lunedì, Giugno 27

Ucraina: mettiamo che tu … Viaggio semiserio tra scenari possibili e forse probabili. Gas, petrolio, grano: cosa impedirebbe ai russi di chiuderci il gas e di affamare gli africani? Nulla o molto poco. I russi lo faranno? Chissà, intanto sarebbe il caso di sviluppare un CONPLAN

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In gergo militare si chiamano CONPLAN. Sono i contingency plans, i piani che cercano di mettere un po’ d’ordine in una situazione qualsiasi, abbozzando una o due linea-guida e qualche predisposizione nel caso quella ‘contingenza’ si verificasse. In termini più semplici, un buon CONPLAN risponde alla domanda: ‘che cosa facciamo se…?
E qui la lista delle ipotesi è veramente infinita. Si spazia dal terremoto di magnitudo 9 che spiana tutti i centri di comando di una Nazione, all’epidemia di un virus mai visto né sentito (questa suona familiare?), allo sbarco dei marziani tra Rimini e Riccione, al blackout elettrico nazionale. Insomma, se puoi pensarlo, può accadere, e se può accadere è meglio sviluppare un CONPLAN.
La probabilità poi che quello che si immagina possa davvero accadere è molto variabile, ma la possibilità non è mai pari a zero. Insomma, la probabilità che i marziani si prendano un mojito ai bagni Rossella è un tantino bassa, quella di un disastroso terremoto tra Messina e Reggio Calabria, ahimè, di gran lunga più alta.
A questo punto avverto che non è mia intenzione sviluppare un CONPLAN nei suoi aspetti operativi; mi limiterò a delineare due scenari possibili e non so quanto probabili.

Innanzitutto, partiamo dalla situazione generale. Prendiamo due Stati in guerra tra loro.
Uno è molto grande, ricco di materie prime, con una popolazione tutto sommato non imponente, ma con una tradizione militare tutt’altro che da sottovalutare. Oltretutto questo Paese, che per comodità chiameremo Federazione russa, è anche una potenza nucleare di primo livello, è cioè in possesso della cosiddetta ‘triade nucleare‘ (bombardieri strategici, sottomarini lanciamissili e missili balistici), ed è governato da un regime formalmente democratico, ma nei fatti se non proprio autocratico almeno oligarchico.
Il secondo Paese, che per comodità chiameremo Ucraina, è di gran lunga più piccolo e, soprattutto, non è una potenza nucleare.
Per ragioni che qui non indagheremo, questi due Paesi sono in guerra da ormai tre mesi. Una guerra sanguinosa, costosa e lenta, combattuta tutta sul territorio dell’Ucraina.
A dispetto delle idee iniziali di quasi tutto l’Occidente, in Ucraina la ‘blitzkrieg’ non si è nemmeno affacciata, ma per rimanere nell’ambito dei prussiani con monocolo ed elmo a chiodo, si combatte unamaterial schlacht‘, una guerra di materiali o, in altri termini, una guerra in cui si tenta diconsumarel’avversario fino ad indurlo alla resa.
La situazione non sarebbe completa se non menzionassimo un gruppo di amici e sostenitori dell’Ucraina aggredita. Si tratta di oltre una cinquantina di Stati che per semplicità ridurremo a due blocchi.
Il primo blocco, quello più potente e di gran lunga più importante, è in realtà costituito da un solo Paese: gli Stati Uniti d’America, con un nutrito contorno di altre Nazioni americane.
Il secondo blocco, raggruppa invece l’Europa nelle sue declinazioni di Unione Europea e di Europa in senso più ampio.

I due blocchi hanno adottato una serie di misure economico finanziarie per strangolare l’economia russa, ridurne la popolazione all’indigenza, e con questo determinare un cambio di regime e la fine della guerra. E’ una strategia che ha bisogno di tanto tempo per realizzarsi, senza contare che i russi già da tempo sono abituati ad un regime di vita abbastanza spartano. Nel frattempo, per affrettare il processo, sia gli Stati Uniti, sia l’Europa&Friends, stanno inviando all’Ucraina armi e munizioni in quantità industriale. Non si sa mai che l’Ucraina riesce a vincere la guerra da sola.

