sabato, Maggio 21

Ucraina: l’astuto Putin e l’autorevole Draghi. Nuova assertività italiana in pista L'Italia di Draghi nella crisi ucraina ha buone carte da giocare. Mosca potrebbe essere indotta a dare maggior credito alla mediazione di un Paese di medio calibro come l’Italia, piuttosto che a Macron e Scholz

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«L’Italia potrebbe avere un ruolo nella normalizzazione delle relazioni tra Russia e Unione Europea e anche a livello delle trattative che sono in programma tra la Russia e la NATO… tra noi e l’Italia, per quanto sento io, ci sono relazioni, se non esemplari, quantomeno buone, stabili. Mi sembra che ciò abbia un carattere super partes, indipendente dalle forze politiche che sono al governo in Italia». Così affermava Vladimir Putin lo scorso 23 dicembre, in occasione dell’abituale conferenza stampa di fine anno.

Il sito Internet di Palazzo Chigi dà in effetti conto di ben cinque conversazioni telefoniche intercorse da agosto 2021 ad oggi fra Putin e il nostro Presidente del Consiglio: circostanza, questa, che già da sola descrive un quadro di rapporti molto intensi fra i due Paesi, come è del resto sempre avvenuto fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Non ha quindi colto di sorpresa gli osservatori l’annuncio dell’imminente visita nella Federazione Russa di Mario Draghi, con lo scopo di tentare di disinnescare la crisi russo-ucraina, favorendo un incontro fra Putin e il suo omologo di Kiev, Volodymyr Zelensky.

Nel primo periodo della crisi Draghi aveva dato in realtà l’impressione di voler restare defilato rispetto alle attività diplomatiche in corso: al contrario di Emmanuel Macron e del Cancelliere tedesco Olaf Scholz che, precipitatisi a Mosca anche in qualità di garanti dei largamente disattesi accordi di Minsk del 2015 -e confinati a un lato dell’ormai famoso ‘tavolone’-, avevano tentato con scarso successo di esercitare la propria influenza.

Di fatto, l’incapacità di Francia e Germania di ottenere unade-escalation‘ (unita come sempre alla debolezza, o meglio inesistenza, di una politica estera comune dell’Unione Europea) ha aperto la strada all’entrata in scena dell’Italia.
La doppia visita effettuata nei giorni scorsi a Kiev e Mosca dal nostro Ministro degli Esteri è senz’altro servita daapripista‘: anche perché Luigi Di Maio si è ben guardato dal comportarsi come la collega britannica Elizabeth Truss, che aveva avuto pochi giorni prima un burrascoso incontro con il collega russo Sergej Lavrov ed era stata alla fine tacciata di «dilettantismo e mancanza di preparazione». Contemporaneamente, Draghi telefonava al Presidente ucraino Zelensky, che gli chiedeva di interporre i suoi buoni uffici presso Putin.

Il nostro Presidente del Consiglio sembra dunque in grado di ottenere risultati quanto meno non peggiori di quelli dei partner europei, oltre che di anticipare in qualche modo Joe Biden, la cui azione sembra determinata soprattutto dalla necessità di far mostra della propria forza (in realtà declinante) in vista delle difficili elezioni di ‘mid-term’.

A favore di questa nuova assertività italiana gioca senz’altro la riconosciuta autorevolezza internazionale del nostro premier (che ben difficilmente potrà, però, evitare l’ormai iconico ‘tavolone’ già inflitto ai colleghi). Ma occorre chiedersi se l’Italia avrà veramente il peso, politico ed economico, per giungere al risultato sperato.

Pur nell’ambito di una situazione sul campo in costante deterioramento, le possibilità in tal senso sembrano tutto sommato non mancare.
Dal punto di vista economico, siamo per Mosca un partner importante. E’ vero che, all’interno di un’Europa molto dipendente dal gas russo, l’Italia registra una delle dipendenze più forti, la cui eco si percepisce nell’esplicita esclusione, da parte dello stesso Draghi, del settore energetico da quelli che dovrebbero essere colpiti dalle possibili sanzioni contro Mosca: ma, paradossalmente, questa circostanza potrebbe anche giocare a nostro favore, inducendo Putin a prestare alle ragioni italiane un’attenzione che non ha dedicato né al velleitario Macron, né a Scholz, sebbene quest’ultimo avesse in mano l’importantissima carta del gasdotto Nord Stream 2.

Dal punto di vista strettamente politico, poi, Mosca potrebbe essere indotta a dare maggior credito alla mediazione di un Paese di medio calibro come l’Italia, piuttosto che a quella di potenze maggiori. Al tempo stesso, Draghi ha opportunamente evidenziato, nelle sue più recenti dichiarazioni, la necessità di mostrare, da parte dell’Occidente, fermezza e unità nei confronti di ogni violazione del diritto internazionale: mirando così a rassicurare i partner (e soprattutto Washington) in vista del ‘piano B’ che scatterebbe qualora ogni mediazione fallisse, ovvero l’imposizione alla Russia di sanzioni che il nostro settore produttivo certo non auspica e che quindi non potremmo accettare a scatola chiusa.

Certo, nessuno sa quali siano le reali intenzioni di Putin riguardo alla crisi ucraina, le cui cause profonde sono almeno in parte indipendenti dalle dinamiche dei rapporti fra Mosca e l’Occidente. Né possiamo illuderci che l’intervento italiano, o di qualsiasi altro Paese, possa distogliere il Presidente russo da decisioni forse già prese: ad esempio, quella di annettere definitivamente il Donbass, come già fatto con la Crimea. Ci possono, però, essere molti modi di porre in atto i propri progetti e l’astuto Putin potrebbe avere un certo interesse a che l’Italia faccia una buona figura. Starà a Mario Draghi -sempre che la situazione non precipiti prima del suo viaggio- contemperare nel migliore dei modi il desiderio di portare a compimento un’efficace mediazione con la necessità di restare solidale con i nostri alleati e con la stessa Ucraina.

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Sull'autore

Massimo Lavezzo Cassinelli ha fatto parte del servizio diplomatico italiano dal 1982 al 2016. Dopo un primo periodo alla Farnesina presso la Direzione Generale Affari Economici, ha iniziato nel 1985 la sua prima missione all’estero, all’Ambasciata d’Italia in Ecuador. Successivamente ha prestato servizio presso le Ambasciate in Giordania, in Perù e in Egitto, oltre che come capo del Consolato italiano a Berna. E’ stato poi Rappresentante Permanente Aggiunto presso la FAO, il PAM e l’IFAD. Ha infine ricoperto le cariche di Ambasciatore d’Italia in Armenia e nel Principato di Monaco. Ha concluso la carriera al Cerimoniale Diplomatico della Repubblica.

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