Ucraina nella UE? Comunque vada, non sarà un successo … per l’Unione Le 27 capitali divise dalla geografia: l'Ucraina, nella sua ambizione all'adesione, ha accaniti alleati ai suoi confini occidentali, mentre a ovest dell'attuale Unione non solo Kiev non trova alleati, bensì trova Paesi (motori dell'Unione) decisi a far rispettare le procedure senza eccezione alcuna

Sulla questione della candidatura dell’Ucraina all’adesione all’Unione europea, ieri, Volodymyr Zelensky ha dichiarato : «È molto importante, ora, tra poche settimane, attendiamo la risposta dell’Unione europea sulla questione dello status di candidato per l’Ucraina. Non vedo l’ora».

L’entusiasmo speranzoso del Presidente dell’Ucraina fa a pugni con il clima che si respira a Bruxelles, e che Zelensky finge ignorare.
Emmanuel Macron si era incaricato, nei giorni scorsi, il 9 maggio, di dirlo apertamente a nome e per conto dell’Unione europea:
la piena adesione«in realtà richiederebbe diversi anni e moltoprobabilmente diversi decenni». E anche solo per ottenere lo status di candidato la strada, se si rispettano le regole, è ancora decisamente lunga.
Anche la Presidente della Commissione UE,
Ursula von der Leyen, grande sostenitrice dell’ingresso subito, sembra ora iniziare a dirlo. Ieri, al Forum sulla sicurezza globale a Bratislava, dopo aver affermato che l’Unione europea deve sostenere l’adesione dell’Ucraina, «non è solo nel nostro interesse strategico, è anche nostro dovere morale consentire loro di entrare nell’Ue e aprire la strada all’adesione alla nostra Unione», ha aggiunto che il sostegno all’Ucraina deve comunque mantenere il rispetto di tutti gli standard e requisiti. Ha affermato la Presidente: «Kiev stessa deve soddisfare le condizioni necessarie per l’adesione e gli standard. Ma quanto velocemente l’Ucraina si sposterà verso l’Ue dipende dal Paese e dal nostro sostegno. Dipende da noi quanto la sosteniamo, investiamo e da quanto i nostri amici ucraini stanno facendo».

Andrew Duff, ex membro del Parlamento europeo, esponente dei Liberal Democrats britannici, convinto europeista (nell’ottobre 2008 è stato eletto Presidente dell’Unione dei Federalisti Europei e il 15 settembre 2010 è stato tra i fondatori del Gruppo Spinelli, creato per rilanciare l’integrazione europea) e politico raffinato (dal 2007 è membro del think tank European Council on Foreign Relations), nei giorni scorsi ha provato spiegare perchè l’ingresso dell’Ucraina nella UE avrà necessariamente tempi molto lunghi.
Il ‘dovere morale’, l”emotività’, la ‘compassione’ devono essere messe da parte dalla Commissione europea, impegnata nella stesura del suo parere formale sulla candidatura d’urgenza dell’Ucraina, e poi dal Consiglio europeo, perchè «quando si tratta del futuro dell’allargamento, i leader devono essere lucidi e autocritici, poiché il parere deve provare quali sono le procedure ufficiali di adesione dell’UE e perché sono necessarie».

«La domanda a sorpresa di Ucraina, Georgia e Moldova è l’occasione giusta per abbandonare finalmente la pretesa che l’UE ammetta sempre nuovi Paesi all’adesione quando affermano di essere pronti».

