mercoledì, Giugno 23

Ucraina, la Nato si avvicina

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In effetti, la possibilità che un simile incontro sia nell’aria traspare da alcune mosse recenti in aggiunta a confermati comportamenti delle opposte parti. I negoziati multilaterali sono paralizzati dalle loro accuse reciproche di mancata applicazione degli accordi di pace di Minsk, che in realtà può essere tranquillamente rimproverata ad entrambe, perché ciascuna insiste nel pretendere che sia l’altra a dare per prima il buon esempio.

Kiev, cioè, a concedere alle due province del Donbass un’adeguata ossia speciale autonomia, più ampia di quella prevista a livello comunale dalla decentralizzazione dell’intero Stato ucraino. Mosca, invece, a restituire a Kiev il pieno ed esclusivo controllo, dalla propria parte, della frontiera comune, che attualmente unisce più che dividere il territorio russo da quello ucraino in mano ai ribelli filorussi e sostenuti con ogni mezzo dalla Russia. Tempi a parte, Kiev è probabilmente più restìa di Mosca ad adempiere davvero a quanto le compete, ma Mosca fa poco o nulla per incoraggiarla ed entrambe, d’altro canto, si astengono dall’assicurare il rispetto del cessate il fuoco previsto dagli accordi e soggetto a ricorrenti se non proprio incessanti violazioni.

Poroshenko e il suo governo si sforzano di mantenere un minimo di legami residuali di vario tipo con le due province contese, sforzi ostacolati già dalla loro proclamazione di due repubbliche indipendenti, strumentale quanto si voglia ai fini della suddetta autonomia ma preludente in alternativa anche ad un’annessione alla Russia. Sforzi in gran parte frustrati, inoltre, dalla crescente pressione che esercitano sul potere centrale, accusato di eccessiva debolezza verso il nemico, da bellicosi gruppi ultranazionalisti impegnati tra l’altro ad organizzare blocchi stradali, ferroviari ecc. per impedire i traffici con il Donbass e la stessa Crimea che proseguono malgrado il conflitto armato.

Di fatto, simili attività colludono con il secessionismo delle autorità provinciali sottolineato, ad esempio, dall’esproprio delle grandi aziende locali del magnate Rinat Achmetov, l’uomo più ricco (e secondo molti ancora fin troppo potente) d’Ucraina. A sua volta, però, anche Mosca mostra ormai di puntare alla separazione territoriale, o di considerarla quanto meno una possibile opzione, con la recente decisione di riconoscere, ai fini dell’ingresso in Russia degli abitanti del Donbass, i documenti di identità rilasciati dalle suddette autorità, che potrebbe costituire il primo passo verso un riconoscimento ufficiale delle due ‘repubbliche’.

Sono sviluppi e tendenze rispondenti ad una certa logica che, applicata fino in fondo, avrebbe dopotutto il pregio di portare ad una soluzione non conflittuale del problema ucraino senza neppure contrastare più di tanto con la storia di un Paese dall’identità alquanto incerta e discutibile. E’ però una logica che comporta anche una prospettiva considerata finora inaccettabile per Mosca perché incompatibile con uno dei motivi, forse il principale, che indusse il Cremlino ad appropriarsi della Crimea e ad appoggiare la ribellione del Donbass: la prospettiva di un’inclusione dell’Ucraina sia pure amputata nell’Alleanza atlantica, certamente ancora più sgradita di una sua adesione all’Unione europea, causa scatenante della ‘rivoluzione di Maidan’ con relativi contraccolpi.

Le ultime settimane hanno visto una serie di eventi non particolarmente clamorosi che segnano tuttavia, pur senza pregiudicare radicalmente il futuro, una concreta crescita dei legami tra l’Ucraina e la NATO. All’Ufficio di rappresentanza dell’Alleanza a Kiev è stata assegnata una sede nel cuore della capitale, vicino all’ambasciata degli Stati Uniti. Già esiste fin dal 1997, quanto meno sulla carta, una Commissione NATO-Ucraina che solo adesso svolge un ruolo di rilievo occupandosi attivamente, come hanno confermato recenti scambi di visite tra i rispettivi esponenti, delle riforme interne richieste per consentire l’ammissione del Paese nelle due organizzazioni occidentali.

Mentre la maggior parte dei governi membri della NATO si  mantengono cautamente possibilisti a questo riguardo, l’organizzazione dell’Alleanza in quanto tale sembra quasi muoversi per conto proprio preparando il terreno per l’approdo finale andando così incontro ai desideri prevalenti a Kiev. Sul piano strettamente militare reparti ucraini hanno partecipato per la prima volta a esercitazioni di forze corazzate atlantiche in Germania, mentre si sviluppa la cooperazione tra le rispettive industrie militari e viene programmata l’adozione da parte di quella ucraina (fino a poco tempo fa legata a doppio filo con l’industria bellica russa) degli standard produttivi atlantici. Nell’addestramento delle forze armate ucraine è frattanto particolarmente impegnato il Canada.

Se poi l’attuale segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, deve comprensibilmente rispettare la prevalente prudenza dei governi alleati, un altro politico del Nordeuropa, regione particolarmente preoccupata per la vera o presunta minaccia russa, Anders Fogh Rasmussen, suo predecessore nella suprema carica dell’organizzazione, si distingue come uno dei maggiori e più attivi promotori dell’ammissione dell’Ucraina anche nella nuova veste di consigliere strategico di Poroshenko. In attesa dunque che si decifri l’enigma Trump, la cautela non impedisce agli altri attori in scena di premunirsi per ogni evenienza nei modi ritenuti più opportuni, sulla base di premesse che restano peraltro quanto meno opinabili. Saranno comunque le reazioni russe, sinora alquanto prudenti anch’esse al di là delle immancabili polemiche, a fornire al riguardo le più probanti indicazioni.

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