mercoledì, Ottobre 20

Ucraina: nelle mani di Yanukovich o no? field_506ffb1d3dbe2

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Viktor Yanukovich

 

Chi sta decidendo davvero la sorte dell’Ucraina? Le masse in piazza dal 21 novembre, -che ieri si sono sentite dire dal vice Premier Serhy Arbuzov e dalll’Alto rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, Catherine Ashton, che l’Ucraina «firmerà presto» il patto di libero scambio e associazione con l’Ue-, le pressioni russe, le tattiche dilatorie del Presidente Viktor Yanukovich, il ‘vorrei ma non posso’ europeo, oppure tutto dipende dal volere di un gruppo di persone nelle cui mani, fino all’arrivo di  Yanukovich, si concentravano economia, finanza e la sostanza del potere politico di Kiev?

Bramosia economica, interessi politici, clientelismo sociale e passioni sportive. Ecco gli oligarchi ucraini. Kiev, la regione di Dnjepropetrovsk e quella di Donbass, con la sua metropoli Donezk, sono i centri da dove hanno preso il volo i diversi imperi economici. Tra i boss che hanno lottato per affermarsi, la vittoria è andata soprattutto a Rinat Achmetov, industria siderurgica e mineraria, e Dimtro Firtash, imprenditore nel settore petrolifero e del gas. Ambedue della regione del Donbass. Leggenda racconta che il primo sia in concorrenza con gli imprenditori russi, il secondo invece ci collabori.
La regione industriale di Dnjepropetrovsk, ha visto invece l’affermarsi di Viktor Pintschuk, genero dell’ex Presidente Leonid Kutschma e Capo di Governo per un breve periodo. A Dnjepropetrovsk , vittima eccellente del tutti contro tutti economico-finanziario, è stato Pavlo Lasarenko, padrino di Yulia Timoschenko. Anche la futura pasionaria di Kiev ha fatto gavetta negli affari. Mani in pasta soprattutto nel settore energetico. Nei territori industriali attorno alla capitale ucraina signoreggia invece Viktor Medvdeschuk, businessman legato a Kuchma e scomparso col venire meno del potere del primo capo di Stato dell’Ucraina indipendente.
Questi sono gli archetipi ucraini del miscuglio tra denaro e potere che, apparso in Russia agli inizi degli anni novanta del secolo scorso, a Kiev si fa notare esattamente dieci anni dopo. Quando Mosca, col primo mandato presidenziale di Vladimir Putin, intraprende invece il cammino opposto. Sciogliere l’intreccio tra Stato e oligarchie finanziarie.
Un altra differenza con la Federazione? Mentre il Cremlino trabocca di idrocarburi, il Paese vicino è costretto a importarli. Essenziale tutt’al più come terra di transito delle materie prime del fratello maggiore.
In comune Mosca e Kiev hanno il fatto che al momento dell’addio sovietico anche in Ucraina personaggi giovani, veloci e creativi si alleano con la vecchia guardia comunista per far un sol boccone, con metodi più che dubbi, dei tesori di Stato.
E, visto il ritardo, imparando dagli errori dei colleghi russi. La prima lezione arrivata da Mosca è che la proprietà si conserva solo se non si è politicamente impotenti. Inutile, dunque, l’alleanza tra boss, meglio sostenere direttamente partiti politici o possedere giornali e tv con cui influenzare le scelte governative. Si tratta di un pluralismo oligarchico inesistente in Russia. Che spiega qualche cosa dell’attualità. Come, ad esempio, la speranza dell’opposizione di poter sfiduciare il Governo Azarov lo scorso 3 dicembre. Auspicio che si basava sull’attesa di una spaccatura del fronte politico-economico che regge l’Esecutivo. L’ipotesi che avrebbe dato un colpo forse decisivo al Presidente Yanukovich, non si è realizzata, ma le sue premesse c’erano tutte.
Inter‘, popolare canale televisivo appartenente al gruppo dell’oligarca Dmitro Firtash e al capo dell’Amministrazione presidenziale Sergej Lavotchkine, aveva sorprendentemente mandato in onda i duri scontri tra Polizia e manifestanti. Subito dopo, mentre la tv continuava a dare ampi spazi «all’euroromanticismo» dei manifestanti, da Facebook  la moglie di Lavotchkine si scagliava contro le forze di sicurezza. A stretto giro di posta seguiva la minaccia di dimissioni da parte del politico. E visto che dentro il gruppo parlamentare del partito delle Regioni l’uomo controlla un gruppo di propri simpatizzanti, la mossa aveva fatto credere all’opposizione che la strategia della sfiduciare fosse ormai cosa fatta. Yanukovich, invece, è riuscito a ribaltare il tavolo.
Ma ciò non significa che tra oligarchi e Presidente il temporale sia passato. Lo dimostra il commento rilasciato al ‘Financial Times‘ da Victor Pinchuk, nel quale, il secondo uomo più ricco del Paese, ricordando gli eventi del 2004, loda gli attuali eurodimostranti.
