domenica, Agosto 14

Ucraina: la nuova Yalta offerta da Draghi a Mosca Il piano italiano che dovesse essere respinto era prevedibile, ma, in parte, era voluto, o almeno previsto. La quarta tappa prevista dal piano è molto più un futuribile che una reale proposta, non è rilevante per la soluzione della controversia, bensì è una sofisticata offerta di una trattativa globale, aperta: una nuova Yalta, democratizzata

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Avendo disciplinatamente assorbito, sì assorbito, non solo letto, introitato, la requisitoria di Angelo Panebianco contro i ‘putiniani’ italiani (nella vicenda ucraina); ho anche introitato, che da Giorgia Meloni a Enrico Letta, per i partiti più grandi, il problema è quello di eliminare insieme il ‘partito putiniano’ (e qui, confesso, vacillo un po’) e passare a costruire istituzioni più forti, ma non con il presidenzialismo, e nemmeno con la legge elettorale proporzionale. Tutto ciò alla luce della situazione internazionale, spiega Panebianco, dato che nella politica interna «tanti faticano a comprendere il fatto che siano i conflitti internazionali a decidere delle sorti dei regimi politici. Stabilizzandoli o mandandoli a gambe all’aria».
Sarà. Chi sono io per prendere posizione su una cosa del genere?
E dunque torno alle questioni internazionali, che in questi giorni sono spesso centrate più sulle reazioni al ‘piano italiano’ (comunque l’unico sul tappeto) per la soluzione della guerra in Ucraina, che specificamente sulla guerra e le relative disastrose conseguenze.

 

Il piano italiano, si è detto inizialmente, è stato respinto nientemeno che da Dmitrij Medvedev, che avrebbe pronunciato una frase significativa al proposito: «l’idea di una completa autonomia della Crimea come parte dell’Ucraina sarebbe causa di una guerra a pieno titolo».
Orbene, il piano italiano non è noto nella sua interezza, anche se nell’articolo di ‘Repubblica si precisa: «Se è vero che la guerra è il fallimento della diplomazia -ha spiegato durante i lavori preparatori Di Maio ai tecnici della Farnesina- è anche vero che è la diplomazia a poter mettere fine alle guerre. Tutte prima o poi finiscono e bisogna farsi trovare pronti con dei piani per il dopo-guerra», e quindi si deve supporre che i tecnici della Farnesina, così bene illuminati, si stiano alacremente dando da fare. A parte ciò, l’unica cosa che si sa è che si svolgerebbe in quattro tappe, la prima delle quali sarebbe dedicata al cessate il fuoco e la terza alla soluzione della controversia territoriale, mentre la quarta potrebbe essere dedicata ad una sorta di ridefinizione delle garanzie di pace e di equilibrio in Europa. Tutto ciò, sotto l’occhio vigile di una sorta di commissione di garanzia o di pacificazione, ilGruppo internazionale di facilitazione‘ (… che, ahimè, ricorda un analogo gruppo per risolvere i problemi degli stellini!) composto da USA, Gran Bretagna e Polonia più Canada, Italia, Francia, e Germania, Cina, Israele e Turchia.
Avrete certo notato che ho indicato, molto superficialmente, una sorta di divisione in tre gruppi: quello filo-statunitense (con qualche minore aggressività del Canada, penso), quello pro-Russia e il terzo europeo, notoriamente poco entusiasta della guerra, ma poco anche di una sconfitta della Russia.

A mio parere, e se non sbaglio l’ho già scritto, il progetto ha il limite di non prevedere in qualche modo il confronto diretto tra i due veri contendenti: USA e Russia, con gli USA (me lo consentirete questo!) in posizione aggressiva verso la Russia. Joe Biden lo ha ripetuto decine di volte che vuole Vladimir Putin … morto. È vero che lo hanno detto anche Ursula von der Leyen e Charles Michel, ma costoro contano molto poco. E, forse mi sbaglio di grosso, ma al limite della mancanza di un confronto diretto tra i veri contendenti, si sta provvedendo di fatto, con i colloqui tra Ministri della Difesa e capi militari. Cosa che, oltre tutto, attesta che, al di là dei paroloni, sotto sotto si tratta.

 

Il piano, per quel che se ne sa, però, più che una vera e propria proposta di soluzione della controversia a sfondo territoriale (Crimea e Donbass), appare come una indicazione di metodo, da svolgere sotto la ‘sorveglianza’ dei ‘facilitatori’, messi lì, sia per suggerire che per farsi venire qualche idea.
Che dovesse essere respinto, anche per il modo in cui è stato dato alle Nazioni Unite e non ai diretti interessati (ma, attenzione, la Farnesina e Mario Draghi non sono così ingenui) era prevedibile, ma, in parte, credo, era voluto, o almeno previsto.
Checché se ne dica, Draghi ad oggi è l’unico capo di Governo che non sia andato da Volodymyr Zelenski, ma nemmeno da Vladimir Putin. Da quest’ultimo avrebbe dovuto, era in corso la preparazione, ma nulla è accaduto.
Respingere il piano, allo stato degli atti, come diremmo noi, è un modo per direfatene un altro, fatelo meglio, e portatelo a noi‘. Ripeto, forse mi sbaglio, ma l’idea è meno peregrina di quanto si possa pensare, anche perché indica alla Russia, che le Nazioni Unite ci sono ancora. Io sospenderei il giudizio!

 

Anche perché, c’è, nel piano, una quarta tappa che è molto più un futuribile che una reale proposta, anche se dovrebbe risolvere la questione del progressivo ritiro delle truppe russe da almeno una parte dei territori occupati, non mi sembra estremamente rilevante per la soluzione della controversia. Ma per l’Europa lo è: i tre Stati europei, infatti, sono quelli che sono legati dal combinato disposto (lo dico in senso tecnico) dei trattati dell’Eliseo e di Aquisgrana-Aix la Chapelle (il trattato franco-tedesco, insomma) e quello del Quirinale. In altre parole, questa attività sarebbe da leggere ed inquadrare nelle finalità implicite ed esplicite dei tre trattati.
Lo ripeto ancora, forse mi sbaglio, ma il vero piano è proprio quest’ultima parte, che, in qualche modo, è una sofisticata offerta (se preferite, può essere) di una trattativa globale, aperta: una nuova Yalta, democratizzata.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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