Ucraina, ‘i violini di autunno’ A dieci giorni dalla vittoriosa offensiva ucraina su Kharkiv le operazioni proseguono. A Izium si scoprono fosse comuni, sul fiume Oskil i russi si rinforzano mentre Kherson è sempre sotto attacco. Qual è la situazione a meno di un mese dalle piogge d’autunno?

L’autunno è alle porte in Ucraina e la polvere dei giorni ha iniziato a posarsi sulla travolgente offensiva ucraina contro Kharkiv e Kupiansk. E’ tempo di approfondire lo stato dell’arte su ciò che sembrava o si auspicava essere l’offensiva che avrebbe rapidamente portato al collasso dell’esercito russo e, perché no, alla caduta di Vladimir Putin. Quella che inizia a intravedersi è invece una situazione in cuil’esercito ucraino continua a spingere in varie settori del lunghissimo fronte, ma senza conseguire per ora risultati decisivi. Dall’altra partei russi resistono e si riorganizzano, se pur con qualche difficoltà.
Entrambi i contendenti sanno però che la finestra temporale utile a raggiungere qualche obiettivo significativo si chiuderà a partire dalla seconda metà di ottobre, quando -cambiamenti climatici permettendo- inizierà a piovere.

Come si è capito, la fortunata puntata nel sotto-settore di Kharkiv è stata una appendice della grande offensiva che dagli ultimi giorni di agosto l’esercito ucraino sta sostenendo nel sud, tra Kherson e Zaporizhzhia. Potrebbe essere definita come un tentativo di provare qualcosa da un’altra parte.Tentativo peraltro riuscito, ma è bene dare uno sguardo complessivo a quanto sta accadendo sul resto del fronte a cominciare da Kherson, il punto più caldo.

Tra il porto di Mycholayvbaricentro dell’offensiva ucrainae Kherson, suo obiettivo finale, passano una sessantina di chilometri, che prima della guerra si potevano coprire in poco più di mezz’ora, percorrendo l’autostrada M14. Oggi, partendo dal centro di Mycholayv, si arriva più o meno all’altezza del villaggio di Blahodatne, a metà strada tra la città e Kherson. Qui inizia il territorio genericamente controllato dai russi.
La città sul Dnepr è ancora lontana, oltre la linea dell’orizzonte, anche se le granate dell’artiglieria ucraina possono raggiungerla facilmente. Meglio ancora le bombe a guida GPS lanciate dagli HIMARS, che da oltre un mese bombardano il chilometro e mezzo del ponte Antonevsky e quello della diga a Nova Kakhovka, sessanta chilometri a nord-est. Sono questi gli unici due passaggi sul Dnepr che tengono collegata Kherson all’Ucraina orientale. Ci sarebbe anche il ponte ferroviario di Prydniprovske, sei chilometri a nord del ponte Antonevsky, ma non sembra più percorribile, se non a piedi. Da questi tre ponti passano, o meglio passavano, tutti i rifornimenti per la guarnigione russa di Kherson e gli stessi sono o potrebbero essere anche le uniche vie per l’eventuale ritirata dalla città.
Tra la prospettiva di rimanere schiacciati tra gli ucraini in attacco a ovest e il fiume intransitabile a est, i russi resistono, cosi come la popolazione civile rimasta in città, il cui numero è imprecisato. Di giorno si vivono gli allarmi dell’antiaerea e delle esplosioni delle salve dell’artiglieria ucraina. Di notte gli spari e le esplosioni dei partigiani che giorno per giorno si fanno più audaci e agguerriti.
Solo di qualche giorno fa il ferimento di Tetiana Tomilina, nuova rettrice dell’università di Kherson che si è trovata la macchina imbottita di esplosivo. Morta la guardia del corpo.
Da mesi in città le nuove autorità russe stanno tentando di organizzare un referendum per l’annessione alla Russia, ma al momento la gente sembra avere in testa tutt’altro.

