sabato, Maggio 15

Ucraina, la lunga apnea field_506ffb1d3dbe2

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«Temo che vivremo un lungo periodo con il fiato sospeso»: questa la previsione della Cancelliera tedesca Angela Merkel in merito agli sviluppi in Ucraina. La situazione rimane infatti esposta ad un continuo rischio di crollo, tanto sul fronte interno che su quello internazionale. Sul fronte interno, perché le finanze di Kiev richiedono un urgente salvataggio, anche solo per pagare i debiti accumulati col colosso energetico russo Gazprom. L’Amministratore Delegato di quest’ultimo, Aleksej Miller, ha infatti richiesto che gli 1,8 miliardi di dollari di debiti contratti dall’Ucraina vengano saldati, minacciando non troppo velatamente una «crisi del gas». La speranza del Governo di Arsenij Jacenjuk è di ottenere presto un’apertura di credito da parte del Fondo Monetario Internazionale, la cui missione a Kiev sembra aver riportato «buoni progressi», da discutere ora con l’amministrazione dello stesso FMI. Intanto, la Verchovna Rada ha approvato la creazione di una Guardia Nazionale, fondamentalmente istituzionalizzando i «gruppi di autodifesa» sorti durante l’occupazione della Piazza dell’Indipendenza perché possano tornare utili in caso di confronto armato con Mosca.

Il Parlamento ucraino ha istituzionalizzato oggi anche la propria impostazione in politica estera, approvando una risoluzione che «conferma la politica ucraina di integrazione con l’Unione Europea» e facendo appello alle Nazioni Unite perché discuta la «flagrante violazione dei principi di diritto internazionale da parte della Federazione Russa». Russia che ha frattanto annunciato l’avvio di esercitazioni militari al confine con l’Ucraina e l’invio di sei caccia Su-27 e tre aerei da trasporto militare in Bielorussia, in risposta ai recenti movimenti statunitensi in Polonia. Fortunatamente, il confronto rimane comunque ancora solo verbale, ad esempio col Viceministro russo per l’Economia Alexeij Likacev, secondo il quale Mosca risponderà ad eventuali sanzioni europee «in maniera simmetrica», mentre un chiaro messaggio giunge dall’OCSE, che ha deciso di posporre i negoziati per l’accesso della Russia. Segnali di cooperazione giungono solo dalla telefonata avvenuta in giornata tra il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ed il Segretario di Stato statunitense John Kerry, con l’obiettivo di «normalizzare l’atmosfera e favorire la pace civile». Ciononostante, Kerry ha comunque affermato che, qualora il referendum in Crimea avesse luogo questa domenica, già lunedì Stati Uniti ed Europa risponderebbero con una «concreta serie di passi».

Gli Stati Uniti devono comunque affrontare anche altri attriti bilaterali, come ad esempio quello con la Cina: oggi il Primo Ministro Li Keqiang ha infatti affermato che «è un fatto che vi sia qualche frizione nell’ambito della cooperazione, ma questo è il problema della cooperazione», invitando perciò al reciproco rispetto tra i rispettivi interessi fondamentali delle due economie. Li non ha specificato quali temi creino difficoltà nel rapporto tra Pechino  e Washington, ma, come sottolinea ‘Reuters’, è certo che, oltre al recente incontro fra il Presidente Barack Obama e il Dalai Lama, per il Governo cinese a stridere sia soprattutto il solido rapporto tra USA e Giappone, di ostacolo alle proprie mire sulla regione pacifica.

Un altro grattacapo per gli Stati Uniti è rappresentato dalla vittoria di Salvador Sánchez Cerén nelle elezioni presidenziali di El Salvador. Si era già detto lunedì della sua vittoria, ma, alla luce del risultato di quasi parità, il Tribunale Supremo Elettorale aveva deciso di ricontare le schede. Oggi la corte ha confermato all’unanimità la vittoria di Sánchez con un vantaggio di 6,364 voti. Qualora il suo avversario, il candidato di ARENA Norman Quijano, non presenti entro l’inizio della prossima settimana prove dei 20.000 voti ‘doppi’ da lui denunciati, Sánchez sarà il primo ex-guerrigliero del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional ad arrivare alla Presidenza del Paese, gettando appunto nel dubbio i futuri rapporti con Washington, che tradizionalmente ha sempre appoggiato i conservatori di ARENA.

