mercoledì, Maggio 12

Ucraina, i russi dilagano nel Donetsk Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si riunisce d’urgenza, mentre in Turchia l’ex Premier Erdogan giura da Presidente

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ucraina guerra

Nella tarda mattinata di oggi più di mille militari russi hanno varcato la frontiera ucraina invadendo le Provincie orientali di Lugansk e Donetsk (dove si registrano nelle ultime 24 ore 11 civili morti), cancellando le già flebili speranze di pace ventilate durante il vertice a Minsk tra i Presidenti Vladimir Putin e Petro Poroshenko. Il conflitto ucraino sembra quindi imboccare la via dell’escalation internazionale, con i ribelli separatisti che avanzano verso Mariupol, ultima roccaforte ucraina contro Mosca che punta alla creazione di una macro-regione con la Crimea già annessa a marzo.

Putin esce, quindi, definitivamente allo scoperto e Kiev, per ora, non può far altro che denunciare la ‘partecipazione attiva’ della Russia al conflitto. Il Consiglio nazionale di sicurezza e di difesa ucraino ha comunicato che Novoazovsk, città che si affaccia sul mare di Azov, è passata sotto il controllo dei militari russi, mentre i soldati ucraini si
sono ritirati per andare a rinforzare le difese a Mariupol. L’escalation militare costringe Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a una riunione d’urgenza (tutt’ora in corso).

L’Ue, per voce dell’Alto rappresentante Ue Catherine Ashton, si dice preoccupata dagli ultimi sviluppi sul campo e invita Mosca a cessare le ostilità così come i flussi di armi, uomini e mezzi verso i territori controllati dai filo-russi. Il Presidente francese Fracois Hollande definisce la presenza dei soldati russi sul territorio ucraino come ‘intollerabile e inaccettabile’. Mentre la Russia risponde attraverso il rappresentante russo presso la Nato, Aleksandr Grushko che definisce inaccettabile il rafforzamento in corso da parte della Nato nelle ex Repubbliche sovietiche. Un fattore che ‘complicherà’ le relazioni tra l’occidente e Mosca, che da parte sua farà «tutto quello che serve per mantenere la sua sicurezza».

In Turchia, l’ex Premier Recep Tayyip Erdogan ha prestato giuramento davanti al Parlamento di Ankara ed è a tutti gli effetti il dodicesimo Presidente turco. Il 60enne ex leader del partito filo-islamico della Giustizia e dello Sviluppo, dopo 12 anni alla guida del Governo, avrà un mandato quinquennale da Capo dello Stato. Come primo atto, Erdogan ha nominato Premier ad interim il Ministro degli Esteri uscente Ahmet Davutoglu, suo erede politico e uomo di fiducia, che dovrà guidare l’Esecutivo fino alla nascita del nuovo Governo. Ma sul neo nominato ci sono ombre preoccupanti riguardo una visione ‘islamica’ della politica teorizzanti un possibile neo-ottomanismo e un coinvolgimento negli scandali che hanno investito il Governo turco nell’ultimo anno. Scandali che però non hanno impedito all’Akp di conquistare il Paese. Erdogan, secondo la Costituzione turca, dovrà ora recidere i rapporti ufficiali con il suo partito e non sono pochi i dubbi riguardo un eccessivo accentramento di potere che potrebbe consegnare definitivamente il Paese nelle mani del partito islamico-conservatore turco, esponendolo al rischio di una definitiva svolta autoritaria paventata più volte dagli oppositori di Erdogan che non hanno mancato di manifestare il proprio dissenso, durante la cerimonia di elezione, abbandonando l’aula.

A Gaza, la tregua firmata ieri tra palestinesi e israeliani sembra tenere anche se proprio oggi colpi di avvertimento sono stati sparati da militari israeliani dislocati lungo la linea di demarcazione della striscia, nel tentativo di allontanare un gruppo di dimostranti palestinesi avvicinatisi ai reticolati di confine, fortunatamente senza causare vittime o feriti. L’Oxfam plaude alla tregua raggiunta ma avverte: «Una pace duratura, che permetta a tutti i civili colpiti dalla guerra di tornare ad una vita normale, potrà essere raggiunta solo se Israele cesserà in modo permanente di imporre sulla Striscia le restrizioni economiche che da troppo tempo colpiscono la popolazione. Una precondizione senza la quale sarà impossibile raggiungere una pace duratura», precisa Umiliana Grifoni, responsabile dell`ufficio Mediterraneo di Oxfam Italia. Su Gaza pesa, infatti, il blocco imposto da Israele dal 2007, che impedisce agli agricoltori, ai produttori e alle imprese di Gaza di vendere i loro prodotti in altri mercati palestinesi della Cisgiordania. Un blocco che ha avuto ripercussioni durissime anche sulla vita quotidiana delle persone che non possono viaggiare liberamente tra Gaza e la Cisgiordania. Inoltre sono circa 100.000 gli sfollati vittime della guerra e il costo per la ricostruzione in territorio palestinese si calcola in miliardi di dollari.

Si continua a combattere nella vicina Siria dove oltre 40 caschi blu dell’Onu di nazionalità filippina sono stati rapiti sulle alture del Golan, da un gruppo di ribelli legato ad al-Qaeda che insieme ad altri gruppi islamici sta combattendo in questi giorni contro le forze governative nella zone di Quneitra riuscendo a conquistare un valico al confine con Israele. Sempre qui l’Esercito siriano impegna i jihadisti dell’Isis con bombardamenti a tappeto che non sembrano comunque ottenere l’effetto sperato in quanto i ribelli continuano a conquistare terreno. I miliziani jihadisti erano penetrati in territorio libanese dalla Siria già dal 2 agosto dopo che l’Esercito di Beirut aveva arrestato un sospetto membro di Al Nusra. I jihadisti hanno ancora nelle loro mani 19 soldati e 15 agenti di Polizia, che intendono scambiare con loro compagni detenuti in Libano.

In Brasile arriva una doccia gelata per la Presidente uscente Dilma Roussef: un sondaggio shock vedrebbe la sfidante ecologista Marina Silva, erede politica di Eduardo Campos, in vantaggio nella corsa alle elezioni di ottobre. Una notizia che ha avuto un effetto destabilizzante sui dirigenti del Partito dei lavoratori e sui mezzi d’informazione brasiliani. Secondo il sondaggio dell’istituto Ibope, la popolare leader ambientalista oggi ha il 29% delle intenzioni di voto e vincerebbe in un ipotetico secondo turno contro l’attuale capo di Stato, Dilma Rousseff, a caccia di un secondo mandato e finora data nettamente per favorita. L’entourage della Presidente Rousseff -erede politica del carismatico ex presidente-operaio Luiz Inacio da Silva (2003-2010)- sta intanto correndo ai ripari per rivedere la strategia della campagna elettorale. Ma la repentina scalata della Silva preoccupa anche il candidato moderato, Aecio Neves, che sembrava destinato ad essere il rivale diretto di Dilma nella corsa presidenziale e che negli ultimi sondaggi è invece scivolato al terzo posto con il 19% delle intenzioni di voto.

 

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