Alla città assediata serve tutto e per questo la logistica russa, dopo la distruzione dei ponti, si affida a piccoli convogli di chiatte fluviali, precari ponti di barche, imbarcazioni di varia natura, il più delle volte centrati dai colpi dell’artiglieria ucraina. A parti invertite sembra di rivivere quanto accaduto a Severodonetzk all’inizio dell’estate. Insomma, la situazione per i russi non è delle migliori; tuttavia l’armata ucraina è ancora molto lontana dall’essere penetrata in città, e qualora la facesse il possibile combattimento urbano che ne scaturirebbe costerebbe un elevatissimo prezzo in vite umane.
Per ora l’offensiva ucraina oscilla attorno al chilometro 30 della M14 e all’interno di una fascia di terreno compresa tra il porto fluviale di Olesandrivka, affacciato sull’immenso delta del Dnepr, e la P 81, la strada che da Kherson porta a Sniurivka. Si tratta di una fascia larga poco più di un’ottantina di chilometri e profonda si e no trenta. Qui al momento dicono siano morti circa diecimila soldati ucraini. Un po’ meno i russi.

Il secondo sotto-settore è più a nord, ma rientra sempre nel perimetro della sacca russa di Kherson. Da queste parti l’area coinvolta dall’offensiva di fine agosto si appoggia all’enorme bacino del Dnepr e si spinge verso sud per un centinaio di chilometri. Qui, tra i campi una volta coltivati a girasole e grano, scorre un piccolo fiume, l’Inhulet, affluente di destra del Dnepr, che segna più o meno l’attuale linea di contatto tra russi e ucraini. Si tratta di una fascia ampia circa 150 km e profonda 30/40 chilometri dove si può dire che le forze ucraine esercitino un certo controllo.

Tra il minuscolo villaggio di Ternivka e Arkanhelesk, la sponda sinistra dell’Inhuletz, è invece territorio russo. Anche in questo caso, qualche piccolo risultato l’offensiva l’ha ottenuto. Kiev è riuscita a liberare e ora controlla Vysokopillia, Osokorivka, Novovorontsovka e una serie di piccoli villaggi rurali, tuttavia la sacca russa d’oltre-Dnepr è ancora lì e il prezzo pagato per minimi progressi territoriali è stato davvero elevato. Anche qui, nella parte settentrionale della sacca di Kherson, i russi devono affrontare complessi problemi di logistica e le loro truppe, da oltre un mese sotto attacco, iniziano a logorarsi. Tuttavia è ancora presto per prevederne il prossimo cedimento.

Ma perché i russi si ostinano a mantenere una testa di ponte oltre Dnepr che, verosimilmente, li logorerà per molto tempo? Se escludiamo le ragioni politiche e di prestigio e anche quelle legate a una possibile benché poco probabile offensiva russa contro Mykolayv e Odessa, mantenere ilbalcone su Odessaper Mosca significa avere le mani sul rubinetto che permette alla Crimea di sopravvivere. Proprio da Nova Khakovka e dal suo martoriato ponte sulla diga nasce infatti il grande canale artificiale che, dopo 400 chilometri, porta acqua dolce e costante alla penisola di Kerk, in Crimea. Nel 2021, un anno prima dell’invasione, senza quell’acqua la superficie coltivata in Crimea si era ridotta da 130.000 ettari a soli 12.000. Questa è dunque una buona ragione per tener duro.

In sintesi, da fine agosto, la costosa e sanguinosa offensiva ucraina nel sud, pur avendo impegnato la maggior parte delle forze operative di Kiev, non ha prodotto gran che.
Un effetto in verità l’ha comunque ottenuto, quello cioè di costringere il comando russo a concentrare qui oltre il 70% delle proprie unità. Più nel dettaglio in quest’area ad oggi operano circa 20 o 25 gruppi tattici di varia natura e consistenza e altrettanti sono tenuti in riserva per alimentare le unità a contatto e per reagire nel caso le cose si mettessero male con una spallata ucraina più forte delle altre. Costringere a sguarnire il settore del Donbass e quello di Kharkiv sembra dunqueessere stato l’unico risultato davvero significativo finora raggiunto sul piano tattico.

