Ucraina: il mesto ritorno del treno europeo Macron, Scholz e Draghi, sembrano essersi semplicemente accodati, all’undicesima ora, alla grande parata euro-atlantica nell’ex repubblica sovietica. A Kiev ci sono andati solo per confermare la promessa fatta a Zelensky da von der Leyen, di concedere all’Ucraina lo status di 'Paese candidato', sviluppo abbastanza impensabile fino a ieri, per un Paese che non ha nessun requisito per essere 'candidato'

«Con l’Ucraina, le cose andranno in modo estremamente doloroso»

Aleksandr Solzenycin, ‘Arcipelago Gulag’

 

Le tristi immagini notturne di Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Mario Draghi sul treno dalla Polonia; le altre, stereotipate, al cospetto di Zelensky; le loro facce di circostanza durante la visita nella devastata città di Irpin; i commenti sguaiati di Dmitrij Medvedev sui «mangiatori di rane, salsicce e spaghetti» (non sapeva evidentemente, il buon Dmitrij, della presenza anche di un succhiatore di sangue transilvano unitosi all’ultimo momento, il Presidente romeno Klaus Iohannis); e quello, ben più preoccupante, di Sergej Lavrov («I contatti con l’Unione Europea non sono più una priorità per la Russia»). Questo è, verosimilmente, tutto ciò che resterà della visita di ieri in Ucraina dei cosiddetti ‘grandi d’Europa’.

Certo non prometteva nulla di buono, nei giorni immediatamente precedenti la visita, la decisione di Mosca di ridurre le forniture di gas naturale a Germania e Italia; ma si era da molte parti sperato che, pur in presenza di oggettive gravi difficoltà, i tre leader potessero finalmente avviare a Kiev un’autonoma azione di mediazione per la soluzione del conflitto, finalizzata prima di tutto a quel ‘cessate il fuoco’ necessario a sottrarre il popolo ucraino alle sue terribili sofferenze.
Non sembra che tale obiettivo, se mai esisteva, sia stato conseguito. Le parole dei tre leader in conferenza stampa, infatti, non hanno aggiunto nulla di nuovo a quanto più volte da essi ripetuto nel recente passato riguardo alla necessità che sia l’Ucraina a definire i termini di una pace basata sulla propria ‘integrità territoriale e alla persistente intenzione dell’Europa di ‘aiutarla a difendersi’. Né si possono rintracciare particolari elementi di novità nell’indicazione, fornita da Mario Draghi, della necessità di sminare i porti ucraini e scortare, sotto l’egida dell’ONU, le navi cariche di grano da inviare verso i Paesi del Sud del mondo a rischio di carestia.

Non si può naturalmente escludere che qualche piccolo passo verso la trattativa sia stato mosso in maniera sotterranea, ma le circostanze in cui la visita si è svolta -e soprattutto la mancanza di un contatto con il necessario interlocutore moscovitanon sembrano certo militare a favore di tale sviluppo.

Così Germania, Francia e Italia, fino ad oggi del tutto assenti dal teatro ucraino, sembrano essersi semplicemente accodate, all’undicesima ora, alla grande parata euro-atlantica nell’ex repubblica sovietica: dando, peraltro, l’impressione di essersi presentate a Kiev soltanto per confermare la promessa, fatta pochi giorni fa a Volodymyr Zelensky dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, di concedere in breve tempo all’Ucraina lo status diPaese candidato‘ all’adesione alla UE. Uno sviluppo abbastanza impensabile fino a ieri, non per quanto riguarda il nostro Paese, che non ha mai mostrato contrarietà in proposito, ma senz’altro per Berlino e ancora di più per Parigi, che aveva più volte manifestato una posizione non favorevole. A Emmanuel Macron toccherebbe anzi, al Consiglio Europeo del 23 e 24 giugno, e quale ultimo atto della presidenza francese, proprio ratificare tale concessione: a meno che all’Eliseo si pensi furtivamente, dopo il ‘beau geste’ fatto a Kiev, di affidare una nuova rottura dell’unanimità all’Orbàn di turno. Ma allora i ‘tre grandi’, dopo le assicurazioni date a Zelensky, non potrebbero che perdere ogni residua credibilità.

Ben lungi dal rappresentare l’Unione con la propria autorità politica ed economica, come avrebbe potuto e dovuto fare da molto tempo, la triade italo-franco-tedesca sembra dunque aver sottoscritto le facili promesse di Ursula von der Leyen, nel senso di assecondare le pretese europee di uno Stato che resta molto lontano, in tutti i sensi, dai requisiti necessari per l’adesione. Tutto ciò, sotto gli occhi interessati e soddisfatti di un esponente di spicco del campo antirusso quale il Presidente romeno, praticamente autoinvitatosi a Kiev.
E’ pur vero che il giorno prima, proprio in Romania, Macron aveva ribadito la necessità di aprire al più presto le trattative fra Ucraina e Russia: ma non sembra che egli abbia poi tenuto quello che si definisce ‘comportamento concludente’, esercitando su Zelensky non quelle ‘pressioni’ temute nell’imminenza della visita da parte di alcune capitali dell’Europa Orientale e dallo stesso Governo ucraino, ma una giusta azione di convincimento in direzione della pace.
Scarsa consolazione, per noi, quanto fatto balenare stamattina da vari quotidiani riguardo alla pretesa abilità di Draghi nel convincere Macron e Scholz a cambiare posizione sul tema dell’adesione.

Insomma, la fine del tunnel sembra ben lontana e, stando anche alle parole di Lavrov citate più sopra,l’Europa ha forse bruciato ogni residua possibilità di contribuire allade-escalation‘. Come giustamente avvertiva Lucio Caracciolo su ‘La Stampa‘ di ieri, «La fine di questa fase bellica non sarà (…) decisa dagli europei dell’una o dell’altra sponda. Lo sarà dal dialogo diretto fra Stati Uniti e Russia. Strettamente riservato».
Sempre più irrilevanti, noi europei dovremo dunque affidarci ancora una volta alle altalenanti decisioni di Washington, continuando a sperare che non si avverino del tutto le sconsolate parole lasciateci oltre cinquant’anni fa dal più grande scrittore russo del secolo passato, proveniente da una famiglia cosacco-ucraina, che abbiamo voluto citare in apertura.