Sempre in America Latina, continuano le violenze in Venezuela, dove oggi hanno perso la vita tre persone. Il novero dei morti, ad un mese esatto dall’inizio degli scontri più duri, giunge così a 25. Le vittime di oggi sono dello Stato del Carabobo: come riferisce ‘Reuters’, si tratta di uno studente, di un uomo di mezza età e di un capitano dell’esercito, raggiunti da colpi di arma da fuoco.

Tre persone sono state uccise anche in Afghanistan, in quello che potrebbe essere l’inizio delle violenze pre-elettorali annunciate pochi giorni fa dai Talebani. Il triplice omicidio è avvenuto nella provincia settentrionale del Faryab, le vittime erano sostenitori del candidato presidenziale Abdullah Abdullah. Non si tratta, in realtà, del primo caso: in precedenza, nella provincia di Kunduz erano stati uccisi altri due attivisti dello stesso candidato. In nessuno dei due casi sono giunte rivendicazioni, ma le modalità – oltre alle minacce espresse – portano a puntare il dito sui Talebani.

La lista dei morti di oggi si allunga dopo gli scontri avvenuti in Turchia. Due persone hanno perso la vita nel corso delle proteste, estese in tutto il Paese, seguite ai funerali di Berkin Elvan. Quest’ultimo, di 15 anni, era in coma ormai dal giugno scorso a causa della brutale repressione poliziesca delle note proteste del Parco Gezi. Alla notizia del suo decesso, migliaia di persone sono scese nelle strade per commemorarlo e rinnovare il dissenso contro il Primo Ministro Recep Tayyip Erdoğan, il cui partito è al centro di uno scandalo di corruzione.

Sale invece a sette il numero dei morti nel crollo di due palazzi a New York dovuto a una fuga di gas: il sindaco Bill de Blasio ha già annunciato che le ricerche si protrarranno per giorni. Esattamente come sta succedendo per capire cos’è successo ai 239 passeggeri del volo MH370 della Malaysian Airlines. Dopo cinque giorni prosegue lo stillicidio di notizie e smentite: in giornata è stato reso noto che un satellite cinese avrebbe individuato resti dell’aereo, salvo poi non trovare nulla nell’area indicata; più tardi, il ‘Wall Street Journal’ ha riportato che l’aereo potrebbe essere rimasto in volo per quattro ore dopo essere scomparso dai radar, ma le autorità malesi hanno rigettato la possibilità.

Rimane incerta anche la sorte dei due marò, detenuti in India in attesa del processo per l’omicidio di due pescatori indiani. Oggi era in India la Ministra della Difesa Roberta Pinotti, che ha sostenuto la necessità di una «grande unità nazionale» per non «indebolire da soli la posizione del Paese creando eventuali fratture interne».

La cooperazione fra parti opposte sembra funzionare in Madagascar, dove il nuovo corso aperto dal Presidente Hery Rajaonarimampianina potrebbe già aver portato i suoi primi frutti sul piano internazionale. Dopo una rottura durata cinque anni, cioè dal colpo di stato del 2009, il Fondo Monetario Internazionale ha ripreso le relazioni con Antananarivo. La notizia è stata diffusa dal Ministro delle Finanze Lantoniaina Rasoloelison, per cui «il FMI è la chiave per aprire la porta a discussioni con altri donatori».

Al di là del mare, gli Stati dell’Africa Orientale hanno invece annunciato l’invio di truppe in Sud Sudan entro la metà di aprile. Ad Addis Abeba, il blocco regionale IGAD (Intergovernmental Authority on Development) ha infatti deciso di sostenere con una missione di peacekeeping il cessate il fuoco accordato tra Governo e ribelli: la tregua, infatti, è ancora molto fragile ed i Governi dell’area sono consci del fatto che un peggioramento avrebbe ripercussioni anche oltre i confini del giovane Stato.

Infine, va ricordato che questa difficile giornata segna un anno dall’ascesa di Jorge Mario Bergoglio al soglio petrino. Nessuna cerimonia per la ricorrenza, avvenuta peraltro durante gli esercizi spirituali della Quaresima, bensì un solo tweet con la richiesta: «pregate per me».

 

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