mercoledì, Maggio 12

Ucraina, l'intesa virtuale Mosca e Kiev d'accordo con Usa e Ue per il disarmo. Ma l'Est resta occupato

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putin

L’intesa di Ginevra non porta una pace troppo facile neanche una tregua. In Ucraina prosegue invece la guerra latente.  «Non siamo legati all’accordo, perché non è stato firmato da noi», hanno chiuso i separatisti filorussi dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, all’indomani dei colloqui in Svizzera tra il Governo di Kiev, la Russia, gli Stati Uniti e l’Unione europea (UE). L’ordine di deporre le armi e sgomberare gli edifici, accettato da Mosca, scatterà solo se nelle regioni orientali verrà indetto un referendum come in Crimea, per definire lo status dei distretti di Donetsk e Lugansk (dalla sovranità all’annessione alla Russia). E se Kiev disporrà la scarcerazione dei manifestanti arrestati e smilitarizzerà i nazionalisti armati di Pravi Sektor.

Sul fronte opposto, il Governo centrale, che ha inserito tra i ricercati il figlio oligarca Oleksandr dell’ex Presidente Viktor Yanukovich, non ha fermato l’operazione a Est contro gli insorti. I Servizi segreti ucraini ne hanno comunicato il «proseguimento, finché i terroristi non abbandoneranno il territorio nazionale». Il dialogo è tra sordi: se per Kiev «disarmare tutti i gruppi armati illegittimi» significa neutralizzare i «terroristi» filorussi, per il Cremlino, dalla parte dei filorussi, disarmare significa «togliere le armi a Pravi Sektor». 

Mentre a Donetsk, i supporter di Mosca continuano a controllare i luoghi del potere, a Serghiivka, 17 chilometri da Kramatorsk, gli scontri che hanno fatto almeno 10 morti e decine di feriti in pochi giorni sono riesplosi anche nell’ultima notte.  Per Pasqua, le autorità mantengono le forze di sicurezza schierate attorno alle postazioni degli insorti, in una «fase non attiva», nell’obiettivo è di presidiare i territori riconquistati, non di attaccare i filorussi. Ma l’equilibrio è precario e il percorso di pacificazione lungo. Dopo l’intesa di Ginevra, il Governo di Kiev ha avviato un dibattito per emendare in senso federalista la Costituzione, con colloqui con i rappresentanti locali, l’esecutivo e lo Stato centrale in calendario fino a ottobre.

 Il Premier ucraino ad interim Arseni Iatseniuk ha promesso una maggiore autonomia alle regioni orientali e uno status speciale per la lingua russa. Ma tra i consiglieri del Presidente russo Vladimir Putin c’è perplessità dell’efficacia dell’accordo firmato a Ginvera. Come per la Siria – dove oggi è morto un altro giovane musulmano britannico andato a combattere per la jihad – la mediazione politica sull’Ucraina rischia di soccombere al precipitare degli eventi.

L’attentato del 17 aprile alla base Onu del Sud Sudan, in Africa, che ha fatto almeno 58 morti e oltre 100 feriti, ha segnato un altro colpo al cuore delle organizzazioni internazionali, nate per risolvere i conflitti con la mediazione, anziché con la guerra. «Tra i 48 corpi rinvenuti nella base, a Giuba, ci sono anche quelli di donne e bambini», hanno informato i responsabili delle Nazioni Unite, «fuori dal complesso sono stati poi trovati i cadaveri di 10 assalitori. Il bilancio delle vittime potrebbe aumentare, alcuni feriti sono molto gravi». In Nigeria è ancora buio fitto sulla sorte delle 129 studentesse rapite nella scuola femminile dello Stato del Borno dai terroristi islamici di Boko Haram: l’esercito ha infatti smentito la precedente notizia della liberazione di 121 di loro, confermando.