Più a nord, nel Donbass, nessuno parla più di liberare Severodonetsk e Lysichansk. Almeno non a breve. Da Donetz, su fino a Horlivka e a Lysichansk, il fronte si è più o meno stabilizzato, anche se la linea di contatto è ora molto più vicina a queste città ancora controllate dai russi, il che significa essere sotto il tiro dell’artiglieria ucraina.

Qualche buon progresso è stato fatto dalle parti di Lysychansk, dove le forze ucraine hanno liberato Bilohorivka, dieci chilometri in linea d’aria dalla città gemella di Severodonetz. Si tratta, però, di una conquista di scarso valore tattico, visto che l’autostrada T13-40 che collega quest’ultima con il sud del Donbass, così come la ferrovia che corre qualche chilometro più ad est da Lysychansk verso il nodo ferroviario di Popasna e da qui verso Donetz, è ancora saldamente in mano russa, sebbene battuta dalle artiglierie ucraine e sotto il costante pericolo di sabotaggi e imboscate da parte della resistenza.

Strade, autostrade e ferrovie sono infatti tra i principali obiettivi tattico-operativi dei due contendenti. In un territorio pianeggiante, in larga parte coperto da campi pronti a trasformarsi in pantani intransitabili, punteggiati da foreste e paludi, attraversato da fiumi che a tratti sembrano mari, il possesso e il controllo delle vie di comunicazione, dei ponti e delle ferrovie, è vitale. E’ bene ricordarselo quando si salutano come vittorie la conquista di qualche migliaio di ettari di terreno, ma non si menziona il controllo di un ponte, di un incrocio o la perdita di uno scalo ferroviario.

Siamo dunque in quello che già dal 2014 era stato definito il cuore della posizione difensiva ucraina: il confine orientale tra il Donbass e le regioni(oblast) di Dnipripetovsk e Zaporizhzha, soprattutto nel tratto a nord di Sloviansk fino a Izium, e da Kramatorsk a sud verso Horlivka. Qui la linea di contatto corre parallela a una decina di chilometri o poco più dal tracciato dell’autostrada M03, fino a sfiorare Lyman, cittadina e importante scalo ferroviario che prima dell’offensiva si trovava quasi nelle retrovie. E’ proprio di fronte a Lyman che gli ucraini hanno avuto un buon successo, riuscendo a superare il fiume Seversky Donetz poco ad est di Raihorodoc, dove i russi non sono riusciti o non hanno voluto far saltare tre ponti sul fiume. Si tratta di un viadotto stradale sulla statale T05-14, di un ponte ferroviario della linea Lyman-Sloviansk e di un attraversamento sopra una diga più a sud. Lyman è ancora in mano ai russi e sarebbe per loro una buona notizia, considerando il grosso scalo ferroviario dal quale si raggiungere Izium, Balklya e infine Kharkiv se non fosse che queste sono ormai città in mano ucraina. A che serve dunque tenere Lyman? Verso nord davvero poco, ma verso sud la ferrovia corre ancora in territorio controllato dai russi, e in tempi di crisi logistica è una notizia non da poco. Si tratta, infatti, della possibilità di organizzare convogli ferroviari che da Lyman possono raggiungere il Donbass settentrionale, distante appena un centinaio di chilometri. Se invece Mosca perdesse anche questo snodo, le possibilità che oggi si hanno per garantire un minimo di approvvigionamenti al sud decadrebbero ulteriormente, visto che l’altra linea ferroviaria corre circa 40 chilometri più ad est. Sarà forse per questo che la seconda spinta delle forze ucraine in questo sotto-settore ha puntato diretto verso Pryvillia e Novodruzhesk, villaggi a soli sei o sette km dall’autostrada P66 che porta a Severodonetzk e alla ferrovia di cui parlavamo. Per ora qui gli ucraini si sono sistemati a Bilohorivka, e contendono ai russi il terreno della grande ansa che il Seversky Donetz fa in quel punto.