«L’obiettivo principale del parere della Commissione riguarderà l’inammissibilità dell’Ucraina a essere dichiarata Paese in via di adesione ai sensi delle norme attuali. Anche prima dell’invasione russa, l’Ucraina era un Paese molto povero, con un PIL pro capite inferiore alla metà di quello della Bulgaria. Dal suo accordo di associazione del 2014 con l’UE i progressi sono stati lenti, con l‘integrazione del Paese nel mercato unico in stallo perché non ha soddisfatto le norme di governance dell’UE.
Il fatto è che l’Ucraina semplicemente non ha la capacità di assumersi l’onere dell’adesione all’UE. E nel suo parere, la Commissione dovrà avvertire che, sebbene Kiev abbia ragione a fare domanda di adesione, in pratica il suo processo di adesione richiederà almeno un laborioso decennio per essere completato».
C’è poi un altro aspetto che viene sottolineato da Andrew Duff. «Un’altra parte del puzzle dell’allargamento è la capacità dell’UE di assorbire i nuovi arrivati. Nessuno che sappia come funzionano le istituzioni di Bruxelles, cioè senza un governo forte, può essere sicuro che l’UE sia in grado di interiorizzare il problema nazionale dell’Ucraina. Basta guardare a come l’UE lotta già per far fronte ai suoi membri esistenti quando sfidano lo stato di diritto e rifiutano l’equilibrio di diritti e obblighi impliciti nel patto quasi federale. E sebbene la rielezione del Presidente francese Emmanuel Macron significhi che la riforma del Trattato dell’UE è ancora una volta all’ordine del giorno, anche questo sarà un processo lungo e delicato, non una soluzione rapida per l’Ucraina».

Senza dubbio, prosegue l’ex parlamentare britannico, «la promessa di un’eventuale adesione all’UE sarebbe preziosa per il Presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, ma l’ultima cosa di cui ha bisogno ora è perdersi nel sottobosco dell’acquis comunitario, la legislazione accumulata, gli atti legali e le decisioni dei tribunali che costituiscono il corpo della legge dell’UE». Senza contare che, sottolinea Andrew Duff, emergendo dal conflitto con la Russia, «l’Ucraina dovrà probabilmente gestire il nazionalismo» ad alta tensione che emergerà. Ennesimo buon motivo per ritenere il Paese ben lontano dall’adesione, lontano anni.

L’Atlantic Council si è messo all’ascolto degli umori nelle principali capitali europee, quello che definisce il ‘brusio nelle sale del potere europee sulla candidatura dell’Ucraina all’UE’.
La recente
proposta del Presidente francese Emmanuel Macron «di creare unacomunità politica europea‘, ha suscitato sentimenti contrastanti in tutta Europa, compresa l’Ucraina, principalmente perché è percepita come un’alternativa all’adesione dell’Ucraina all’UE», afferma Marie Jourdain, visiting fellow dell’Atlantic. Le motivazioni sono diverse. «In primo luogo, la Francia sta attenta a non ingannare l’Ucraina facendo promesse che gli Stati membri dell’UE non possono mantenere», «poiché il percorso per l’adesione è necessariamente lungo. In secondo luogo, la Francia, insieme a molti altri Paesi europei, è ben consapevole che questo processo è davvero impegnativo e lungo, e non c’è desiderio a Parigi di accelerarlo». E’ «necessario che l’Ucraina attui riforme dure ma indispensabili», altresì «la stessa UE non ha la capacità di assorbire un nuovo membro senza una riforma interna».

Jörn Fleck, vicedirettore dell’Europa Center dell’Atlantic, puntualizza che nel vertice del 23 e 24 giugno del Consiglio europeo, sarà «semplicemente ‘considerata’» la questione «se all’Ucraina sarà concesso lo status di candidato per l’adesione all’UE in tempi brevi».
Il governo tedesco, afferma Fleck, «ha cercato sempre di più di gestire le aspettative ucraine.
Durante le prime settimane e i primi mesi della guerra della Russia contro l’Ucraina, i politici, come molti dei loro colleghi dell’UE, sembravano riluttanti ad affrontare la probabilità apertamente, anche se il Presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy aveva chiesto ‘l’adesione immediata’. Fedeli all’attenzione della Germania sul mercato interno come fulcro dell’UE, molti hanno semplicemente indicato la complessità di soddisfare i requisiti tecnici di adesione come un modo per suggerire unno‘ a un rapido progresso» che conducesse all’ingresso ‘immediato’, richiesto da Zelenskyy.
Dopo il discorso del Presidente Macron, i leader tedeschi sembrano aver cambiato marcia,accelerando nell’escludere l’eventualità. «Il Ministro degli Esteri tedesco, Annalena Baerbock, ha chiarito, durante la sua visita del 10 maggio a Kiev, che non potrebbe esserci “nessuna scorciatoia” per l’adesione, e che l’UE dovrebbe “non fare false promesse”, anche se “l’Ucraina è parte integrante dell’Europa”. Nella sua immediata reazione alla proposta di Macron per una ‘comunità politica europea’, il Cancelliere tedesco Olaf Scholzha accolto con cautela l’iniziativa, ma ha anche respinto l’accelerazione di Kiev», aggiungendo che «l’Ucraina non dovrebbe trattenere il respiro aspettandosi un rapido progresso verso la piena adesione».

