venerdì, Ottobre 22

Ucraina, il governo a colloquio a Mosca field_506ffb1d3dbe2

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L’Ucraina va a Mosca. Una delegazione del governo di Kiev è infatti giunta oggi a Mosca, in un colloquio che avrà l’obiettivo di rilanciare le relazioni economiche e commerciali tra Ucraina e Russia. Ne dà comunicato l’agenzia ‘Itar-Tass’. Secondo quanto annunciato dall’ambasciata ucraina a Mosca, il governo di Kiev sarà rappresentato dal vicepremier Juri Boiko, mentre per la Russia sarà presente il vicepremier Igor Shuvalov. «Mosca segue molto attentamente gli eventi in Ucraina; si tratta di affari interni ma è molto importante che siano mantenuti la stabilità e l’ordine», ha detto il premier russo Dmitri Medvedev accogliendo la delegazione oggi pomeriggio.

Intanto in patria, dopo che ieri la mozione di sfiducia è stata respinta, i deputati dell’opposizione ucraina hanno bloccato i lavori dell’aula, occupando il Parlamento e chiedendo una volta di più le dimissioni dell’esecutivo. Il premier ucraino, Mikola Azarov, ha domandato all’opposizione di «fermare l’escalation della tensione politica. Il parlamento ha espresso ieri la propria fiducia al governo e questo è un fatto che l’opposizione e i nostri partner stranieri devono accettare». Azarov si riferiva probabilmente ai commenti di Bruxelles e degli Stati Uniti. Il Ministro degli esteri italiano, Emma Bonino, ha dichiarato che parteciperà domani alla riunione OSCE che si terrà a Kiev. Secondo il Ministro, «la reazione delle forze di polizia a Kiev è stata certamente sproporzionata contro i manifestanti pro-UE. E’ stata una decisione di Viktor Yanukovich quella di rifiutare le proposte europee, ha sottolineato. Il segretario di stato americano, John Kerry, ha infatti invitato oggi «il governo ucraino ad ascoltare la voce dei cittadini che chiedono libertà e invitiamo tutte le parti ad una condotta pacifica. In uno stato europeo moderno non deve esserci spazio per la violenza».

John Kerry, oltre che per l’Ucraina, si è di nuovo mosso anche per il Medio oriente. Il segretario di stato dovrebbe arrivare questa sera nella regione per colloqui separati con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, a Gerusalemme, e con il presidente palestinese Mahmoud Abbas, che dovrebbe incontrare domani a Ramallah. Lo scopo della visita è, sicuramente, quello di dare una nuova spinta ai colloqui di pace che però sono al palo di partenza fin dallo scorso luglio. In aperta rottura con i propri interlocutori, era stato Mohammed Shtayyeh, lo scorso mese, a fare abbandonare i negoziati alla delegazione palestinese a causa della parzialità degli Stati Uniti, e in aperto dissenso con la politica israeliana di continuare a costruire nuove colonie a negoziati in corso: «le parti sono troppo distanti e gli Stati Uniti, che fungono da mediatori, sono troppo sbilanciati dalla parte degli israeliani». Per costringere l’autorità palestinese a continuare i negoziati, l’Unione Europea ha anche minacciato di sospendere gli aiuti (circa 300 milioni di euro) che ogni anno vengono ad essa attribuiti.

E non c’è solo John Kerry in viaggio. Il vicepresidente statunitense Joe Biden ha cominciato una visita di una settimana in Giappone, Cina e Corea del sud. Biden è arrivato oggi in Cina, in una visita che doveva essere dominata da questioni economiche e commerciali ma che invece è stata monopolizzata dalle crescenti tensioni militari nella regione. Biden ha incontrato il vicepresidente Li Yuanchao a Pechino. Domani, dovrebbe incontrare il premier Li Keqiang, prima di volare a Seul. Biden, durante la visita, ha esortato i giovani cinesi a «mettere in discussione l’autorità. I giovani in America ricevono ricompense, non vengono puniti, se mettono in discussione lo status quo. L’unico modo per fare qualcosa di completamente nuovo è sbarazzarsi di ciò che è vecchio. Anche se certe nazioni hanno sistemi educativi più performanti di quelli americani, c’è una cosa che è impressa nel DNA di ogni americano, ed è il rigetto dell’ortodossia».

