giovedì, Settembre 23

Ucraina, invasione umanitaria Esecuzioni sommarie a Gaza. Un bambino israeliano ucciso da un mortaio

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 putin normandia

La crisi ucraina a una svolta. Per Kiev è «un’invasione diretta», per Mosca la rivincita sui «pretesti per l’arrivo degli aiuti». «Un ulteriore allungamento dei tempi sarebbe stato inammissibile», ha chiosato il Presidente russo Vladimir Putin al telefono con la Cancelliera tedesca Angela Merkel.
All’alba il Cremlino ha rotto gli indugi, sbloccando, senza l’autorizzazione di Kiev, il convoglio umanitario di 280 camion fermo da più di una settimana alla frontiera. Schermati da un cordone di miliziani filorussi, tutti i mezzi sospetti sono penetrati nella regione separatista, senza la scorta della Croce rossa internazionale (CRI), «per le insufficienti garanzie di sicurezza». Ai doganieri, secondo il Governo ucraino, sarebbe stato impedito di controllare la colonna di mezzi verso Lugansk. Nel pomeriggio tutti i tir russi erano entrati e alcuni camion avevano raggiunto la roccaforte separatista.
Duri i richiami internazionali. L’Unione europea (UE) ha invitato Mosca a «ritornare sui suoi passi», mettendo fine a «chiara violazione della frontiera ucraina». Per l’Italia una «gravissima azione unilaterale, contraria al quadro normativo e di sicurezza della CRI», ha dichiarato la Farnesina, allineandosi con la denuncia di Kiev. «Il Cremlino ritiri immediatamente il convoglio», ha intimato dagli Usa il Portavoce del Pentagono, ammiraglio John Kirby.

I Servizi di sicurezza ucraini sostengono che gli autisti dei camion siano militari carristi russi. Come che sia, i separatisti dell’Est hanno festeggiato l’arrivo del convoglio come una giornata di vittoria: l’agenzia di stampa filorussa ‘Novorossia’ ha battuto la riconquista di «due cittadine del Donetsk: Petrovskoie e Manuilovka» e la «cattura di 13 militari ucraini».
Kiev ha confermato l’abbattimento nell’Est di un altro elicottero dell’Esercito, con la morte dei membri dell’equipaggio. La Russia, da parte sua, ha rilanciato l’embargo dei beni agroalimentari da blocco occidentale (UE, Usa, Australia, Norvegia e Canada), stanziando 13 miliardi di euro in fondi pubblici per compensare, fino al 2020, la fine delle importazioniAnziché de-escalare assistiamo a un’escalation» ha ammonito la Nato, osservando un «allarmante rafforzamento delle forze di terra e di aria russe nelle vicinanze dell’Ucraina».

Mentre l’Ucraina precipita, dilaga il sangue in Medio Oriente. A Gaza, dove proseguono i raid israeliani, sette presunti collaborazionisti sono stati giustiziati, a volto coperto, di fronte alla moschea al Omari, al termine della preghiera del venerdì, dopo un processo sommario della Corte marziale di Hamas.
Le immagini sono state diffuse sul web e migliaia di palestinesi si sono riversati davanti alle moschee di altri rioni, dopo le voci, smentite da Hamas, di nuove esecuzioni. «L’IS è come Hamas, Hamas è come l’IS: questa è la semplice verità», ha dichiarato il Premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Paura e ancora morte, in Israele, per l’offensiva di razzi dalla Striscia: il primo, della gittata di 80 chilometri, è caduto in un «zona aperta» di Tel Aviv senza fare vittime, ma è stato eluso dallo scudo anti-missile Iron Dome. Un secondo ha centrato una sinagoga ad Ashdod, nel Sud di Israele ferendo almeno due persone.
Una pioggia di mortai si è infine riversata nel Neghev occidentale. A Nahal Oz, un bambino di 5 anni ha perso la vita, per le gravi ferite riportate: è quarta vittima civile in Israele dall’inizio del conflitto.

