lunedì, Agosto 8

Ucraina: la Turchia passa all’incasso in Siria? Ankara starebbe cercando di capitalizzare la posizione di forza che la guerra russo-ucraina le ha dato con un’operazione militare in Siria

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L’annuncio da parte del governo turco di unimminente azione militare in Siria ha sollevato più di una preoccupazione all’interno della NATO e ha rilanciato i timori che, nell’ottobre/novembre 2019, avevano accompagnato lo svolgimento dell’operazione ‘Sorgente di pace’. La posizione che Ankara ha assunto sulla delicata questione dell’ammissione all’Alleanza atlantica della Svezia e della Finlandia ha aggiunto a questi timori una componente ulteriore. Negli ultimi anni, i rapporti fra la NATO e la Turchia (che, nel corso della guerra fredda, è stata uno dei pilastri dell’organizzazione) si sono progressivamente raffreddati, in linea con quello che sembra essere il graduale allontanamento di quest’ultima del suo tradizionale allineamento occidentale. Anche se lo scoppio della guerra in Ucraina ha fatto passare il problema sottotraccia, anche in virtù di quella che sembra essere la rinnovata compattezza del fronte occidentale, la questione dei rapporti fra Ankara e Bruxelles (e, prima ancora, fra Ankara e Washington), rimane, quindi, aperta e i nuovi sviluppi potrebbero contribuire a un suo deterioramento.

Nelle scorse settimane, l’amministrazione statunitense ha già espresso critiche riguardo a una possibile iniziativa militare di Ankara, che, secondo il Dipartimento di Stato, finirebbe per destabilizzare ulteriormente il delicato teatro mediorientale e mettere a rischio l’azione degli Stati Uniti e della coalizione internazionale anti-ISIS, di cui le milizie curdo-siriane sono un elemento importante. Preoccupazione hanno espresso anche vari Paesi europei, che hanno evidenziato come anche in Siria la Turchia starebbe cercando di capitalizzare la posizione di forza che la guerra in Ucraina le ha dato. Dentro la NATO, i giudizi sulla politica turca oscillano fra quelli di chi la vede come sempre meno compatibile con la strategia dell’Alleanza e quella di chi – al contrario – la considera espressione di timori giustificati, cui l’Alleanza stessa avrebbe sinora prestato scarsa attenzione. L’altalenante rapporto di vicinanza che la Turchia intrattiene con la Russia sarebbe espressione di questo stesso timore, che spingerebbe Ankara a cercare sostegni alternativi a un rapporto con l’Occidente percepito come sempre meno produttivo.

In effetti, almeno dalla fine degli anni Novanta, l’azione internazionale della Turchia ha assunto forme nuove e – almeno agli occhi di alcuni suoi alleati – problematiche. Il vuoto di potere lasciato dalla scomparsa dell’Unione Sovietica ha aperto alla sua influenza ampie fatte dell’Asia centrale e del Caucaso, mentre la crisi siriana ha alimentato un protagonismo sulla scena mediorientale che, sin dalla sua comparsa sulla scena, ha rappresentato un elemento forte della politica ‘neo-ottomana’ dell’AKP, il Partito della giustizia e dello sviluppo del Presidente Erdogan. L’attenzione alla Russia (soprattutto dopo il ritorno sulla scena ‘in grande stile’ di quest’ultima, dall’inizio degli anni Duemila) rappresenta una sorta di scelta obbligata per un Paese che, come la Turchia, ha forti interessi sia nello spazio ex sovietico, sia nella regione del Mar Nero. Considerazioni simili valgono per la politica ‘muscolare’ condotta da Ankara per il Mediterraneo orientale, altro tradizionale ‘cortile di casa’, la cui importanza strategica è aumentata in modo significativo dopo la scoperta di ricchi giacimenti di idrocarburi intorno al 2010.

Tutto questo ha contribuito in più di un modo ad allontanare Ankara dall’Alleanza atlantica, soprattutto negli anni in cui l’impegno in Afghanistan ha spinto quest’ultima a indirizzare il grosso della sua attenzione fuori dal teatro europeo. Il nuovo orientamento strategico della NATO – dapprima verso il ‘fuori area’, quindi, dopo la crisi ucraina del 2014, verso il teatro dell’Europa centro-orientale – ha offerto alla Turchia l’occasione per cercare spazi di autonoma ritenuti sempre più necessari. Parallelamente, nel foro interno, la leadership dell’AKP ha accentuato una serie di tratti che sono stati percepiti dai suoi interlocutori europei come autoritari e repressivi e che hanno contribuito ad accrescerne l’isolamento. Da questo punto di vista, le tensioni attuali sono il prodotto di un processo dalle radici profonde; un processo che, se da una parte riflette quelle che sono alcune peculiarità della Turchia di Erdogan, dall’altro si lega soprattutto al consolidarsi degli interessi ‘strutturalidi Ankara nei teatri extraeuropei, che anche per questo sembrano divergere sempre più chiaramente da quelli degli altri paesi NATO.

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Sull'autore

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, International History e Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali. Collabora con vari enti di ricerca e formazione pubblici e privati, fra cui l’ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, dove è Associate Research Fellow per il programma Relazioni Transatlantiche. Fra i suoi ultimi saggi: The Atlantic Alliance, NATO, and the Post-Arab Springs Mediterranean. The Quest for a New Strategic Relevance (2021); Una distensione mancata? L’amministrazione Trump e il nodo dei rapporti con la Russia (2021); Il dilemma del multilateralismo. Washington e il mondo, fra impegno collettivo e “America first” (2019).

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