Ucraina: il dovere della complessità A un mese dallo scoppio della guerra, per avere speranza di farla cessare, serve superare la radicalizzazione del dibattito e la sua omologazione forzata, serve approcciare la questione in maniera complessa, articolata, storicizzata

Ucraina: il dovere della complessità
Ucraina: il dovere della complessità

C’è, temo, un ‘effetto collaterale’ di questa guerra assurda in Ucraina, iniziata un mese fa. Un effetto che durerà molto a lungo, molto tempo dopo la fine della guerra: la radicalizzazione del dibattito e la sua omologazione forzata.
È preoccupante, specie in un Paese come il nostro, dove la tendenza a determinare un ‘pensiero unico’ è fortissima.
Stiamo uscendo (o forse stiamo rientrando?) da una epidemia terribile che ha tenuto il Paese in ansia e in lotta contro un nemico invisibile e misterioso. Ebbene oggi, possiamo ben dirlo, per tutto il periodo della pandemia, avanzare un minimo dubbio sulle misure da prendere, e addirittura sull’esistenza stessa della malattia, era considerato quasi un delitto. Si discuteva, si è discusso molto ‘seriamente’ sull’opportunità o meno di impedire a chi non fosse allineato alle idee dominanti e alle indicazioni del Governo, di esprimere pubblicamente quelle idee, magari solo pregiudizi o superstizioni o anche egoismi, ma talvolta discorsi seri e fondati: discutibili, ma rispettabili.
Come spesso accade in questo Paese (e in questo caso è stata una fortuna) lo scontro è durato relativamente poco, e pian piano lo scontro si è ‘consumato’ senza grandi traumi. Le ‘firme’ più o meno grandi che avanzavano quei discorsi si sono acquetate o, forse, si sono sommerse, anche a causa della sempre crescente violenza della tesi dominante. La stampa ha fatto la sua parte, inizialmente sbeffeggiando o peggio i sostenitori di tesi inaccettabili a parere del Governo o delle opinioni dominanti, poi, un poco alla volta, semplicemente ignorando quelle persone e le loro idee.
Ma siccome siamo in un Paese nel quale anche le posizioni più nette e decise, sono alla fine contestate senza astio eccessivo, alla fine, per esempio, i ‘no-vax’ duri e puri non si sono vaccinati e in un certo senso hanno ‘vinto’ loro. Non volevano vaccinarsi, non si sono vaccinati e le minacciose volontà del Governo sono state progressivamente lasciate passare, e lo zoccolo duro dei no-vax non si è vaccinato, ha quindi messo in pericolo i vaccinati, ma ci si è passati sopra.
Tutto ciò solo per dire che a proposito di questa guerra sciagurata, il pensiero unico non solo avanza, ma oramai sembra arrivato a destinazione. Bene che gli vada, non chi parli bene di Vladimir Putin (del quale di bene da dire poco ce ne è, comunque), ma chi anche solo accenni ad una analisi un tantino più complessa, più articolata, o specialmente storicizzata, viene fulminato sul posto.
Abbiamo assistito perfino allo sconcio senza precedenti -letteralmente senza precedenti … manco durante il deprecato ventennio- di un rettore di una università sanzionare (parola ormai di moda) un professore per le idee espresse, anzi, addirittura per il metodo con il quale avrebbe composto quelle idee sconce! Adesso sarebbe facile cadere nell’eccesso, e parlare, che so, di Giordano Bruno o di Galilei. Ovviamente non è così, anche perché chi agisce come quel rettore si qualifica da sé, non occorre altro.

Ma qualcosa di simile, anzi, diciamola tutta, qualcosa di peggio sta accadendo per quanto riguarda la guerra in Ucraina.
E quindi, la guerra è di Putin, e Putin è un delinquente da mettere al muro e da perseguire da parte della Corte Penale Internazionale, anzi, precisa qualcuno, è la guerra di Putin contro Zelenski.
E non parliamo dei guai in cui incorre chi, magari distrattamente, dice che il problema è complesso. Questo aggettivo è diventato un crimine: se lo dici, se ti va bene, Massimo Gramellini ti sbeffeggia, ma non con ironia, con una punta di cattiveria.
Ebbene, io sfido una volta di più il drago Gramellini e dico: sì, la situazione è molto complessa, ed è un errore non rendersi conto non solo della sua complessità, ma del fatto che il pensiero unico questa volta è proprio unico e non c’è nulla da discutere. Guai se suggerisci a bassa voce che forse ci sono delle altre cose di cui tenere conto.
Putin è aggressore. L’ho spiegato varie volte, sì, tecnicamente Putin è un aggressore perché, mettiamola così, ha sparato per primo. Non c’è dubbio. Ma come si farebbe in un processo vero e proprio, non si può giudicare e condannare senza tenere conto, per esempio, delle attenuanti e magari delle esimenti.
Per qualunque Paese del mondo, la prima preoccupazione è la sicurezza. Per sicurezza si intende la verosimiglianza del fatto che il Paese non possa essere colpito troppo facilmente. Naturalmente quel ‘troppo’, va valutato caso per caso. Qui sta il primo punto sul quale non si può non riflettere.
Da oltre venti anni, la Russia (basta Putin, Putin è la Russia) ritiene di essere sotto minaccia di aggressione da parte dei Paesi confinanti, membri della NATO. Sulla natura difensiva della quale, io francamente avrei più di un dubbio, visto che ha agito spesso anche fuori del suo ambito di competenza in senso stretto.
Nonostante le proteste russe, la NATO ha continuato imperterrita aestendersi verso est‘, a stringersi intorno alla Russia non esattamente per affetto! Non mi pare che abbia tutti i torti Sergej Lavrov che ha detto che il suo timore è che si voglia in realtà colpire l’indipendenza della Russia.
In questi anni le proteste della Russia sono state ignorate, e la Russia è stata letteralmente cacciata dal G8, isolandola e quindi in qualche modo limitandone l’indipendenza. Esagerato? Forse. Ma il tema non può essere ignorato, perché il problema c’è: la Russia ha diritto -appunto diritto- ad avere -per usare una espressione usata molto spesso ad esempio da Israele- ‘frontiere sicure‘.

 

Non si può, in un situazione del genere, guardare soltanto ad una parte del problema, proprio perché si tratta di un problema complesso. In un qualunque processo, l’aggressione sarebbe stata valutata in questo quadro, con questi riferimenti.
Stesso discorso va fatto per quanto riguarda le presunte violazioni dei diritti umani da parte della Russia, e ciò non può essere fatto altro che a guerra finita.
Ecco il punto: la guerra deve finire e lo sforzo della Comunità internazionale dovrebbe essere quello -e solo quello- di contribuire a fare finire la guerra. Invece, a quanto si vede, una buona parte della Comunità internazionale si preoccupa di costringere la Russia a ripiegarsi su sé stessa, specialmente a restare in uno stato di minorità, facendo in modo che la guerra duri di più. Come sempre i diritti che sono in discussione vanno soddisfatti tutti, non soltanto quelli di chi vinca lo scontro.
Di questa complessità non si può non tenere conto, e solo tenendone conto si potrà cercare di venirne fuori, ripeto, riconoscendo a tutti gli interessati la soddisfazione dei propri diritti, non delle proprie pretese. E il primo diritto da garantire, subito ed al di sopra di tutto, è … il dovere (esatto: dovere) di tenere conto di tutti gli elementi che concorrono a definire la situazione e valutare bene se e quali interessi si oppongano ad una soluzione equa.