Ucraina: i ‘grandi d’Europa’ alla prova di Kiev I rischi e le potenzialità della visita a Zelensky della triade italo-franco-tedesca, mentre la UE si appresta a decidere circa lo status di Paese candidato, e mentre nell'Unione si registrano divisioni e malumori sul tentativo di mediazione tra Kiev e Mosca

Nell’imminenza della visita congiunta a Kiev del Cancelliere tedesco Olaf Scholz, del Presidente francese Emmanuel Macron e del Premier italiano Mario Draghi, sembra il caso di svolgere alcune considerazioni introduttive.

Sarebbe naturalmente più che auspicabile che Francia, Germania e Italia, Paesi fondatori dell’Europa comunitaria e membri del G7, mettessero finalmente in campo un’autonoma azione di mediazione per il conflitto russo-ucraino, tesa prima di tutto a pervenire ad un ‘cessate il fuoco’ e poi ad avviare le trattative per una sistemazione a più lungo termine, oltre che a tentare di risolvere la grave questione del blocco delle esportazioni di grano. Anzi, tale sviluppo, se confermato, giungerebbe fin troppo in ritardo.

Non sembra, però, che tale missione possa partire sotto i migliori auspici. Infatti, l’arrivo a Kiev dei tre leader -rappresentanti degli unici Paesi UE ancora assenti dalla sfilata, spesso propagandistica, di politici europei in Ucraina- è stato preceduto alcuni giorni fa dalla seconda visita della Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che ha fra l’altropromessoa Volodymyr Zelensky la concessione in breve tempo dello status di Paese candidato, giustificandola in maniera non troppo convincente. L’Ucraina, per von der Leyen, «era già sul giusto binario prima della guerra, in quanto ha una democrazia parlamentare solida»: eppure, al di là dei zoppicanti parametri economici (ovviamente molto peggiorati a causa della guerra), non si riesce francamente a vedere come lo scioglimento di molti partiti d’opposizione, la chiusura di diverse reti televisive, i rapporti ambigui intrattenuti dal Governo di Kiev con ambienti politici ultranazionalisti e la diffusa corruzione possano consentire a quel Paese di essere facilmente accolto nel consesso degli Stati di diritto.

Si dirà che la Commissione non deve occuparsi di ‘politica’ in senso stretto, ma semplicemente fornire il proprio parere tecnico al Consiglio Europeo affinché questo possa assumere la miglior decisione possibile: ma far balenare agli occhi di Zelensky la concreta possibilità di una concessione dello status di candidato già al prossimo Vertice del 23 e 24 giugno, che chiuderà il semestre francese di presidenza UE, sembra quanto meno azzardato,anche perché proprio Macron ha più volte espresso forti perplessità in proposito. In questo senso, non si vede perché la triade italo-franco-tedesca debba andare a Kiev subito prima di tale appuntamento, con il rischio di rimanereinchiodataalle facili promesse di von der Leyen.

C’è di più: già si stanno alzando da alcuni Paesi dell’Europa Orientale voci tese a prendere le distanze da quanto i tre potrebbero dire al Presidente ucraino.
Ad esempio, il Sottosegretario polacco agli Esteri, Marcin Przydacz, ha auspicato che la visita dei tre leader possa «modificare il loro atteggiamento nei confronti dell’Ucraina», aggiungendo che occorrerà «lavorare affinché essi non esercitino pressioni su Zelensky»: pressioni evidentemente rivolte, secondo il bellicoso Governo di Varsavia, ad ottenere dall’Ucraina concessioni territoriali in cambio della pace.

Ce n’è abbastanza per chiedersi se la visita a Kiev possa davvero servire a qualcosa, in assenza poi di un contestuale passaggio a Mosca: sullo sfondo sembra in realtà di vedere, nel migliore dei casi, un nulla di fatto, con implicazioni potenzialmente negative per i rapporti di Francia, Germania e Italia con vari partner UE e NATO.

Ove la visita abbia davvero luogo, si deve dunque auspicare che i tre leader abbiano in tasca un’ipotesi di soluzione, magari già in qualche modo anticipata agli Stati Uniti, che negli ultimi giorni, tramite lo stesso Presidente Joe Biden, sono sembrati prendere le distanze da certe esternazioni di Zelensky. In questo senso, potrebbe mantenere una qualche validità la ‘road map’ proposta il mese scorso dall’Italia: infatti, la previsione contenuta nel piano italiano di un ‘accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa’, a lungo obiettivo strategico di Mosca, potrebbe contribuire ad ammorbidire la posizione russa in merito alle questioni territoriali.

Vi è dunque da sperare che i tre maggiori leader europei, senza farsi dettare l’agenda da nessuno(e certo non da chi, come il Governo polacco, è evidentemente contrario ad ogni intesa), mettano in campo un serio tentativo di mediazione con Kiev, legando in qualche modo l’adesione dell’Ucraina all’UE -dopo un periodo interinale non breve, ma accompagnato da garanzie internazionali di neutralità- anche al raggiungimento di un’intesa con Mosca. Tutto ciò senza fare ovviamente alcuno sconto all’aggressore, ma tenendo nella giusta considerazione una situazione di fatto che, in buona parte, sembra ormai consolidata.

Se non un viaggio a Mosca, forse prematuro, una nuova telefonata collettiva a Putin potrebbe suggellare questa azione tripartita, prima che l’inizio della presidenza europea della Repubblica Ceca, fissato per il prossimo 1 luglio, rimandi verosimilmente in alto mare le già scarse possibilità dell’Unione di favorire, nel suo stesso interesse, una soluzione negoziale del conflitto.