Dunque, i due Paesi motore dell’Unione europea escludono un ingresso rapido dell’Ucraina sulla base di solide motivazioni tecniche e politiche: l’Ucraina non soddisfa nessuno dei parametri richiesti per l’ingresso, e perchè riesca a soddisfarli ci vorranno anni.

Di opinione esattamente opposta, Varsavia e Praga, più genericamente gli ex Paesi dell’area d’influenza sovietica, incluso i Paesi Baltici. «Varsavia vede l’allargamento dell’UE come un modo per respingere l’imperialismo russo e si oppone a qualsiasi tipo di ‘sala d’attesa permanente’ per l’Ucraina, o una sorta di soluzione ‘EU-lite’. In definitiva, la Polonia sostiene l’adesione dell’Ucraina alla NATO e vede l’UE come un altro passo verso l’integrazione dell’Ucraina in Occidente», afferma Aaron Korewa, direttore dell’ufficio di Varsavia dell’Atlantic.
Il Presidente polacco, Andrzej Duda, parlando al Parlamento ucraino, è stato molto chiaro: «Personalmente non mi fermerò fino a quando l’Ucraina non diventerà membro dell’Unione europea nel pieno senso della parola». Ha proseguito esprimendo sostegno a «un percorso rapido per l’adesione dell’Ucraina all’UE» e affermando che l’Ucraina dovrebbe avere accesso ai fondi dell’UE per la ricostruzione. «Non era la prima volta che l’idea veniva lanciata da funzionari polacchi». All’inizio di marzo, la camera bassa del Parlamento polacco ha approvato una risoluzione nella quale si chiedeva lo status di candidato per l’Ucraina e una tabella di marcia per i negoziati di adesione.
«Nonostante la polarizzazione politica in Polonia, la questione della potenziale adesione dell’Ucraina all’UE sembra raccogliere un ampio sostegno pubblico, anche dagli oppositori dell’attuale governo. Le ragioni sono semplici: la Polonia considera un’Ucraina stabile e orientata all’Occidente vitale per i suoi interessi di sicurezza nazionale, soprattutto visti i numerosi problemi che ha dovuto affrontare ultimamente con il regime di Alyaksandr Lukashenka nella vicina Bielorussia. L’attuale governo polacco vede anche in questo un’opportunità per Varsavia di svolgere un ruolo di primo piano nella regione e migliorare la propria posizione all’interno dell’UE stessa», con la quale i rapporti sono sempre più difficili.
Petr Tůma, visiting fellow dell’Atlantic, spiega che a Praga si ritiene che «la strada per la piena adesione all’UE», vale a dire rispettando le procedure, «sarebbe un processo lungo e senza fine», e che la Repubblica Ceca ha chiaro che «coloro che hanno sofferto sotto il giogo sovietico e hanno una migliore comprensione delle politiche della Russia, sono quelli che sostengono maggiormente le ambizioni dell’Ucraina. Ecco perché tocca a loro convincere gli altri».

