione. Proprio a questo proposito si è espresso anche il leader di al-Qāʿida, Ayman al-Zawahiri, invocando l’unità di tutti i combattenti opposti ad al-Asad: una delle due fazioni, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, è infatti collegata al noto movimento fondamentalista. Nonostante gli scontri, il Ministro degli Esteri italiano Emma Bonino ha dichiarato di non ritenere valida l’opzione militare. Da Davos, dal lato opposto del Lago di Ginevra, il Presidente iraniano Hassan Rouhani ha invece sostenuto che la soluzione migliore consista nell’indire «libere e democratiche elezioni».

Proprio oggi, John Kerry ha peraltro affermato che vi sarebbero molte possibilità per coinvolgere Teheran nei negoziati di «Ginevra II», in quanto «l’Iran ha certamente la capacità per essere d’aiuto e fare la differenza», una posizione alquanto stridente con le pressioni esercitate dagli stessi Stati Uniti sul Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon per ritirare il suo precedente invito ai negoziati lanciato allo Stato persiano. Al momento, però, Rouhani è impegnato a rivendicare davanti al Forum Economico Mondiale il diritto del suo Paese ad un’energia nucleare «pacifica». Oltre ad apprezzare il miglioramento dei rapporti con Washington, il Presidente iraniano ha detto di voler migliorare i rapporti anche con l’Unione Europea e di sperare che il possibile sviluppo economico del Paese possa essere oggetto di attenzione da parte delle compagnie occidentali. Ha inoltre sostenuto di non vedere impedimenti al raggiungimento di un accordo accettabile col gruppo del 5+1, formato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania.

Germania che potrebbe lanciare una nuova ‘dottrina’ sul fronte mediorientale con l’adozione di una «clausola territoriale» nella cooperazione scientifica con Israele. Stando a quanto riportato dal quotidiano ‘Haaretz’, infatti, Berlino avrebbe intenzione di escludere dai finanziamenti elargiti ad aziende high-tech israeliane quelle situate negli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. In realtà, una decisione simile era già stata presa a livello comunitario nell’ambito del Programma Quadro europeo Horizon 2020, ma la mossa di Berlino estenderebbe ora il criterio anche al settore privato, causando i timori israeliani.

Tornando alla Russia, continuano le ‘liberazioni eccellenti’, di cui quella più recente ed eclatante aveva riguardato l’ex oligarca Michail Chodorkovskij, amnistiato su impulso del Presidente Vladimir Putin. Oggi le porte del carcere si sono aperte per Platon Lebedev, collaboratore dello stesso Chodorkovskij e con lui condannato nel 2005 per evasione fiscale. In questo caso, però, non si è trattato di una concessione presidenziale, bensì di una decisione della Corte Suprema che, attraverso una riduzione della pena, ha reso possibile la scarcerazione. A tenere banco in Russia sono però le Olimpiadi Invernali, che avranno luogo fra due settimane a Soči. Due i rischi per l’evento: il primo, stigmatizzato oggi dal portavoce del Cremlino, è il comportamento «spudorato» di «alcuni Paesi» occidentali, volto a «screditare politicamente» la manifestazione; il secondo, il rischio terroristico. Il Primo Ministro Dimitri Medvedev ha infatti dichiarato che il terrorista ceceno Doku Umarov sarebbe ancora vivo, nonostante le dichiarazioni in senso opposto del Governatore della Cecenia Ramzan Kadyrov.

Se la questione siriana sembra ancora lungi dall’essere risolta, oggi è stato firmato ad Addis Abeba l’accordo su «cessazione delle ostilità e questione dei detenuti» fra le fazioni in lotta in Sud Sudan. I ribelli guidati dall’ex Vicepresidente Riek Machar hanno infatti chiesto, per porre fine al conflitto etnico che sta insanguinando il Paese, la liberazione di 11 importanti personalità politiche arrestate con l’accusa di voler preparare un colpo di Stato, oltre al ritiro delle truppe ugandesi, alleate dell’esercito regolare. La firma del cessate il fuoco è giunta in serata, ma alla giovane Repubblica ci vorrà comunque di più per riprendersi: secondo Unicef Italia, gli sfollati sono ormai più di mezzo milione.

Gli scontri proseguono anche in Egitto, dove in giornata hanno perso la vita uno studente sostenitore del Presidente deposto Mohamed Morsi e cinque poliziotti. E, benché oggi l’attuale Presidente Adly Mansour abbia dichiarato che, con la deposizione di Morsi, i rapporti tra popolo e forze dell’ordine sarebbero migliorati, a Davos il Primo Ministro Hazem al-Beblawi ha dovuto replicare alle accuse contenute nell’ultimo rapporto di Amnesty International, per cui in Egitto si starebbe assistendo ad un livello di violenza «senza precedenti». «Un’immagine distorta» è stato il commento del Primo Ministro ad interim, che ha anche supportato la candidatura del Comandante in Capo delle Forze Armate, ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, paragonandolo a de Gaulle ed Eisenhower. Di diverso avviso la fazione islamica salafita, che, pur avendo supportato il colpo di Stato del 30 giugno, si dice critica verso le successive violenze nei confronti della Fratellanza Musulmana e vede come ulteriormente divisiva la candidatura di al-Sīsī.

Meno problematica dovrebbe essere la nomina del nuovo Governo ceco, che avverrà il 29 gennaio. Il Presidente Milos Zeman ha già nominato Primo Ministro il socialdemocratico Bohuslav Sobotka il 17 gennaio ed è previsto un Esecutivo di coalizione coi democristiani della KDU-ČSL e, soprattutto, col partito di protesta ANO, guidato dal controverso imprenditore Andrej Babiš. Obiettivo di Sobotka sarà invertire la «spirale mortale» delle misure d’austerità introdotte dai precedenti Governi, in particolare aumentando pensioni e salario minimo, ma la maggior difficoltà consisterà proprio nella necessità di venire incontro al partito ANO, che alle scorse elezioni ha ottenuto poco meno del 20% dei voti.

Infine, ritorno sulla scena pubblica per la Presidente argentina Cristina Fernández de Kirchner, operata chirurgicamente in ottobre e da allora rimasta lontana dai riflettori. La sua prima apparizione, tuttavia, è stata dedicata più alla promozione delle misure per i giovani previste dal Governo, retto nel frattempo dal Capo di Gabinetto Jorge Capitanich, che alla preoccupante situazione economica in cui il Paese continua a versare.

 

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