domenica, Settembre 19

Ucraina, l'incendio di Kiev field_506ffb1d3dbe2

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Demonstrators throw stones towards riot police near tyres set on fire by pro-European protesters in Kiev

L’appello della polizia, poi il caos, forse la resa dei conti finale. Nell’Ucraina in fiamme da dicembre, la giornata si è aperta con l’assalto dei manifestanti antigovernativi alla sede del partito delle Regioni del Presidente Viktor Ianukovich, con lanci di molotov e violenti scontri.
Centinaia di dimostranti hanno aperto la guerriglia urbana, mentre decine di deputati dell’opposizione bloccavano la tribuna del Parlamento, protestando per la mancata discussione della riforma costituzionale per ridurre i poteri del Capo dello Stato. In strada, i poliziotti reprimevano le proteste con manganelli, lacrimogeni e granate, sparando proiettili di gomma in risposta al lancio di pietre.
Stando alle cronache della stampa, i disordini sarebbero esplosi dopo che alcuni dimostranti avevano spostato un mezzo della polizia che bloccava il passaggio per il Parlamento. In poche ore gli scontri si sono estesi in almeno altri tre punti di Kiev: davanti all’Assemblea dei deputati tra via Institutska e via Shovkovichna, nel parco Marinski e in via Grushevski.
Fonti mediche hanno confermato tre dimostranti uccisi nella capitale e altri 150 soccorsi, 30 dei quali «seri». Il Ministero dell’Interno ha denunciato almeno 37 agenti feriti, solo nella mattina, due dei quali da proiettili da arma da fuoco. Tre camionette della polizia sarebbero infine andate a fuoco, per un totale di circa 5 mila manifestanti radunati davanti al Parlamento: un vero e proprio bollettino di guerra.

Dopo che le forze dell’ordine avevano liberato la sede del partito di Yanukovich, altri contestatori hanno occupato la Casa degli ufficiali di Kiev, in via Grushevski, già teatro di violenti scontri a fine gennaio (quattro i morti).
Il ministero della Difesa ucraino ha ordinato di sgomberare immediatamente l’edificio. E mentre il Governo comunicava una quarta vittima delle violenze, supporter di Yanukovich nel palazzo del partito, in via Lipska, le autorità lanciavano ai dimostranti l’ultimatum a ritirarsi entro due ore, pena la repressione.
La capitale è messa a ferro e a fuoco, con centinaia di poliziotti schierati in piazza Maidan, cuore delle proteste
. «Avvertiamo le teste calde dell’opposizione, il potere ha i mezzi per ristabilire l’ordine. Saremo costretti a ricorrere a misure più forti se le violenze non cesseranno entro le 18» (le 17 in Italia, ndr), è il testo di un comunicato del Ministero dell’Interno e dei Servizi speciali.
Il Governo ha poi annunciato la morte di un poliziotto e altri due agenti sono stati ripresi a terra, privi di sensi, dai media presenti sul posto.
L’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea (Ue) Catherine Ashton è «profondamente preoccupata per la nuova e grave escalation in Ucraina e per le vittime». «Gravemente preoccupata» anche la Nato, che ha fatto «appello a tutte le parti» per arrestare la violenza, mentre Casa Bianca ha richiamato il Presidente Ianukovich. Scaduto l’ultimatum, il Governo ha dichiarato nove morti (sette civili e due poliziotti). Ma il numero, come le violenze, potrebbe salire nelle prossime ore, nella capitale ucraina fuori controllo.

In Europa, scontri tra agenti e manifestanti sono esplosi anche nella capitale della Macedonia Skopje, con centinaia di cassintegrati radunati sotto il Parlamento, poi alla sede dei sindacati, infine davanti al palazzo del Governo, presidiato da un cordone di poliziotti. Ma non si sono registrati feriti, né vittime.
Ed è una giornata caldissima anche in Venezuela, con un corte non autorizzato in sostegno al leader dell’opposizione Leopoldo Lopez, ricercato dal 12 febbraio per aver capeggiato le proteste, sfociate in scontri con tre morti, davanti alla Procura di Caracas. «Contro il golpismo fascista», il Presidente Nicolas Maduro ha annunciato una contromanifestazione nella capitale. Come annunciato, Lopez si è consegnato alle autorità, «non avendo nulla da nascondere». Si temono disordini, ma finora la situazione è calma.

