Ucraina: l’ora dell’alternativa possibile Ora serve un negoziato che si muova prendendo atto che non può esistere una sicurezza europea contro la Russia, né una sicurezza russa contro l'Europa

Né il timore d’essere etichettati come irriducibili ‘putiniani’ né il caldo caraibico che in questi giorni ha avvolto la capitale, ha scoraggiato la partecipazione di un discreto pubblico al dibattito organizzato mercoledì scorso, da ‘Vision& Global Trends’ presso la sala stampa della Camera dei Deputati sul tema ‘Guerra e pace, l’Italia divisa‘. In altri termini, qual è la posizione del nostro Paese nei confronti della guerra russo-ucraina? Il fronte occidentale, così granitico agli esordi dell’operazione militare speciale, al quinto mese di guerra è ancora così compatto? Esistono, infine, prospettive future per uscire da questa empasse?

Il professor Tiberio Graziani, già nell’introduzione ha liberato l’argomento da ogni cosmesi.
Secondo il Presidente dell’Istituto Vision and Global Trends, l’Italia è ad oggi un Paese belligerante, anche se con forme e modi del tutto atipici. La belligeranza de facto ha privato il nostro Paese del suo ruolo storico di mediatore tra Oriente e Occidente, appiattendolo su posizioni e a difesa di interessi che appaiono sempre più lontani da quelli nazionali.
Azzerata la diplomazia, decretata l’inconsistenza delle Nazioni Unita e messa la sordina, se non addirittura il ridicolo, su ogni iniziativa di mediazione, vincere la guerra sul campo appare oggi per l’Occidente l’unica possibilità di risoluzione della crisi che, come ha ricordato l’Onorevole Pino Cabras, viene da molto lontano. «Non si deve dimenticare», ha esordito il deputato di Alternativa, «che l’Ucraina non è un prodotto della natura, ma della storia, i cui confini che oggi si certificano sacri e inviolabili, sono stati tracciati in un’epoca,quella sovietica, dove nessuno pensava che un giorno sarebbe stato richiesto di difenderli con la vita. Certo la disgregazione dell’URSS e il turbolento periodo che ne è seguito, hanno imposto alle popolazioni che componevano il grande impero rosso di costruirsi o reimpossessarsi di una propria identità nazionale, e questo è spesso avvenuto a scapito di molte minoranze, come quella russa».

«Giova infatti ricordare», ha proseguito Cabras «che ad esempio in Lettonia, Paese democratico e appartenente alla NATO, i cittadini nati nel Paese ma di lingua e cultura russa non hanno diritto alla cittadinanza». Peraltro, ha continuato Cabras, a nessuno sfugge che la stessa Ucraina, oggi presentata come eburneo baluardo della democrazia e del rispetto dei diritti umani, sia nei fatti un Paese fortemente corrotto, governato da oligarchi, nazionalista e aggressivo nei confronti delle minoranze, prima fra tutte quella russa. «Lo stesso Presidente Zelensky» ha proseguito Cabras «è stato eletto con oltre il 70% dei voti, ma in una competizione elettorale dove si è recato alle urne meno del 50% degli aventi diritto».

Se questo è, dunque, il quadro generale, viene da chiedersi non solo se sia giusto o meno continuare a rifornire di armi Kiev, ma anche conoscere in mano a chi, alla fine, andrà questo enorme arsenale. «L’esperienza dell’Afghanistan è ancora fresca e non va dimenticato che solo tre settimane prima della precipitosa fuga da Kabul, gli USA e i suoi alleati avevano terminato di equipaggiare e armare oltre 180.000 soldati che insieme ad altrettanti poliziotti che avrebbero dovuto garantire la transizione. Il risultato è stato invece che ad oggi quelle stesse armi sono divenute l’arsenale del talebani». Cabras ha ricordato come gli USA abbiano speso nel Paese asiatico oltre 2,3 trilioni di dollari, ma che per l’Italia l’impegno in Afghanistan ha significato spendere 8,5 miliardi di euro. Alimentare crisi future sarà quindi il destino dell’attuale impegno occidentale in Ucraina?

