venerdì, Settembre 17

Ucraina, la crisi si estende field_506ffb1d3dbe2

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Esiste, al momento, una sola certezza nella delicata situazione dell’Ucraina: che le truppe russe continuano ad occupare il territorio della Crimea. Secondo quanto comunicato dalle autorità ucraine, infatti, solo nell’ultima giornata sarebbero giunti nella penisola dieci elicotteri da combattimento ed otto aerei da trasporto, in violazione dell’accordo tra Kiev e Mosca che prevede un preavviso di 72 ore per le operazioni russe nel Mar Nero. Ma il Cremlino sembra poter espandere la propria zona d’influenza, visto che anche a Odessa sventolava oggi il tricolore russo: 700 dimostranti filo-russi hanno infatti fatto irruzione nel Palazzo di Governo della città, mentre era in corso una riunione di emergenza sulla situazione nazionale. Mentre il problema, però, continua effettivamente ad espandersi, a mancare è una risposta concreta.

Solo nella giornata di oggi, in effetti, si è avuta una pletora di dichiarazioni che, nel dimostrare l’allargamento della discussione internazionale sul rischio di una guerra in Ucraina, ha portato a più di un’apparente contraddizione. È questo il caso, ad esempio, delle dichiarazioni della Cancelliera tedesca Angela Merkel, che, pur dichiarando in una telefonata col Presidente statunitense Barack Obama che Vladimir Putin «ha perso il senso della realtà», domenica ha discusso al telefono proprio con quest’ultimo per l’invio di una commissione d’inchiesta dell’OCSE in Ucraina. Certo è che il G7 ha sospeso i preparativi per il vertice che si sarebbe dovuto tenere a Sochi, mentre il Segretario di Stato statunitense John Kerry è giunto a sostenere il rischio per la Russia di perdere il posto tra le otto potenze mondiali: dichiarazioni che, secondo un copione già visto, Mosca ha respinto come «inaccettabili». Più orientata, come si diceva, la posizione europea: giovedì i Capi di Stato e di Governo dell’UE dovrebbero incontrarsi per convergere su una posizione comune, mentre già oggi il Presidente della Commissione José Barroso ha dichiarato che il «minimo» che l’UE può fare per l’Ucraina è «sostenere la loro sovranità e continuare ad offrire loro le prospettive di integrazione economica e politica e di associazione con la UE», tornando quindi all’origine della crisi ucraina.

È comunque vero che la situazione politica in Ucraina è diversa, come dimostra la presenza di Julia Timoshenko, che richiama all’ordine Washington e Londra ricordando il Trattato di Budapest sull’integrità territoriale del Paese: «occupando la Crimea», ha affermato la Timoshenko, la Russia «dichiara guerra anche ai garanti della nostra sicurezza, Stati Uniti e Gran Bretagna». Inoltre, aumenta il numero di inchieste giudiziarie relative all’ex Presidente di Viktor Janukovic, ora anche accusato di aver istigato al rovesciamento dell’ordine costituzionale durante una conferenza stampa, il 28 febbraio. Ciononostante, proprio secondo la Costituzione sarebbe ancora lui il Preidente legittimo, almeno secondo il Primo Ministro russo Dmitrij MedvedevIn altre parole, Mosca continua a non riconoscere la legittimità delle attuali autorità ucraine, condizione su cui si baserebbe la concessione di aiuti finanziari a Kiev: la decisione, secondo il Ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, è attesa entro sera. Intanto, Mosca riceve supporti sul fronte orientale: il Ministro degli Esteri del GiapponeFumio Kishida, ha detto di non voler annullare la visita in Russia prevista per la primavera, mentre il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov avrebbe riscontrato «larga concordanza» con la sua controparte cinese Wang Yi durante una telefonata sulla situazione ucraina.

Per suo conto, la Cina è ancora scossa dalla strage avvenuta in una stazione ferroviaria a Kunming nella serata di sabato. 29 persone sono infatti state uccise a coltellate da quello che le autorità cinesi hanno identificato come un commando di separatisti uighuri. Mentre, a livello nazionale, si apre la sessione annuale del Parlamento, nella regione dello Xinjang si intensificano i controlli delle forze dell’ordine nel tentativo di impedire ulteriori tensioni a sfondo etnico: il Governo di Pechino ha comunicato infatti che nell’area della strage sono stati rinvenuti striscioni inneggianti all’indipendenza di quello che i secessionisti chiamano Turkestan Orientale.

Sembra meno preoccupato dal terrorismo, invece, il Presidente dell’Afghanistan Hamid Karzai, per cui Al Qaeda sarebbe ormai «più un mito che una realtà». Anche per questa ragione sarebbe perciò contrario a firmare l’Accordo Bilaterale di Sicurezza con gli Stati Uniti, da cui si sentirebbe «tradito», secondo quanto dichiarato in un’intervista al ‘Washington Post’: «gli afghani sono morti in una guerra che non è la nostra». Come riportato la settimana scorsala decisione di non firmare imporrebbe alle truppe statunitensi di abbandonare il Paese entro la fine del 2014, con ripercussioni anche nel più ampio ambito della NATO.