A nord, l’anarchia in Libia si espande nella capitale: dopo i sequestri dell’Ambasciatore giordano Fawaz Al Itan e di un diplomatico tunisino a Tripoli, in nottata è stata assaltata l’Ambasciata portoghese. Una guardia è rimasta ferita ma poi il commando è fuggito per l’arrivo dei rinforzi. È probabile che gli autori delle ultime offensive siano gruppi di jihadisti, che, come contropartita, chiedono la liberazione dei fondamentalisti islamici detenuti nei Paesi delle sedi attaccate. In cambio di Al Itan gli estremisti avevano chiesto il rilascio di un jihadista, in carcere ad Amman da 9 anni. E nel gennaio scorso, altri cinque diplomatici egiziani erano stati rapiti a Tripoli, per far scarcerare un prigioniero libico in Egitto.

Al Cairo, nuovi cortei e nuovi arresti al termine del venerdì di preghiera, hanno aggravato il bilancio di una settimana segnata dagli scontri. Tensioni tra i sostenitori del deposto Presidente Mohamed Morsi, leader della Fratellanza musulmana (dichiarata organizzazione terroristica dopo il golpe), e la polizia ci sono state anche nei governatorati di Suez, Ghabeya e Ismailia, a Giza e in altri centri. Nella capitale, sono in corso disordini nella città universitaria a est e all’Università di al Azhar. Lacrimogeni per disperdere i corte sono stati usati anche a Alessandria, dove decine di dimostranti sono rimasti intossicati dai gas. A Ismailia, sulle rive del canale di Suez, si preannunciano inoltre conflitti con la comunità cristiana, se, ha riportato l”Ansa‘ il progetto di demolizione del monastero di Santa Caterina in Sinai, il più antico monastero del mondo (VI secolo d.C.), andasse in porto, come proposto da un generale egiziano, in nome della «sicurezza nazionale d’Egitto».

Stretta nel far west dei Paesi destabilizzati dalle rivolte arabe, come da previsioni l’Algeria ha votato in massa per il Presidente Abdelaziz Bouteflika, in sella dal 1999 ed espressione dell’apparato politico e militare del vecchio Fronte di liberazione nazionale (FLN). Il Capo di Stato, riconfermato anche se malato da tempo, può festeggiare una vittoria netta, con l’81,53% delle preferenze (pari a oltre 8 milioni e 300 mila voti), anche se l’affluenza è crollata al 51,7%, dal 75% delle precedenti elezioni nel 2009. Ali Benflis, rivale di Bouteflika nel Fln, ha anche denunciato «brogli generalizzati». Di certo, molti algerini hanno preferito restare a casa, che votare un Governo autoritario in nome della sicurezza nazionale.

Il bisogno di stabilità garantito dall’esercito ha sgonfiato le proteste esplose dal 2011 in Algeria. Dall’Africa e dal Medio Oriente, le proteste sono invece debordate in Turchia e, Oltreoceano, nell’America Latina che piange la morte di Gabriel García Màrquez. L’allerta, oltre che per le barricate in Venezuela resta alta anche in Brasile, in vista del Mondiali di calcio di giugno e all’indomani dell’ondata di violenze nello Stato di Bahia.

In Asia, si avvia verso la risoluzione il caso politico-diplomatico internazionale di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov espulsa con la figlia nel 2013. Riamessa poi in Italia nel Natale scorso, la donna ha ottenuto oggi lo status ufficiale di rifugiata politica da parte del Viminale, insieme con la figlia Aula di 6 anni.

Nei mari asiatici, mentre ancora si tenta di far luce sul volo MH370 della Malaysia Airlines scomparso nel nulla, si delinea un secondo caso Concordia per il traghetto della Sewol, con a bordo 475 persone (tra i quali 325 studenti), naufragato al largo della della Corea del Sud. Le autorità hanno disposto il mandato d’arresto per il capitano dell’imbarcazione, Lee Joon-seok, e per altri due membri dell’equipaggio, appurato che al timone c’era una giovane ufficiale di 26 anni e non il comandante, al momento dell’incidente con 28 morti e 268 dispersi. Le cause dell’incidente non sono ancora chiarite ma Lee Joon-seok è stato duramente criticato dai parenti delle vittime per aver abbandonato la nave mentre centinaia di passeggeri erano intrappolati. Tragedia nella tragedia, il vicepreside responsabile degli studenti in gita sul traghetto, sopravvissuto al disastro, è stato trovato morto-impiccato a un albero, a pochi chilometri dal relitto: 11 degli allievi a bordo sono stati accertati morti, altri 239 risultano dispersi.

 

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