Negli Usa, dove proseguono i cortei contro l’uccisione del 18enne Michael Brown per mano di un poliziotto razzista, si accende il dibattito sul sequestro del reporter James Foley, barbaramente decapitato dai miliziani dopo il rifiuto della Casa Bianca di pagare un riscatto di 100 milioni di dollari.
La famiglia Foley, che ha ricevuto la telefonata di Papa Francesco, ha autorizzato il ‘GlobalPost‘ a pubblicare il testo dell’ultima mail dell’IS, che, il 12 agosto, annunciava «l’esecuzione» del figlio. «Quanto a lungo la pecora seguirà il pastore cieco?», scrivevano i jihadisti nel «messaggio al Governo americano e al suo popolo di cittadini-pecore», raccontando di aver dato «molte occasioni di negoziare il rilascio della vostra gente, con transazioni finanziarie, come altri Governi che hanno accettato».
In realtà, dopo un primo messaggio il 26 novembre 2013 (a un anno dal rapimento), sarebbe arrivata una sola richiesta dell’IS agli Usa, con la somma spropositata per il rilascio di prigionieri non precisati. La Casa Bianca, come da prassi, ha rifiutato di trattare, inviando in Siria le teste di cuoio dei Delta Force e Navy Seal, per un’operazione speciale dall’esito poi fallimentare.

Dalla Farnesina, il Sottosegretario agli Esteri Mario Giro ha escluso, su base di informazioni non divulgabili e con l’invito a «mantenere il massimo riserbo», che Vanessa Marzullo e Greta Ramelli, le due volontarie rapite in Siria alla fine di luglio, siano in mano ai jihadisti dell’IS (Stato islamico), come riportavano indiscrezioni del quotidiano inglese  ‘The Guardian‘.
Dall’Iraq, intanto, arrivano altre notizie raccapriccianti: una 40ina di fedeli sunniti sarebbero stati uccusi in un attentato contro una moschea, nella regione nord-orientale di Diyala, in rappresaglia alle stragi sciite. 752 civili, tra i quali quasi 130 bambini, sarebbero morti, negli ultimi 8 mesi, solo per le bombe dell’Esercito su Falluja, sotto il controllo dei jihadisti dell’IS.
«Dobbiamo essere preparati a tutto. L’Isis è al di là di tutto quello che abbiamo visto», ha dichiarato il Segretario alla Difesa Usa Chuck Hagel. Mentre in Germania il Bundestag discute l’invio di armi ai curdi, in Gran Bretagna l’ex Ministro degli Esteri e attuale capo della Commissione parlamentare per Intelligence e Sicurezza Malcom Rifkind ha proposto di «collaborare con il Presidente siriano Bashar al Assad». Eventualità, quest’ultima, esclusa dal Governo inglese.

 Aggiornamenti drammatichi anche sulla Siria: un rapporto delle Nazioni Unite ha stimato in oltre 191 mila le persone uccise, dal 2011, in tre anni di conflitto.
Il dato, più che raddoppiato rispetto ai 93 mila morti di circa un anno fa, riguarda solo i casi documentati e «senza dubbio», ha precisato l’Ufficio dell’Onu per i Diritti umani di Ginevra, «è una sottovalutazione delle vittime reali». L’ Alto commissario Navi Pillay ha denunciato la «paralisi internazionale, che in Siria ha incoraggiato gli assassini, i torturatori e i devastatori», invitanto in controtendenza «a cessare di alimentare questa monumentale catastrofe umana del tutto evitabile, tramite la fornitura di armi».

Dall’Onu, brutte previsioni anche sul virus ebola. Atterrato in Liberia, il coordinatore per l’emergenza delle Nazioni Unite David Nabarro si è detto pronto ad «affrontare una fiammata» dell’epidemia. Dall’11 agosto, 13 malati sono morti per una febbre emorragica «di origine non determinata» nel nordest della Repubblica democratica del Congo, dove fu scoperto l’ebola nel 1976, e altri due nuovi casi sono sono stati registrati in Nigeria.
La scienza, comuqnue, non si arrende: la rivista ‘ACS Chemical Biology’ ha divulgato la notizia dello sviluppo di due nuove anticorpi artificiali per proteggere dal virus.
Un cenno, infine, alla bacchettata del Ministro degli interni bavarese Joachim Hermann contro Roma: «L’Italia, in molti casi intenzionalmente, non prende i dati personali e le impronte digitali dei rifugiati per permettere loro di chiedere asilo in un altro Paese», ha attaccato dal Land autonomo, in allarme per l’arrivo di migranti al Brennero. Con le emergenze in Medio Oriente e in Africa, destinati ad aumentare.

 

 

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