In Libano, un leader di Hezbollah è stato assassinato a Beirut est. La denuncia arriva dallo stesso gruppo sciita, che ha anche accusato Israele di essere il mandante dell’assassinio. La vittima, Hassan Hawlo al-Lakiss, era uno dei capi del braccio armato del gruppo. Lakiss è stato ucciso a colpi di pistola attorno alla mezzanotte e al suo funerale, tenutosi a Baalbeck nella valle della Bekaa, hanno partecipato migliaia di persone. La morte di Lakiss è stata rivendicata da un gruppo della Jihad sunnita libanese, la ‘Brigata dei Sunniti Liberi a Baalbeck’. Bisognerà verificare comunque: la minaccia sunnita è credibile, dal momento che Hezbollah è attivamente impegnato nella guerra siriana a fianco del regime sciita di Bashar al-Assad. Hezbollah si è però affrettata ad accusare Israele, che però ha respinto immediatamente le accuse: il portavoce del ministro degli esteri israeliano, Yigal Palmoral, ha definito le accuse come «l’ennesima reazione pavloviana di Hezbollah, che accusa automaticamente Israele prima di pensare effettivamente a quello che è accaduto». E arriva anche un duro monito ad Hezbollah: «non attaccateci», ha detto il viceministro della difesa Dany Danon: «se ci sarà un attacco contro il territorio israeliano, non resteremo inerti. Ci sarà una reazione e risponderemo in modo doloroso».

Il segretario dell’ONU, Ban Ki-Moon, ha presentato al Consiglio di sicurezza il piano per la rimozione delle armi chimiche siriane. L’operazione costerà 13 milioni di dollari e la base operativa sarà il porto siriano di Latakia. Il trasporto avverrà via mare in navi adatte. Secondo il ‘Guardian’, l’operazione sarà svolta congiuntamente tra Stati Uniti e Danimarca. Un cargo danese dovrebbe imbarcare le armi chimiche in Siria per trasferirle poi a una nave americana. Il piano, per il momento, è tuttavia ancora in discussione. Non è ancora chiaro, per esempio, dove dovrebbero essere inviate le quasi 500 tonnellate di materiale chimico letale, incluso il gas nervino. Se tutto va bene, le armi chimiche dovrebbero lasciare il paese entro la fine dell’anno.

Lo sciopero della polizia in Argentina è finito in tragedia a Cordoba. Nella città, da alcuni giorni, le forze di polizia e di sicurezza stanno manifestando per protestare contro «le nuove restrizioni sul budget federale destinato alle forze armate, decise nei giorni scorsi dalla presidenza della Repubblica, Cristina Kirchner, e contestate duramente dai vertici di pubblica sicurezza», riferisce oggi il giornale ‘Clarin’, citato dall’agenzia ‘ASCA’.

Lo sciopero ha scatenato un’ondata di saccheggi e di violenze, che ha provocato decine di feriti (almeno un centinaio, secondo le fonti locali) e 52 arresti. Un ragazzo è anche stato ucciso, raggiunto da un proiettile alla schiena. Le violenze hanno avuto inizio ieri, dopo che le forze dell’ordine hanno annunciato di voler abbandonare le caserme spinto il governatore della provincia, José Manuel De la Sota, a interrompere un viaggio ufficiale in Colombia e a lanciare una serie di richieste d’emergenza di aiuto al governo nazionale, implorando una risposta urgente per fermare i saccheggi.

In Francia, il parlamento ha dato il suo primo consenso alla legge contro la prostituzione. I deputati francesi, con una maggioranza di 268 contro 138, hanno approvato il testo che mira a sradicare il fenomeno, con multe ai clienti a partire da 1500 euro fino a un massimo di 3000. La bozza di legge dovrà passare poi all’esame del Senato all’inizio del 2014. Il testo consentirà alle prostitute straniere di restare legalmente in Francia, a patto che abbandonino la professione. Attualmente in Francia la prostituzione è legale, mentre non lo sono le case di appuntamenti, l’adescamento e lo sfruttamento della prostituzione.

 

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