giovedì, Maggio 19

Ucraina: la Cina rivoluziona l’’ordine americano’ La vicenda ucraina sembra accreditare ulteriormente le ambizioni ‘globali’ della Cina in un momento in cui, al contrario, l’amministrazione Biden non appare in grado di mantenere le promesse di rilancio del ruolo degli Stati Uniti

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Mentre la campagna militare in Ucraina sembra essere entrata in una fase di stallo e mentre, a livello internazionale, si moltiplicano gli sforzi per giungere a una composizione diplomatica della crisi, l’avvio di colloqui diretti fra Stati Uniti e Cina apre nuovi scenari in una vicenda che – con il passare del tempo – sembra complicarsi progressivamente. L’incontro di Roma fra il Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense, Jake Sullivan, e Yang Jiechi, Direttore della Commissione centrale degli affari esteri dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese, è il primo faccia a faccia fra figure di spicco dei due Paesi da quando Mosca ha dato inizio all’invasione, il 24 febbraio. In queste tre settimane, i rapporti fra Washington e Pechino non sono stati facili: fra l’altro, l’amministrazione USA ha accusato la Cina di avere sostenuto l’iniziativa russa fornendo a Mosca assistenza economica e finanziaria e forse anche aiuti militari; una possibilità accreditata dalle stesse autorità cinesi, che hanno ripetutamente dichiarato di non volere subordinare ‘i diritti e gli interessi legittimi’ del Paese all’applicazione delle sanzioni adottate contro Mosca dagli Stati Uniti e dai loro alleati.

Sin dall’inizio della crisi, la posizione di Pechino non è stata priva di ambiguità. Pur criticando la violazione delle sovranità territoriale di Kiev, le autorità cinesi hanno anche espresso simpatia per le preoccupazioni di sicurezza che – secondo Mosca – avrebbero giustificato l’invasione. Pechino non si è associata alla risoluzione di condanna approvata il 2 marzo dall’Assemblea generale dell’ONU ma, con l’astensione al momento del voto, non si è nemmeno associata alla – peraltro breve – lista degli Stati che hanno votato contro (Bielorussia, Corea del Nord, Eritrea, Russia e Siria). Sollecitata da più parti a impegnare la propria credibilità e il proprio peso politico in una possibile attività di mediazione, anche in questo caso Pechino ha preferito declinare la proposta; una decisione che diversi analisti hanno voluto leggere come un modo per dare tempo a Mosca di raggiugere i suoi obiettivi militari. C’è, poi, il grande capitolo delle sanzioni; capitolo tanto più importante quanto più – sul piano economico – Russia e Cina, negli scorsi anni si sono avvicinate. In questo campo, l’impannata che hanno avuto negli ultimi mesi i dati sull’interscambio è indicativa del crescente legame che si esiste fra le due economie.

Sinora, gli sforzi di Washington per portare l’interlocutore a scoprirsi sono apparsi inefficaci, mentre i toni del confronto si sono induriti. Di aiuto militare cinese alla Russia ha parlato lo stesso Jake Sullivan ancora alla vigilia dell’incontro con Yang Jiechi, incontro che, a sua volta, non sembra avere avvicinato molto le parti. Ciò non ha, comunque, significato la chiusura dei canali negoziali. Anzi: molti osservatori sono concordi nel ritenere centrale il ruolo della Cina per la composizione della crisi; non fosse altro perché l’’incrollabile sostegno’ espresso allasovranità ucraina rende la Repubblica popolare un interlocutore gradito sia a Mosca, sia a Kiev. Pechino possiede, inoltre, le leve dinfluenza necessarie a dare credibilità al suo possibile ruolo di mediatore; leve dinfluenza che molti dei mediatori che si sono mossi nelle ultime settimane non possedevano. A questo proposito, è stato osservato come l’intensità dello sforzo diplomatico cinese nella vicenda ucraina – “segnato com’èda frequenti telefonate e incontri online tra il Presidente Xi Jinping, il Ministro degli Esteri Wang Yi e le loro controparti in Russia, Ucraina ed Europa” – non sembri avere precedenti nella storia recente del Paese.

Dal punto di vista statunitense, questo non è necessariamente un bene. L’attivismo cinese ma anche l’ambiguità della posizione di Pechino sono un chiaro segno del peso che la Repubblica popolare ha ormai assunto sulla scena internazionale; un peso che va oltre la ‘semplice’ sfera economica e commerciale e che anche a livello politico e diplomatico sta cominciando a uscire dagli spazi geografici e di competenza nei quali il Paese si era, sinora, autoconfinato. In questo senso, la vicenda ucraina sembra accreditare ulteriormente le ambizioni ‘globali’ della Cina in un momento in cui, al contrario, l’amministrazione Biden non appare in grado di mantenere le promesse di rilancio del ruolo degli Stati Uniti che tanto peso avevano avuto durante la campagna elettorale. Anche questo fatto è alla radice delle attuali tensioni fra Washington e Pechino. Sullo sfondo di una vicenda che – comunque vada – sembra destinata a intaccare in modo importante le ambizioni geopolitiche di Mosca, la crisi ucraina apre, infatti, la via a un consolidamento del ruolo della Cina all’interno di un mondo le cui regole e le cui gerarchie appaiono sempre più distanti da quelle che continuano a strutturare l’‘ordine americano’.

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