A nord, il settore di Kharkiv rappresenta il maggior successo per i soldati di Kiev dall’inizio dell’operazione militare speciale. Si tratta indiscutibilmente di una bella vittoria, sia sotto il profilo morale, sia per il consistente spazio liberato, e sia, non ultimo, per aver gravemente danneggiato le linee di rifornimento logistiche dei russi; linee che dal territorio russo alimentavano tutto il Donbass. La ferrovia e la grande autostrada M03 per Mosca ora non esistono più. Inutile, quindi, ostinarsi a difendere un terreno che persi gli incroci e gli scali non ha più alcun valore tattico-logistico. Meglio è stato ripiegare oltre il fiume Oskyl, che da nord a sud attraversa tutto il settore.

Per i russi, riavutesi dallo choc iniziale, quella dell’Oskyl è una posizione molto più forte e difendibile di quelle che sono stati costretti ad abbandonare pochi giorni orsono. Per di più, la nuova linea consente anche una significativa riduzione della lunghezza del fronte, con il conseguente vantaggio di dare un po’ più di densità alle poche forze che il comando russo ha lasciato a presidio del settore e la cui limitatezza numerica, insieme alla non estrema preparazione, sono in parte ragione della rapida avanzata ucraina nei giorni scorsi.
Per correttezza e per correggere l’immagine diffusa in Occidente nei giorni scorsi di una fuga precipitosa, è doveroso ricordare come la piccola guarnigione a presidio di Balaklya, località che sembra essere stata investita per prima dall’incursione ucraina, ha resistito per quasi due giorni prima di ritirarsi, a piedi, protetta da elicotteri d’attacco. Questo come altri presidi erano composti non da iper-addestrati Spetznaz e neppure da truci mercenari del gruppo Wagner, ma da miliziani del Donbass e da militi della Rosgvardiya, la Guardia Nazionale Russa, in cui sono confluiti un po’ tutti i corpi con qualche addestramento militare della Federazione russa.
Il rapido abbandono della posizioni a sud e attorno a Kharkiv e l’altrettanto veloce arretramento del fronte dietro il fiume Oskyl, oltre a testimoniare della ottima tattica di combattimento messa in atto dagli ucraini, sulla quale torneremo tra poco, ha reso altresì evidente come le forze russe assegnate al settore, in tutto una quindicina di gruppi tattici, fossero di gran lunga inadeguati al compito. Si parla di carenza di personale, uno dei principali crucci dell’esercito russo in Ucraina. Posti di fronte alla scelta di tenere il terreno e sacrificare uomini o consentire agli ucraini di espandersi preservando il capitale umano sembra che il comando russo non abbia avuto esitazioni. Sul perché torneremo più avanti. Per ora invece concentriamoci per poco sulla tattica di combattimento messa in campo dagli ucraini.

Per avere un’immagine che la renda efficacemente si possono riesumare Heinz Guderian e la campagna di Francia del 1940. Vale a dire una rapida e decisa puntata corazzata, concentrata in un settore molto limitato e disposta a proseguire quanto più avanti possibile.

