venerdì, Maggio 20

Ucraina: la scelta obbligata, ma rischiosa di Biden Il sostegno al Presidente Zelensky e al governo di Kiev potrebbe tradursi in una graduale riduzione dei margini d’azione di cui dispone l’amministrazione e che – nella gestione politica della crisi – questo possa, alla fine, trovarsi a svolgere un ruolo sostanzialmente subalterno a quello delle autorità ucraine

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La decisione degli Stati Uniti di accrescere il proprio impegno a favore dell’Ucraina fornendo a Kiev di nuovi e più letali sistemi d’arma rappresenta un altro passo avanti sulla strada dell’escalation aperta dall’invasione russa del 24 febbraio. Anche se questa decisione non aumenta – in concreto – il grado di coinvolgimento di Washington nella guerra, essa conferma, infatti, in modo chiaro la scelta di schierarsi accanto al governo del Presidente Zelensky ‘senza se e senza ma’: una scelta che ha trovato riflesso anche nelle dichiarazioni del Presidente Biden, che negli scorsi giorni, per la prima volta dall’inizio del conflitto, ha qualificato comegenocidio le azioni compiute dalle forze russe in Ucraina, abbracciando così la posizione espressa delle autorità ucraine subito dopo la riconquista di Bucha. Si tratta di uno scostamento significativo dalla posizione sinora tenuta dalla Casa Bianca e di uno ‘scatto in avanti’ importante anche rispetto alla posizione ufficiale dell’amministrazione, che fino ad oggi è sempre stata molto cauta quando si è trattato di affrontare gli aspetti più emotivi della crisi in corso.

La possibilità, ventilata nelle ultime ore, di una visita a Kiev di un rappresentante ad alto livello dell’amministrazione stessa sembra inserirsi anch’essa in questa linea. Fonti ufficiose hanno parlato – come possibile inviato – del Segretario di Stato, Antony Blinken, o di quello alla Difesa, Lloyd Austin, escludendo invece l’eventualità di una visita del Presidente Biden o del Vicepresidente Kamala Harris. In un caso e nell’altro, si tratta di un segnale importante, che segue di poco l’arrivo a Kiev del Primo ministro britannico, Boris Johnson, e, successivamente, dei Presidenti di Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania. Questa rinnovata solidarietà internazionale si esprime in un momento in cui la strategia militare russa sembra essere almeno in parte cambiata e in cui anche le trattative diplomatiche sembrano essere entrate in una fase di sostanziale stallo. Anche nel caso del premier britannico, la solidarietà politica si è, inoltre, accompagnata alla promessa di nuovi aiuti militari, una promessa importante in un momento in cui gli arsenali di Kiev sembrano pagare lo scotto a una guerra inaspettatamente lunga.

Cosa è possibile attendersi da questi sviluppi? Difficilmente essi porteranno a cambiamenti sostanziali in quello che è, oggi, lo stato delle cose. Nonostante il perdurare della pressione russa, la situazione sul campo sembra essersi stabilizzata, mentre l’ipotesi di una ‘guerra lampo’ appare definitivamente tramontata. In questo contesto, anche i contenuti del sostegno internazionale devono essere ripensati in un’ottica più di lungo periodo. Da punto di vista ucraino, un altro possibile rischio è il (fisiologico) calo dell’attenzione dell’opinione pubblica. L’attivismo mediatico del Presidente Zelensky si lega anche alla volontà di evitare questa eventualità mantenendo la questione ucraina sotto i riflettori e al centro del dibattito. La conseguenza è stata un irrigidimento delle posizioni pubbliche di Kiev e un indurimento della sua retorica anche nei confronti deiPaesi europei accusati di non fare abbastanza’ a favore dell’Ucraina. La recente polemica con le autorità tedesche intorno alla visita (rifiutata) del Presidente Frank-WalterSteinmeier è solo un esempio (anche se forse il più eclatante) di questa tendenza.

Il Presidente Biden, dal canto suo, sembra avere investito nella questione ucraina molta della sua credibilità politica. Dal punto di vista di Washington, in essa si sommano vari elementi su cui il Presidente ha preso posizione sia in campagna elettorale, sia dopo: il contenimento delle ambizioni espansionistiche della Russia, il tema dei diritti umani, la promozione e il rilancio dell’‘ordine internazionale liberale, etc Anche se i sondaggi confermano le forti riserve degli elettori statunitensi sul modo in cui la Casa Bianca starebbe gestendo la crisi (ma il giudizio varia notevolmente in base alla collocazione politica degli intervistati, con gli elettori democratici in larghissima misura favorevoli alle scelte sinora compiute), il sostegno al Presidente Zelensky e al governo di Kiev rappresenta, di fatto, una scelta obbligata. Con il rischio, però, che tale scelta finisca per tradursi in una graduale riduzione dei margini d’azione di cui dispone l’amministrazione e che – nella gestione politica della crisi – questo possa, alla fine, trovarsi a svolgere un ruolo sostanzialmente subalterno a quello delle autorità ucraine.

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