Le preoccupazioni dell’Onorevole Cabras sono state condivise e ampliate dall’intervento dell’Onorevole Raphael Raduzzi (Alternativa), anch’egli tra gli intervenuti al dibattito, soffermandosi particolarmente sulle conseguenze economiche che nell’immediato si stanno producendo in Italia per causa della crisi Ucraina. «Non era certo questo il sogno europeo e oggi la stessa Unione Europea corre il rischio di apparire come il fratello sciocco della NATO, saldandosi alla decisione atlantica di isolare finanziariamente ed economicamente la Federazione russa». Ha quindi voluto rimarcare Cabras.
Una reazione inattesa da parte di Mosca? Sembrerebbe di no, se lo stesso Sergei Glazyev, ex Ministro del Commercio estero di Mosca, già l’anno scorso avvertiva che un eventuale azione militare in Ucraina avrebbe causato la disconnessione della Russia dal sistema SWIFT e dall’intera architettura della finanza occidentale e che quindi Mosca doveva attrezzare per tempo opportune contromisure.

Quale è, dunque, oggi lo stato dell’arte dopo che tutte le previsioni occidentali in merito alla guerra sono state disilluse. Non vi è più traccia della blitzkrieg attesa nei primi giorni, sostituita invece da una guerra di usura che necessariamente si svilupperà in tempo lunghi. Per di più, la Federazione russa, che sarebbe dovuta implodere sotto il peso delle sanzioni, è invece ancorasaldamente in piedi. Non solo, ma ha iniziato a attivare altri canali che la collegheranno sempre più saldamente alla Cina e all’India, diluendo così gli effetti negativi delle sanzioni. Al contrario,l’auspicata asfissia economica della Federazione russa sta invece producendo il tramortimento delle economie degli stessi paesi promotori, a conferma del vecchio adagio della diplomazia secondo il quale le sanzioni fanno male a due sole categorie: i poveri e coloro che le hanno imposte.
In prima e forse unica fila tra coloro per i quali il regime sanzionatorio inizia a far danni troviamo l’Unione Europea. E’ evidente che la prosecuzione della guerra e la contemporanea, incompleta riconversione dei flussi energetici dalla Russia,pone la UE in una condizione di dipendenza più o meno consistente dal suonemico‘, il che in termini strategici, non è mai saggio. Ma non solo.
Come ha tenuto a rimarcare l’Onorevole Raduzzi «sussiste più che un rischio di disaccoppiare l’Europa occidentale dal resto del continente euroasiatico con ripercussioni gravi sullo stesso sistema economico degli Stati dell’Unione». Quello che sembra palesarsi è, infatti, il progressivo indebolimento della capacità manifatturiera dell’Europa, e in primo luogo delle Nazioni come la Francia, l’Italia e la Germania che proprio sul settore manifatturiero fondano gran parte del loro benessere. Un cambiamento di modello economico non voluto e che non può essere giustificato dalla retorica vuota della decrescita felice e della transizione ecologica.

Esiste una forse possibile via d’uscita? Secondo gli organizzatori del dibattito si, ed è quella del negoziato di pace. Non certo un negoziato che ricerchi la pace ad ogni costo o che pretenda di imporla a uno Stato che appare sempre più probabile esca vincitore. Piuttosto un negoziato che si muova prendendo atto che non può esistere una sicurezza europea che vada contro la Russia, né una sicurezza russa che non tenga conto delle esigenze europee. In questa consapevolezza, è necessario quindi ricercare un compromesso tra le parti.
L’allargamento della NATO verso il nord Europa è una mossa che si muove nella direzione opposta. «Chiudere il Baltico» sottolinea uno dei relatori, «significa chiudere la porta dell’Europa in faccia alla Russia. Non dimentichiamoci che San Pietroburgo è stata pensata e costruita proprio come finestra dell’immenso impero russo sull’Europa”. Ora, con l’allargamento della NATO, quella finestra costringe Putin a guardare nel cortile di casa del suo principale antagonista.

Per dar credito a questo possibile approccio di pace è necessario, da parte dell’Europa, rendersi conto che il modello economico europeo, basato sull’esportazione perenne, non può reggere in un regime di chiusura e di limitazioni degli scambi, anche e soprattutto dopo la grande crisi del 2008 e quella più recente del Covid. Il trittico di pandemia, guerra e sanzioni potrebbe a questo punto risultare esiziale. Una nuova presa di coscienza da parte dei Paesi della vecchia Europa, in primis Francia e Germania, e non certo ultima l’Italia, dovrebbe -almeno negli auspici degli organizzatori del dibattito- indurli a fare quadrato e a rilanciare quindi un dialogo con e non contro la Federazione russa.
In attesa e nella speranza che questo auspicio si compia quello che sembra palesarsi all’orizzonte è una severa crisi autunnale, cui l’attuale classe politica non sembra però essere preparata a far fronte.