A differenza di quanto si era tentato e si continuava a tentare a sud, il comando ucraino ha infatti preferito costituire una piccola forza completamente meccanizzata e corazzata, lanciata su una sola via di penetrazione e sostenuta da un fuoco di artiglieria estremamente preciso e concentrato su obiettivi selezionati. Invece di una spallata di fanteria si è pensato a un pugnale corazzato da far penetrare nel cuore della difesa russa, cuore che peraltro era già molto indebolito. Voci sempre più insistenti e diversificate indicano poi che tra queste truppe non fossero pochi i volontari polacchi e statunitensi, gente addestrata alla guerra corazzata e spesso dotata di esperienza pratica, magari maturata nel Golfo o in Afghanistan.
Va ricordato che già dall’inizio del conflitto, la Polonia ha consentito all’arruolamento di suoi militari nell’esercito ucraino, concedendo loro una sorta di ‘congedo temporaneo’. In analogia con il gruppo Wagner, anche Washington dal canto suo ha reclutato non pochi veterani da inviare in teatro non solo e non sempre come istruttori, ma spesso anche come truppe da prima linea.Analogo discorso può essere fatto per i britannici, anch’essi tutt’altro che rari tra le trincee e sui carri in Donbass.
Come hanno, dunque, reagito i russi a questo pugnale che ora per ora penetrava sempre più in profondità? Cercando di lasciare il vuoto, barattando spazio con vite. E’ questo, infatti, come anticipato, il principale vulnus dell’armata russa in ucraina: gli uomini.
L’operazione militare speciale non è infatti solo un’operazione di cosmesi lessicale per nascondere la guerra, ma anche l’unico modo per tenere l’esercito russoquello verofuori dal conflitto. Finché il Cremlino non dichiarerà la mobilitazione generale, e quindi la guerraall’Ucraina, non sarà possibile attingere alle centinaia di migliaia di soldati, quasi tutti di leva, che compongono oggi l’esercito russo. Nessuno, neppure Putin, può infatti obbligare un giovane coscritto moscovita a combattere sul Dnepr, a meno che la Russia non dichiari ufficialmente guerra. Per un’operazione militare speciale si può attingere solo alla parte professionale dell’esercito, che riguarda poco più di un terzo della forza terrestre di Mosca.
Ai reparti regolari russi si sono poi affiancate le milizie separatiste di Donetsk e di Lugansk, i ceceni di Kadirov, i mercenari del Gruppo Wagner, un pugno di volontari stranieri e qualche centinaio di soldatini di leva a cui comunque ritrovarsi in Donbass non spaventa.
Alla fine si è arrivati a meno di 200.000 uomini. Pochi per una campagna che dura da oltre sei mesi.
Quel che è accaduto a Kharkiv e dintorni è il risultato di errori e di problemi irrisolti in seno all’esercito russo. Guai che possono essere raggruppati sintetizzati in primis nella eterogeneità dell’armata e nella mancanza di un vero comando unificato dell’operazione. Secondariamente in un’organizzazione e in strumenti logistici non adeguati a un teatro così vasto e a una durata tanto lunga. Non vanno poi dimenticati la mancanza di un adeguato numero di rimpiazzi, cui si aggiunge lo scarso addestramento al combattimento delle reclute per concludere con qualche inevitabile errore tattico che dei fattori elencati finora rappresenta l’unico a cui ci si deve rassegnare.