Questo è solo l’ultimo anello di una catena di dissapori tra Presidente e tycoons economici iniziati con la vittoria presidenziale di Yanukovich. Da allora, e fino all’ottobre 2012, quando alle elezioni legislative il partito presidenziale delle Regioni vince ma senza raggiungere la maggioranza assoluta, è un continuo tiro alla fune. Il motivo di tali dissapori? Semplice, arrivato al potere il clan Yanukovich vuole mettersi in pole position anche tra i gruppi economici. E per farlo usa la politica. Una strategia centrata sul primogenito del Presidente, Oleksandr. Sascha per gli amici. E gli amici di Sascha sono tanti. Anche perchè tra una elezione e l’altra Viktor Yanukovich fa capire di essere pronto a liberarsi della maggior parte degli «oligarchi» per sostituirli con persone a lui fedeli. E’ l’atto di nasciata della «famiglia». Cosi, in analogia a quanto avvenuto in Russia durante i mandati presidenziali di Boris Eltsin, i media di Kiev definiscono l’embrione del nuovo potere ucraino. Inutile dire che sono gli amici di Sascha il nucleo della struttura. Ma non si tratta solo di clientelismo.
L’ambizione della «famiglia», certo pro domu sua, è di battere le resistenze anti riformatrici dell’apparato statale. Per farlo la squadra dovrà godere anche delle competenze professionali dei «giovani riformatori». Il Governo che vede la luce il 24 dicembre 2012 è la prova del fuoco della strategia.
Sergej Arbusov, primo vice Premier con ampie competenze economiche, finanziarie e sociali. Vitalij Zacharschenko agli Interni. Jurij Kolobov, finanze. Oleksandr Klymenko, fisco e dogana. Eduard Stavytskyj energia e carbone. Oleh Proskuhjakov, ecologia e risorse naturali. Nikolaj Prisjachnjuk, agricoltura. Di questi sette Ministri chiave, quattro, Arbusov, Kolobov, Klymenko e Stavytskyj, sono nati tra il 1972 e il 1980. Loro hanno negoziato, nel settembre 2012, con Banca mondiale e Wto. Messo al passo l’Esecutivo, il secondo tassello della presa del Palazzo d’inverno in salsa ucraina è istituzionale. Il ritorno alla Costituzione del 1996. Quella che vedeva nelle mani del Capo dello Stato i servizi di sicurezza. E che ora permette all’entourage di Yanukovich di controllare le «strutture della forza». Nel frattempo anche Ministero degli Interni, servizi segreti interni e autorità fiscali creano proprie formazioni speciali armate: Berkut, Alfa e guardia di finanza. Questi i nomi di strutture paramilitari su cui, secondo l’ex responsabile dei servizi interni,Valentin Nalyvajtschenko, nessuno può mettere bocca, nemmeno il Parlamento.
La «politica dei quadri» del capo dello Stato è cossi conclusa. La «famiglia» controlla finanza e sicurezza dello Stato. Klymenko gestisce le entrate. Proskuhjakov fa il bello e il cattivo tempo con le nuove fonti energetiche. Da Prisjachnjuk  dipendono i diritti per lo lo sfruttamento dei settori di gas e petrolio. Ma, come al solito, decisiva è la leva fiscale. Il primo vero attacco agli oligarchi avviene infatti sul terreno tributario. Allo scopo di risparmiare tasse, i grossi gruppi finanziari ucraini esportano a prezzi inferiori al costo di produzione a società offshore controllate da loro stessi. Queste si occuperanno, poi, di vendere ai giusto costo. Cosi in Ucraina si denunciano le perdite e si risparmia sulle tasse. Il guadagno si fa, invece, con le collegate estere. Una cuccagna che, però, potrebbe finire presto. Il Governo sta studiando  l’introduzione di un prezzo medio obbligatorio di mercato su cui, in base alla produzione, verrano calcolate le tasse.

Si capisce, dunque, come l’andata al potere di Yanukovich con la sua volontà di far man bassa su politica ed economia abbia messo i maggiori gruppi finanziari di Kiev in un bel dilemma. Della famiglia ne farebbero volentieri a meno. Non possono, però, augurarsi il ritorno dell’opposizione. Il sempre possibile revival di Yulia Timoschenko significherebbe espropri parziali. Anche se la disinvoltura del clan Yanukovich potrebbe mette a rischio i loro interessi un pò ovunque.  
All’interno, la  «famiglia» potrebbe essere tentata di attaccare i patrimoni degli oligarchi. A occidente i timori sono di finire in una possibile lista nera dei funzionari del Presidente in carica di cui dagli inizi degli eurodisordini parla il Congresso Usa. A oriente la paventata svolta di Yanukovich verso l’Unione euroasiatiaca significherebbe la certezza che gli oligarchi ucraini sarebbero costretti a confrontarsi con i colleghi russi. Inutile dire quali sarebbero i risultati.     

 

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