Una ricerca della London School of Economics and Political Science, condotta da Marie-Eve Bélanger, ricercatrice senior che lavora presso il Centro di studi comparati e internazionali dell’ETH di Zurigo e il Dipartimento di scienze politiche e relazioni internazionali dell’Università di Ginevra, mette in rilievo che «mentre il sostegno è elevato tra i Paesi vicini, diminuisce man mano che ci allontaniamo dai confini orientali dell’UE». «Ciò è alquanto sorprendente», «le linee di divisione sulle decisioni politiche hanno sempre più riflesso le divisioni ideologiche transnazionali, piuttosto che la geografia. Il netto divario geografico che esiste sull’Ucraina è una rarità nella moderna politica dell’UE».
Poche ore dopo che l’Ucraina aveva avanzato la sua richiesta di adesione, «i leader di Bulgaria,Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia hanno chiesto di concedere immediatamente all’Ucraina lo status di Paese candidato all’adesione all’UE. Questi vicini esprimono in media il 90% di sostegno per l’attuazione di livelli più profondi di integrazione con l’Ucraina nei dibattiti parlamentari, raggiungendo anche un picco del 96% nel caso della Polonia». Ciò è sorprendente data la natura sempre più polarizzata degli spazi politici.
Bélanger individua «tre ragioni principali per questa divisione geografica del sostegno, che sono tutte saldamente ancorate agli interessi nazionali, piuttosto che europei.
In primo luogo, gli Stati confinanti con l’Ucraina hanno una maggiore interdipendenza: i Paesi vicini condividono più legami economici, culturali e storici rispetto ad altri Paesi e dipendono maggiormente gli uni dagli altri per la stabilità economica e sociale.
In secondo luogo, c’è la sicurezza: man mano che i Paesi si sono integrati nell’Unione Europea, i loro confini nazionali sono diventati confini europei, il che significa nuovi investimenti costosi in infrastrutture e personale di frontiera, per non parlare dell’onere di proteggere l’Europa. Un nuovo Stato membro a est spingerebbe via questo confine e creerebbe una zona sicura tra gli spazi interni ed esterni per i vecchi Stati membri.
Terzo, c’è un’influenza: quando nuovi Paesi aderiscono all’UE a est, anche il centro dell’organizzazione politica si sposterà verso est, diffondendo l’influenza in modo più uniforme tra le regioni europee».
Insomma, tutto ciò significa che l’Ucraina ha dei forti alleati ai suoi confini occidentali, mentre a ovest dell’attuale Unione -Francia, Germania, in testa- non solo Kiev non trova alleati in questa sua ambizione, bensì trova Paesi decisi a far rispettare le procedure senza eccezione alcuna.

Andrew Duff, nel ribadire che «sappiamo che la piena ammissione dell’Ucraina nell’UE non è praticabile», e dicendo chiaramente quanto a Kiev, come in alcune capitali dell’Unione, non si dice per ipocrisia politica, e cioè che «l’adesione non aiuterà», l’Ucraina, «a risolvere la sua attuale difficile situazione», sostiene chiaramente la proposta di Macron. Afferma, infatti, l’ex deputato inglese: «l’UE farebbe meglio a offrire a Kiev qualcosa che comporti reali benefici politici che possono essere prontamente forniti».
«In tal senso, l’introduzione di una nuova categoria di membri affiliati amplierebbe gli strumenti a disposizione dell’UE, contribuendo ad assumersi le sue crescenti responsabilità nel più ampio vicinato europeo. I Paesi membri affiliati dovrebbero essere tenuti a rispettare i valori su cui si fonda l’UE (articolo 2 ), così come la sua posizione negli affari internazionali (articolo 21), e si impegnerebbero a sviluppare un partenariato privilegiato con il blocco (articolo 8). Non sarebbero obbligati a sottoscrivere gli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria.
Per l’Ucraina, l’adesione all’affiliata rappresenterebbe un aggiornamento rispetto al suo attuale accordo di associazione, che implica legami funzionali più forti tra Kiev e le istituzioni esecutive, legislative e giudiziarie dell’UE. Dovrebbe anche includere la partecipazione ai voti a maggioranza qualificata del Consiglio su qualsiasi regolamento del mercato unico applicabile al suo status di affiliato.
Ancora più importante, sulla scorta di un parere favorevole e fantasioso della Commissione, un trattato di affiliazione potrebbe essere offerto rapidamente all’Ucraina. E il concetto di affiliazione sarebbe poi codificato e installato nei trattati dell’UE al momento della loro prossima (imminente) revisione.
Per alcuni affiliati, come l’Ucraina, questa adesione parziale sarebbe vista come una tappa intermedia per l’adesione a pieno titolo. Per altri Paesi terzi, in particolare il Regno Unito, lo status di affiliato potrebbe potenzialmente essere un parcheggio conveniente e permanente. Ealcuni membri attuali, in particolare l’Ungheria,potrebbero persino rifugiarsi, tramite l’articolo 50, nella retrocessione tra i membri affiliati, quasi come una voie de détresse , una rampa di fuga su un passo alpino».