Circa il primo dei fattori riassunti, è bene soffermarsi sul primo: l’eterogeneità dell’armata. Non salta immediatamente agli occhi che un Paese di oltre 150 milioni di abitanti, considerato un colosso militare, abbia problemi a mettere su un’armata di meno di 200.000 uomini. Eppure…
Negli ultimi tre o quattro mesi è apparsa con sempre maggior evidenza la mancanza o per lo meno la debolezza della capacità di comando
, controllo e soprattutto coordinamento sull’intera operazione. Al di là della capacità dei generali e dei loro stati maggiori, e al netto delle interferenze del Cremlino sulla pianificazione e sulla condotta. è innegabile come l’armata russa di Ucraina si presenti non come un solo compatto meccanismo, ma piuttosto un’antologia di eserciti diversi, ciascuno con un proprio comandante e proprie ambizioni, alcuni pesantemente armati, ben pagati e motivati, altri che, al contrario, non hanno neppure di che sopravvivere.
Le diverse formazioni che compongono l’armata, siano essi i contractors di Wagner, i miliziani, i Ceceni o le truppe regolari, non si fidano molto l’uno dell’altro e hanno la tendenza dura a morire a operare a compartimenti stagni mandando avanti il fesso di turno.
Procedure tattiche, disciplina, comportamenti nei confronti di civili e prigionieri variano molto a seconda di chi ci si trova di fronte e su questi il vertice militare esercita il suo potere non sempre e non su tutto. Ad esempio c’è una forte differenza tra i battaglioni e i reggimenti della autoproclamata ‘repubblica di Lugansk’ e quelli della medesima autoproclamata ‘repubblica di Donetsk’. I primi, sono formati in larga parte da profughi interni provenienti dai territori occupati; gente poco motivata, male armata e peggio equipaggiata, che si trova spesso a combattere da tutt’altra parte rispetto ai territori d’origine. I secondi, dimostrano uno spirito combattivo e un coordinamento nell’agire di tutt’altro livello. Come mai? Difficile a dirsi, ma la differenza in campo si sente. Accanto a questa armata abbastanza scalcinata si trovano i reparti di ‘wagneriani’, l’armata di oltre 5.000 contractors che dipende dalla Gruppo Wagner s.r.l.. Si tratta di ex-militari, in gran parte provenienti dai corpi speciali, che hanno già combattuto in Siria contro l’ISIS o magari in Repubblica Centroafricana o in Libia. Insomma, gente con il pelo sullo stomaco che prende ordini solo dal proprio manager-presidente Evgenij Viktorovič Prigožin, che li paga profumatamente, e da nessun altro. Difficile quindi per il comando russo inserire questa gente in un piano di battaglia coordinato con esercito regolare, milizie popolari e magari i barbuti ceceni di Kadirov. Compiti diversi, rischi diversi, armi e materiali diverse e non ultime paghe diverse, non contribuiscono certo a fare dell’esercito di Mosca in Ucraina una sola schiera.

E dall’altra parte? Qual è la situazione tra i militari di Kiev e quali le differenze con i soldati dell’altra parte? Ce n’è una che salta immediatamente all’occhio: gli ucraini, a differenza dei russi, combattono per la libertà e l’integrità del loro Paese, cioè per casa loro. Il fatto non è da sottovalutare. E’ pur vero che le provenienze regionali fanno la differenza anche tra l’esercito di Kiev, per il quale un reggimento galiziano che parla solo ucraino o polacco è molto diverso da uno delle pianure del Donbass.
Inoltre, Kiev, decretando la mobilitazione generale all’indomani dell’invasione, ha messo il suo esercito al riparo dalla mancanza di personale. I giovani ucraini in età di leva e i riservisti sono infatti tutti mobilitati per le esigenze dell’esercito.
Tutti? Magari proprio tutti no. Come al solito chi poteva vantare qualche aderenza o aveva un buon conto in banca, ha fatto in tempo a trovare il modo di espatriare in Polonia, Germania o nei Paesi baltici. E non dovevano essere pochi, visto che Kiev già da mesi ha chiesto alla Polonia di fornirgli l’elenco dei giovani in età di leva rifugiatisi oltre confine e eventualmente di rimandarli a casa a difendere la patria.
Le reclute, quindi, non mancano. Il problema è dar loro un grado di addestramento e di coesione sufficienti a poter essere impiegati poi in combattimento. A parte i campi di addestramento nell’Ucraina occidentale e al confine con la Polonia, c’è da ricordare come Stati Uniti, Canada, Danimarca, Polonia e persino l’Italia si sono dette disponibili ad addestrare centinaia se non migliaia di reclute alle moderne tecniche di combattimento e all’utilizzo di armi ed equipaggiamenti fino a qualche mese fa del tutto sconosciuti. Il Regno Unito di Boris Johnson si è addirittura preso l’impegno di sfornare ogni tre mesi 10.000 nuovi combattenti. Obiettivo molto ambizioso ma che i britannici perseguono con tenacia in quattro basi all’uopo dedicate in Gran Bretagna.
Esiste poi un aspetto economico che non va certo dimenticato. La massa della povera gente che non ha avuto la possibilità di fuggire o che ha scelto di rimanere a combattere, sta trovando nel mestiere delle armi un modo di sopravvivere. Almeno finché un colpo di artiglieria non li uccide. Certo l’aspetto morale conta molto, il richiamo alla difesa della patria forse anche di più, ma a fronte di un salario medio da operaio di circa 14.000 grivnia (meno di 400 euro/mese) riceverne 30.000 (800 euro) per fare il soldato di certo non dispiace. E meglio va a un giovane diplomato o laureato che arruolato come sottotenente o sergente maggiore si vede corrispondere una paga di oltre 2.000 euro. Un capitale a Kiev, dove mezzo chilo di pane costa 50 centesimi di euro. Bastano i soldi per farsi ammazzare? Di certo no, ma sapere di contribuire a far star meglio la propria famiglia aiuta.
Ci sono, infine, le nuove armi occidentali che ormai arrivano con una certa regolarità e soprattutto i soldi del patto anti-Putin a velocizzare e lubrificare la macchina operativa e logistica di Kiev. D’altra parte lo sanno tutti che ‘c’est l’argent qui fait la guerre’.
Sulle perdite di entrambe le parti, invece, non si hanno notizie, anche perché le stragi dall’una e dall’altra parte entrano da protagoniste nella continua guerra di propaganda, per cui si gioca a chi la spara più grossa.
Tuttavia, se si prendono per buoni i dati dell’ONU e quelli indirettamente forniti dal governo ucraino, si sono già abbondantemente superati i 50.000 caduti, e si parla dei soli soldati regolari. Dei civili e dei volontari, invece, sembra essersi perso il conto.
Dal lato russo si sa ancora meno.