Anche Israele potrebbe presto dichiarare di sentirsi ‘tradito’ dagli Stati Uniti: alla vigilia della visita del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, il Presidente Obama ha affermato in un’intervista a ‘Bloomberg View’ che un fallimento dei negoziati di pace in Medio Oriente renderebbe più difficile, per gli Stati Uniti, sostenere Israele a fronte del suo progressivo isolamento. «Ciò che credo», ha detto Obama, «è che se non si vede un accordo di pace mentre continua una costruzione aggressiva di insediamenti e… se i Palestinesi giungono a ritenere che la possibilità di uno Stato palestinese sovrano contiguo non sia più alla portata, allora la nostra abilità di gestire le ricadute internazionali sarà limitata».

Le ricadute internazionali non toccano invece David Bahati, l’avvocato autore della legge omofobica approvata negli scorsi giorni in Uganda. A suo modo di vedere, un eventuale taglio degli aiuti finanziari sarebbe un piccolo prezzo da pagare, che la legge «compensa ampiamente perché difende i nostri valori». Per Bahati, la decisione della Banca Mondiale di congelare 90 milioni di dollari in aiuti «è infelice» perché «crea un’impressione che accettare l’omosessualità sia una condizione per ottenere denaro dalla Banca Mondiale, mentre non lo è». La baldanza di Bahati, apparentemente, si fonda su rapporti solidi con «amici politici negli USA». Inviso alla comunità internazionale su questo tema, l’Uganda provvederà tuttavia 410 soldati per proteggere il personale delle Nazioni Unite a Mogadiscio, «perché AMISOM [la forza di peacekeeping dell’Unione Africana, ndr]… possa esser libera di seguire al Shabaab ovunque si nasconda», come affermato dal portavoce dell’esercito Paddy Ankunda.

Anche un altro Paese spesso al centro delle critiche internazionali, l’Iran, ha oggi dato prova della propria volontà di collaborazione: l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha infatti dichiarato che lo stock nucleare iraniano sta venendo ridotto secondo i piani, benché ci sia ancora molto lavoro da fare. Secondo il Direttore Generale dell’organizzazione, Yukiya Amano, il progresso di Teheran sarebbe sufficiente a vedere sbloccati 450 milioni di dollari di entrate da petrolio sul totale di 4,2 miliardi attualmente congelati secondo gli accordi presi a Ginevra il 24 novembre.

È sempre scontro, invece, in un altro Paese petrolifero, il Venezuela. Neanche l’occasione del Carnevale, che solitamente spinge molti venezuelani verso le spiagge, ha convinto i manifestanti ad abbandonare le strade: come dichiarato da uno di loro, «non abbiamo nulla da festeggiare in spiaggia. Andare in vacanza sarebbe dare credito alla versione del Governo per cui non starebbe succedendo nulla». Per questa ragione, migliaia di persone hanno partecipato alle manifestazioni di domenica a Caracas. Tuttavia, come dichiarato dall’Ambasciatore venezuelano in Italia in un’intervista in uscita domani per ‘L’Indro’, per il Governo si tratta di «una strategia di destabilizzazione che si acutizza ogni volta che l’opposizione perde un’opportunità elettorale».

In difficoltà anche il Governo della Romania, dove il Primo Ministro Victor Ponta ha chiesto al Presidente della Repubblica Traian Basescu di non ostacolare la formazione di un possibile nuovo Governo, dopo che quello precedente è caduto per la spaccatura interna alla maggioranza parlamentare. La possibilità di ottenere una nuova maggioranza e, con ciò, una nuova fiducia, è data dall’accordo col partito UMDR, che rappresenta la minoranza ungherese del Paese. L’eventuale fiducia al nuovo Governo gioverebbe soprattutto nel portare a termine gli impegni presi nella cornice di un accordo con il Fondo Monetario Internazionale, che ha portato nelle casse di Bucarest 4 miliardi di euro: ciononostante, tra le misure che Ponta avrebbe concordato, ve ne sarebbero due invise a Basescu.

Infine, i dati Frontex del terzo trimestre del 2013 segnalano una ripresa dei flussi migratori nel Mediterraneo verso l’Unione Europea. Sono stati 42.618 gli sbarchi nei tre mesi in questione, un numero che segna un record in materia e che giunge nella stessa giornata in cui, nell’enclave spagnola di Ceuta, in Marocco, 63 migranti sono stati fermati dalle forze di polizia spagnole mentre tentavano di passare in territorio spagnolo. Durante un tentativo avvenuto il 6 febbraio erano morte annegate 15 persone.

 

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