Come in Ucraina, le proteste si sono invece tinte di sangue anche in Thailandia. Tre morti (un poliziotto e due civili) e almeno 58 feriti è il bilancio degli scontri della mattina a Bangkok, tra la polizia e i supporter anti-governativi, durante un blitz delle forze dell’ordine contro i siti occupati nella zona dei Ministeri.
La polizia ha dapprima impiegato proiettili di gomma, per passare poi a proiettili veri, una volta che dalle barricate erano partiti colpi di arma da fuoco. Contro gli agenti è stata lanciata anche una granata, che ha fatto una decina di feriti.
Dalla fine di novembre, la crisi politica in Thailandia ha provocato 14 morti e oltre 600 feriti, spaccando il Paese in due.
Per la prima volta dall’inizio delle proteste, centinaia di contestatori sono stati arrestati per aver violato lo stato d’emergenza proclamato nella capitale, assediando gli edifici istituzionali. I manifestanti chiedono le dimissioni della Premier Yingluck Shinawatra, accusata di negligenza e corruzione dall’opposizione. Il 27 febbraio la Presidente del Consiglio è stata convocata in Tribunale, a un’udienza nella quale le saranno letti i capi di imputazione.

In Iraq, nuova giornata di sangue, nuove autobombe sono esplose in diversi centri del Paese, causando 13 morti e una 60ina di feriti. Due attentati sono stati compiuti a sud di Baghdad e altri sei attacchi hanno scosso la provincia di Babilonia, a sud della capitale.
L’allerta attentati è alta anche in Egitto, Stato cerniera tra il Nord Africa e il Medio Oriente, dove il gruppo qaedista Ansar Beit el Maqdis (i Partigiani di Gerusalemme responsabili dell’attacco kamikaze all’autobus a Taba, sul Mar Rosso che ha fatto 5 morti) ha invitato i «turisti a lasciare il Paese entro quattro giorni».
A Vienna, intanto, sono ripresi i negoziati sul nucleare dell’Iran con le potenze del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania).
Ma, in Asia, l’attenzione dell’Europa si è concentrata sull’ennesimo rinvio dell’udienza dei marò italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso due pescatori nelle acque del Kerala, il 15 febbraio 2012, mentre prestavano servizio anti-pirateria a bordo della petroliera Enrica Lexie.
Due anni dopo, il 18 febbraio la Corte Suprema indiana ha deciso di rimandare ancora la seduta a lunedì 24 febbraio alle 14 (le 9,30 in Italia), in attesa di una risposta scritta del Governo sull’applicabilità o meno della Legge per la repressione della pirateria (Sua act), che prevede la pena di morte.

La decisione definitiva è in mano al Ministero della giustizia indiano, «stiamo cercando di venirne fuori», ha dichiarato il Procuratore generale G. E. Vahaanvati.
Immediata la reazione del Governo italiano che, dopo un tira e molla lungo settimane, ha richiamato a Roma «per consultazioni l’Ambasciatore a New Delhi Daniele Mancini». Per la prima volta, la titolare della Farnesina Emma Bonino ha reagito con intransigenza, non concedendo margini alla controparte indiana. «Dopo l’inaccettabile rinvio, l’obiettivo principale resta di ottenere il rientro in Italia dei fucilieri della Marina, quanto più tempestivo, a fronte della manifesta incapacità delle autorità giudiziarie indiane di gestire la vicenda. Non possiamo andarli a prendere manu militari», ha chiosato Bonino, «ma i marò devono tornare a casa. Non possono essere vittime di lungaggini e complessità, per non dire altro».
L’inviato del Governo sul caso dei marò Staffan De Mistura ha aggiunto: «Sarà Roma a decidere la linea nelle prossime ore. L’India non riuscirà a calmare il nostro sdegno con questa tattica dilatoria e qualche minima concessione». A Bruxelles, Ashton ha appoggiato l’Italia, «delusa» dei ritardi indiani, «dopo due anni dall’incidente», ritenendo «inappropriata l’applicazione della legge antiterrorismo» per il caso.

 

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