Nel frattempo la guerra va comunque avanti macinando molte più vite di quante se ne riescano a rimpiazzare o ad addestrare.

In conclusione quali auspici si possono trarre dalla vittoriosa offensiva ucraina al nord? Di certo che l’esercito russo, con tutti i suoi guai e i suoi limiti, è ancora lontano dall’essere distrutto, e di converso quello ucraino non è certo rassegnato a perdere.

In particolare la vittoria della armi di Kiev a nord sembra aver convinto Mosca a passare ad una fase successiva dei combattimenti. Non si tratta più di colpire solo o preferibilmente gli obiettivi militari, ma di allargare la distruzione anche a quelle infrastrutture civili ritenute vitali per la resistenza ucraina. Centrali elettriche, cabine di derivazione, stazioni ferroviarie, ponti e dighe sono ora divenute bersagli per i missili e i cacciabombardieri con la Stella Rossa.
Qualcuno ha iniziato a ventilare addirittura l’impiego selettivo e limitato di ordigni nucleari tattici, ma siamo ancora a livello di propaganda catastrofista.
Si sta accelerando anche sui referendum per l’annessione alla Russia dei territori occupati. Su due piedi viene da chiedersi come mai in mezzo a mille difficoltà si organizzano referendum. A pensarci bene e con un pizzico di malizia si potrebbe immaginare che una volta che Donbas, Zaporizhzhia e Kherson diventano territorio della Madre Russia, risulterà più facile spedirci sopra l’esercito che attende dietro la frontiera.

E l’Ucraina nel frattempo che fa? Da molte parti si ipotizza una nuova, limitata offensiva condotta da Zaporizhzhia verso sud. Il sogno sarebbe quello di raggiungere e liberare Mariupol di cui ancora si ricordano i giorni dell’assedio alla Azovstal. Da quelle parti però i russi sono numerosi, ben sistemati e con la base logistica della Crimea a due passi. Dunque, l’impresa si presenta dura già in partenza, ma mai dire mai. Si potrebbe anche assistere da qualche parte all’azione di un nuovo pugnale corazzato, ma ora che i russi si sono ritirati oltre il fiume Oskil e hanno rinforzato le difese, ritentare la carta vincente a Kharkiv è sempre più difficile.

Con ogni probabilità la guerra quindi continuerà ancora, almeno fino alle piogge di autunno, alle cui malinconie Paul Verlaine aveva dedicato i versi «Il lungo singhiozzo dei violini d’autunno ferisce il mio cuore con monotono languore». Erano i versi che davano il via libera allo sbarco in Normandia, ma questa è davvero solo una coincidenza.