lunedì, Giugno 27

Ucraina: Kissinger avverte, Biden nicchia Le dichiarazioni dell’ex Segretario di Stato mettono in luce la mancanza, da parte di Washington, di una visione strategica chiara della guerra in corso, ovvero degli obiettivi che, con essa, ci si propone di ottenere

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Le parole dell’ex segretario di Stato Henry Kissinger al World Economic Forum di Davos riguardo alla necessità di aprire rapidamente trattative di pace con la Russia per la neutralizzazione dell’Ucraina e sulla base di concessioni territoriali da parte di quest’ultima hanno sollevato, negli scorsi giorni, reazioni in buona parte prevedibili. In particolare, le autorità di Kiev hanno espresso dura contrarietà a un processo che, secondo Kissinger, dovrebbe sancire un ritorno allo status quo ante, ratificando il controllo che Mosca esercita sulla Crimea e il Donbass. Nulla, invece, è stato registrato da parte dell’amministrazione statunitense, anche se, negli ultimi giorni, diverse voci, oltre a quella dell’ex Segretario di Stato, si sono espresse in favore dell’apertura di un dialogo con il Cremlino. Mentre tensioni crescenti sembrano affiorare fra gli alleati europei, negli scorsi giorni, la questione è, infatti, stata sollevata, fra gli altri, da un commento di Charles Kupchan su ‘The Atlantic che invita a sfruttare diplomaticamente i successi sinora ottenuti e da un editoriale del ‘New York Times in cui si chiede al Presidente Biden a esplicitare in modo chiaro i limiti del sostegno offerto a Kiev e gli obiettivi che questo persegue.

Pur provenendo da fonti e figure con storie e sensibilità diverse, tutte queste osservazioni convergono nel mettere in luce un punto: quella che appare, al momento, la mancanza, da parte di Washington, di una visione strategica chiara della guerra in corso, ovvero degli obiettivi che, con essa, ci si propone di ottenere. Raggiunto il risultato a breve termine di impedire una sconfitta schiacciante delle forze ucraine, la politica statunitense ha iniziato a oscillare, nelle sue dichiarazioni, fra la volontà di conseguire l’effetto (limitato) di stabilizzare la situazione sul campo, garantendo sul lungo periodo la sicurezza ucraina e quello (assai più ambizioso) di indebolire in modo duraturo la posizione internazionale di Mosca, sia in termini politici sia militari; un’incertezza che ha dato agio a diverse parti di definire quella in corso come una guerra per procura’. È possibile che queste oscillazioni riflettano diversi atteggiamenti presenti all’interno dell’amministrazione e le difficoltà che ciò comporta in termini di definizione di una linea d’azione coerente. Tuttavia, esse rappresentano anche un importante fattore di debolezza, soprattutto di fonte allo stallo creatasi sul campo e al rischio concreto di un incancrenirsi delle ostilità.

Nelle prime settimane di guerra, gli Stati Uniti sono riusciti nell’importante risultato di aggregare intorno alla difesa della sovranità ucraina un ampio consenso internazionale e di ricompattare un’alleanza occidentale che, nei mesi precedenti, era apparsa segnata da profonde divisioni. Il rischio (che, in parte, si è già materializzato) è che questi risultati siano erosi dal trascorrere del tempo e dalla mancanza di una linea d’azione condivisa. Il rischio è, inoltre, che la posizione di Washington finisca, in qualche modo, per diventare subalterna a quella di Kiev, soprattutto per quanto riguarda la narrazione della guerra e la definizione degli obiettivi da perseguire. In questo senso, riportare la crisi sui binari della politica e della diplomazia rappresenta, per la Casa Bianca, oltre che un modo per evitare l’eventualità (peraltro remota) di una escalation, quello per recuperare spazi d’azione che la situazione attuale, di fatto, preclude. Il problema è quello di individuare un compromesso accettabile per le parti e che – allo stesso tempo – tenga insieme le esigenze del realismo sottese alle dichiarazioni di Kissinger con la difesa delle basi di un ordine internazionale regolato su cui si fonda la centralità del ruolo di Washington.

Gli sviluppi della scena globale danno a questo problema ulteriore centralità. Il fatto che, durante la recente visita in Asia, il Presidente Biden abbia ritenuto opportuno ribadire in vari modi che l’impegno in Ucraina non mette in discussione quello nell’Indo-Pacifico è indice del disagio che esiste fra gli alleati di Washington nella regione, anche per i timori che i segnali di vicinanza fra Russia e Cina hanno sollevato in queste settimane. A Davos, Kissinger ha rilevato come gli Stati Uniti non possano permettersi di avere cattivi rapporti, allo stesso tempo, con Mosca e con Pechino e come un accordo sull’Ucraina sia un passo necessario per evitare una saldatura fra le due capitali. Non a caso, sfruttare a vantaggio degli USA le divergenze esistenti fra i due giganti comunisti era stato, negli anni Settanta, il perno della diplomazia kissingeriana. È dubbio che lo scenario attuale possa permettere di riproporre la sua diplomazia trilaterale. Resta il fatto che, per gli Stati Uniti, la definizione di una credibile via d’uscita diplomatica dal conflitto ucraino potrebbe contribuire a rafforzare la loro posizione anche su altri scacchieri e a mantenere una leadership che il perdurare della guerra potrebbe invece contribuire a erodere.

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