Ucraina: il grano avvicina l’Africa agli USA? È prematuro pensare che tutto ciò possa tradursi in una sorta di automatico venire meno delle diffidenze ‘strutturali’ che molti governi africani nutrono nei riguardi di Washington e che, in passato, hanno premesso a Russia e Cina di estendere con tanto successo la loro influenza sul continente

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Con la fine della guerra fredda, l’Africa è sembrata scivolare, per un certo periodo, ai margini dell’attenzione delle ‘grandi potenze’, in particolare degli Stati Uniti. Mentre l’interesse occidentale si appuntava soprattutto sui Paesi della fascia mediterranea e – per un certo periodo e in modo discontinuo sul Sudafrica del post-apartheid, la gran parte del continente, svincolata dalla logica della contrapposizione USA/URSS, si apriva all influenza cinese, nel quadro della ‘grande strategia’ elaborata da Pechino agli inizi degli anni Novanta. Successivamente, questa tendenza è in parte cambiata, anche a causa del successo proprio della politica di penetrazione della Repubblica popolare. La crescente instabilità, il diffondersi dei movimenti jihadisti e il ruolo che queste dinamiche hanno nell’alimentare i flussi migratori che attraversano il Mediterraneo sono altri elementi che hanno portato, negli ultimi anni, alla ‘riscoperta’ dell’Africa, soprattutto da parte della politica europea. Si è trattato, per molti aspetti, di una ‘riscopertaproblematica (come attesta l’esperienza francese nel Sahel) e le politiche in cui si è tradotta sono state ampiamente criticate per il loro presunto carattere ‘neocolonialista’.

Anche per gli Stati Uniti l’Africa ha assunto, a partire dagli anni Duemila, un’importanza crescente, espressa in modo chiaro dalla costituzione, nell’ottobre 2008, dello US AFRICOM come responsabile unico per l’attività militare USA nella regione, prima sotto il controllo di tre diversi comandi territoriali. Il salto di qualità non è stato, tuttavia, solo sul piano militare. Negli ultimi anni della presidenza Clinton e durante quelle di George W. Bush e Barack Obama, Washington si è impegnata attivamente (anche se con sottolineature diverse da amministrazione ad amministrazione) per ricostruire le maglie di un rapporto politico, economico e finanziario che, alla metà degli anni Novanta, aveva probabilmente raggiunto il suo punto più basso. Interrottosi sotto presidenza Trump, in linea con una postura che ha interessato anche altri aspetti della politica estera statunitense e che ha intaccato pesantemente la credibilità dell’azione internazionale di Washington, il riavvicinamento è ripreso dopo l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca, anche se, per alcuni osservatori, esso sembra mancare ancora di una visione organica e continua a rimanere legato soprattutto a esigenze geopolitiche di breve periodo.

Lo scoppio della guerra in Ucraina ha aggiunto al problema un ulteriore livello di complessitàL’atteggiamento di molti Stati africani (ma anche asiatici e dell’America Latina) verso la posizione statunitense è stato più che cauto. Per esempio, quando, agli inizi di marzo, lAssemblea generale dell’ONU ha condannato a larghissima maggioranza linvasione dellUcraina (141 voti a favore contro cinque contrari), dei trentacinque paesi astenuti diciassette erano africani. Allo stesso modo, quando ad aprile si è votato per la sospensione della Russia dal Consiglio per i diritti umani (UN Human Rights Council), gli Stati africani hanno formato nuovamente il blocco più numeroso delle astensioni: venticinque su cinquantotto. Molti di questi Stati hanno legami economici o di sicurezza con la Russia ma non è l’unica ragione dietro alla loro scelta. Il retaggio di cattivi rapporti negli anni della guerra fredda è un altro fattore che spiega la freddezza di parte dell’Africa nei confronti di Washington. Anche, la percezione (alimentata da alcune dichiarazioni dell’amministrazione) che la guerra in Ucraina sia, in ultima analisi, una sorta di ‘guerra per procurafra Russia e Stati Uniti spinge nella stessa direzione.

Da più parti è stato rilevato come un maggiore ‘engagement’ degli Stati africani da parte della Casa Bianca rappresenterebbe un importante elemento di legittimazione della politica dell’amministrazione. In questo senso, il contenzioso in atto sul blocco delle forniture alimentari provocato dell’invasione potrebbe costituire un fattore di convergenza. Secondo dati ONU, nel 2018-20, l’Africa ha importato il 44% del suo fabbisogno di grano da Russia e Ucraina, che sono anche importanti fornitori di fertilizzanti per il mercato locale. Gli Stati Uniti sono già intervenuti per tamponare in parte la scarsità legata al blocco delle forniture, mentre i vertici dell’Unione africana si sono mossi sul piano diplomatico per cercare di sboccare lo stallo. La questione della sicurezza alimentare è stata, inoltre, al centro della sessione di maggio del Consiglio di sicurezza ONU, presieduta proprio dagli Stati Uniti. È però prematuro pensare che tutto ciò possa tradursi in una sorta di automatico venire meno delle diffidenze ‘strutturali’ che molti governi africani nutrono nei riguardi di Washington e che, in passato, hanno premesso a Russia e Cina di estendere con tanto successo la loro influenza sul continente.