Il problema della sicurezza, non risolto comunque dall’adesione, visto che non stiamo parlando di NATO, bensì di UE, potrebbe, secondo Duff, essere affrontato parzialmente attraverso un nuovo European Security Councilproposto negli anni scorsi da Francia e Germania. «Sappiamo che l’Ucraina non entrerà a far parte della NATO e una domanda di adesione all’UE non garantisce la sicurezza militare. In quanto tale, l’adesione alle affiliate dell’UE dovrebbe anche essere sostenuta da un invito a partecipare a un nuovo Consiglio di sicurezza europeo, un organismo intergovernativo all’apice dell’architettura di sicurezza occidentale che emerge dalla crisi. Questo consiglio di sicurezza potrebbe colmare il divario storico tra le due organizzazioni con sede a Bruxelles -UE e NATO-, aiutando la prima ad agire militarmente e la seconda a pensare strategicamente -e la sua priorità assoluta sarebbe quella di fornire all’Ucraina una difesa sicura contro qualsiasi ulteriore aggressione russa».

Il ragionamento avanzato da Andrew Duff, rispecchia la posizione che, secondo Ben Judah, ricercatore presso l’Europa Center dell’Atlantic, sta emergendo a Londra. Il Regno Unito «post-Brexit non è esattamente d’aiuto» nella difesa dell’ambizione di Kiev, «stando fuori dall’UE, è nella posizione imbarazzante di volere che Kiev si unisca a un club che ha lasciato».
I
«futuri di Londra e Kiev sono collegati. La ‘comunità politica europea’ di Macron, aperta ai Paesi che hanno lasciato l’UE e ai Paesi la cui adesione, secondo lui, richiederà decenni, è rivolta rispettivamente alla Gran Bretagna e all’Ucraina. Sarà un problema da tenere d’occhio se entrambi i Paesi, che si sono assistiti a vicenda nella corsa alla guerra per un reciproco vantaggio strategico, saranno in grado di rispondere congiuntamente a tale apertura o di presentare le proprie visioni. Queste domande di grande portata sono già state dibattute (anche se solo vagamente) da funzionari britannici e ucraini».

Altri politici e pensatori hanno avanzato idee simili a quelle di Macron, tra queste quella della ‘comunità geopolitica‘ del Presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Ma alla fine tutto pare ricondursi a una riforma del processo di adesione, che implicherebbe anche la riforma interna alla UE. Sulla quale non c’è consenso, esattamente come non c’è consenso sulla risposta da dare all’Ucraina.
Una via d’uscita dall’impasse potrebbe esserci, per quanto non risolutiva della questione. «I leader dell’UE potrebbero offrire ai tre», gli altri due che insieme all’Ucraina hanno richiesto l’adesione sono Georgia e Moldavia, «lo status dipotenziale candidatoattualmente detenuto da Bosnia-Erzegovina e Kosovo», afferma Luigi Scazzieri, ricercatore senior del Centre for European Reform.Ma anche in questo caso l’adesione rimarrebbe lontana. «Diventare un candidato non comporta l’avvio immediato dei negoziati di adesione, poiché gli Stati membri devono concordare all’unanimità un quadro negoziale. E anche se i negoziati iniziassero, il processo di adesione sarebbe lento. In primo luogo, ci sarebbero molte opportunità per qualsiasi Stato membro di ritardare o bloccare i progressi. In secondo luogo, i tre candidati dovrebbero intraprendere difficili riforme per adottare il corpus legislativo dell’UE, l’acquis. I tre affrontano tutti grandi sfide, in particolare in termini di superamento della corruzione,promozione della trasparenza e rafforzamento dell’indipendenza della magistratura. La ONG Freedom House valutati tutti e tre come ‘partly free’ nel 2021, con punteggi inferiori all’Ungheria, il membro dell’UE con i risultati peggiori».

L’indicazione che, in fatto di adesione dell’Ucraina, emergerà dalla riunione del Consiglio europeo di fine giugno, potrebbe essere fondamentale per plasmare il futuro dell’allargamento dell’UE, ma anche per il processo di riforma interno delle strutture dell’UE esistenti e del processo decisionale. Serve una seria riforma istituzionale e una modifica del Trattato perchè la UE possa funzionare. Di questo sono consapevoli e sostenitori i francesi, ma anche gran parte dell’area occidentale del blocco, che lascia comunque a Parigi l’onere di farsene paladino. La proposta di Macron del 9 maggio è una pietra lanciata nello stagno, si vedrà i cerchi concentrici che riuscirà provocare.