A questo punto mancano due particolari che come tutti i particolari fanno la differenza.
Il primo riguarda il gas e il petrolio. Gli Stati Uniti ne hanno così tanto da poterli esportare a un prezzo -per loro- ragionevole. L’Europa ne ha così poco che ancora è costretta a comprarli dalla Federazione russa. Certo non è né bello, né etico, ma qualcosa deve pur far bollire l’acqua per la pasta.
Il secondo particolare riguarda ancora l’Europa, anzi, una parte di essa, quella meridionale o mediterranea. Sembra strano a dirsi, ma, a parte qualche centinaia di miglia di mare, questa parte di Europa confina con una parte del pianeta popolosissima e affamatissima: l’Africa. Anche gli Stati Uniti confinano con uno Stato popoloso e quasi affamato come il Messico, ma il muro, le reti, gli elicotteri e il deserto rendono il passaggio dall’uno all’altro un tantino difficoltoso. E poi i messicani mangiano farina di mais e fagioli, mentre quasi tutta l’Africa, almeno quella che riesce a mettere qualcosa nel piatto, campa di farina di frumento. E chi lo produce il frumento? La piccola Ucraina, che a causa della guerra con la Russia sta avendo difficoltà a seminare il grano e i girasoli per il prossimo anno, e non riesce a far partire le navi con il frumento della raccolta dell’anno scorso, destinato in gran parte all’area M.E.N.A (Middle East and North Africa). Senza il grano ucraino sembrerebbe che il resto del 2022 e il prossimo anno saranno anni di carestia per quei Paesi e, si sa, l’amore e la fame muovono le montagne. E anche la gente.

 

Ecco, dunque, il momento di tornare ai CONPLAN.
Il primo dovrebbe rispondere a questa domanda: “cosa facciamo se all’inizio dell’autunno la guerra non è ancora finita e i russi ci chiudono il gas?
Il secondo potrebbe riguardare invece: “cosa facciamo se il grano non arriva all’Africa e si scatena una crisi politica interna in molti di quei Paesi, e un robusto flusso migratorio verso di noi?

Giusto pochi giorni fa, il Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha dichiarato che l’Occidente ha deciso di scatenare una guerra ibrida contro la Russia e i russi. Cos’è una guerra ibrida? Un conflitto dove si ricorre alla pressione economica, alla propaganda, agli attacchi nel cyberspazio, alla destabilizzazione interna, alla corruzione e a tanto altro; insomma a tutte quelle cose che non sono cannonate e che ricordano tanto i bei tempi della guerra fredda.
E allora, in questo clima da guerra ibrida, cosa impedirebbe ai russi di chiuderci il gas e di affamare gli africani? Nulla o molto poco.
E cosa otterrebbero o penserebbero di ottenere? Ad esempio potrebbero pensare di ottenere un’Europa infreddolita e assediata da migranti che -ma è solo un mio malevolo pensiero- non vedrebbe così tanto di buon occhio il suo alleato d’oltre oceano che paga la benzina 2 dollari il gallone e deve al limite rimpatriare qualche centinaia di messicani la settimana. E forse gli europei inizierebbero a elevare qualche distinguo all’idea di proseguire nell’invio di armi e soldi all’Ucraina quando a casa un litro di gasolio costerebbe come il Sauvignon.
I russi lo faranno? Chissà, intanto sarebbe il caso di sviluppare un CONPLAN e aspettare. E poi, come al solito, vedremo.

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Sull'autore

Il generale Paolo Capitini, ha preso parte a diverse operazioni all’estero (Somalia, Bosnia, Kosovo, Ciad e Repubblica Centro Africana, Haiti e Libia) e ha prestato servizio presso il Comando Operativo di Vertice Interforze a Roma, presso il Corpo di Reazione Rapida della NATO a Lille e la Scuola Sottufficiali Esercito a Viterbo. Esperto di scienze strategiche e di storia militare

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