sabato, Giugno 19

Ucraina, guerra al voto Con altri 30 morti nell'Est, Mosca punta a far saltare le elezioni del 25 maggio

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La media di decine di morti e feriti al giorno – oltre 100 ormai dal week-end – è una posta abbastanza alta per far bloccare le Presidenziali del 25 maggio 2014.
Il bilancio delle vittime in Ucraina nelle ultime 24 ore è di oltre 30 morti e altrettanti feriti, tra i filorussi nell’est del Paese: tra i caduti degli scontri tra il 5 e il 6 maggio a Sloviansk, roccaforte dei separatisti dove in giornata ha retto una labile tregua, per il Governo di Kiev, ci sarebbero residenti arrivati dalla Crimea e anche russi e ceceni. Altri 4 uccisi e 20 feriti si contano invece tra le file dei soldati ucraini; almeno 48, stando alle notizie dei media di Kiev ripresi dai russi, sarebbero invece i dispersi nel rogo della casa dei sindacati a Odessa, dove sono stati recuperati 46 corpi al termine dei tumulti del 2 maggio scorso e oltre 200 feriti.
Solo una ventina degli scomparsi, per le autorità potrebbe figurare tra le vittime non ancora identificate. Gli altri invece potrebbero essere vivi, tra gli arrestati o i fuggitivi.

Quello che vuole la Russia dall’escalation è la sospensione del voto nazionale fra tre settimane: «L’Ucraina non è l’Afghanistan, dove è in corso la guerra e nonostante ciò si sono tenute le elezioni», ha dichiarato il Ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov, «tenere le Presidenziali mentre l’esercito viene usato contro la popolazione è abbastanza insolito».
Per quanto l’Unione europea (UE) insista nei richiami ad «applicare subito» l’accordo di Ginevra tra Kiev e Mosca del 17 aprile scorso, «in vista delle elezioni del 25 maggio» e Francia e Gran Bretagna invitino «l’Europa intera a mettere sotto pressione Vladimir Putin», per rispettare la scadenza, la Nato, che ha rafforzato le sue difese nell’Est Europa, è convinta che ormai il Presidente russo abbia vinto la sua partita internazionale. «Ora è in grado di raggiungere i suoi obiettivi nell’est dell’Ucraina, senza dover attraversare le frontiere con le sue truppe», si è espresso il Comandante delle truppe atlantiche in Europa Philip Breedlove, «lo sviluppo più probabile è che Putin continui a fare ciò che fa».
A parole, Mosca si è detta disponibile ha una «seconda conferenza in Svizzera, per dialogare con Kiev», contro quello che il Parlamento russo ha definito «un genocidio del popolo russo e ucraino».

Al termine del Consiglio d’Europa di Vienna che ha riunito i leader europei e del Cremlino, il Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini si è mantenuta equidistante, invitando Kiev a un «uso razionale e ragionevole dei suoi strumenti» e Mosca «ad attuare i punti contenuti nell’accordo di Ginevra», «soprattutto dentro i confini ucraini serve responsabilità da tutti i lati».
Ma l’Europa, nonostante il conflitto, non taglia i rapporti con Putin. Per il 6 giugno, l’Eliseo non ha ritirato l’invito allo zar del Cremlino alle celebrazioni del 70esimo anniversario dello sbarco in Normandia, al quale sono attesi anche i leader di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania. «Non escludiamo la possibilità di andare, stiamo discutendo questa visita», hanno fatto sapere dal Cremlino.
Il Presidente francese Francois Hollande, in ogni caso, è proiettato sui problemi nazionali: «Ho fallito l’obiettivo economico di invertire il trend di disoccupazione entro il 2013», ha ammesso in un discorso ai francesi, ripiegando poi su toni retorici. «Continuo a battermi per questa battaglia, diventata la mia ossessione. Ciò che più conta per i cittadini è accelerare ancora più velocemente sulle riforme, per vedere risultati indispensabili. Non ho niente da perdere, è la Francia che deve vincere».

Per quel che riguarda l’Italia, nel 2014 e 2015 gli economisti dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico (OCSE) dipingono una situazione ancora critica, a fronte di un’Europa in generale ripresa: «Il rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo (Pil) non comincerà a scendere prima del 2016», con un indebitamento che dal 134,3% del 2014 salirà al 134,5% nel 2015. In un Paese «ancora vulnerabile a potenziali scossoni» dei mercati, quest’anno il Pil nazionale crescerà inoltre di appena un +0,5%: solo nel 2015 è previsto un +1,1%, con una disoccupazione in calo, ma «lentamente», dal 12,8% del 2014 al 12,5% del 2015.
Dati che per il neo Ministro dell’Economia Carlo Padoan sono tuttavia «incoraggianti», specie dopo all’accordo raggiunto all’Econfin in giornata sulla Tobin Tax tra gli 11 Paesi europei della cooperazione rafforzata.
La tassazione contro le transazioni finanziarie scatterà gradualmente a partire dalla fine dell’anno, per quanto la Gran Bretagna, in difesa della sua City finanziaria di Londra, sia pronta a impugnare l’accordo davanti alla Corte di giustizia Ue qualora la tassa avesse un effetto extra-territoriale, cioè colpisca Paesi fuori dagli 11.

Alle porte d’Europa, in una Turchia sempre più spaccata tra laicisti e musulmani, al Tribunale di Istanbul si è aperto il maxi-processo contro 255 dimostranti delle proteste di Gezi Park del 2013, a piazza Taksim.
In Egitto, dopo le condanne a morte contro i dimostranti dei Fratelli musulmani, deposti dal Governo (democraticamente eletto) con un golpe militare, altri 41 loro esponenti, tra i quali due ex Parlamentari e 11 studenti, sono stati mandati a giudizio alla Corte d’Assise. Il 26 e 27 maggio prossimo si vota per il nuovo Presidente. E l’ex Capo delle Forze armate Abdel Fattah al Sisi, superfavorito e nuovo uomo forte del Cairo, ha dichiarato che «se eletto, la Fratellanza sparirà. A eliminare il movimento non sono stato io, ma gli egiziani». «I precedenti Presidenti egiziani sono scomparsi, ma la Confraternita è continuata a esistere», replicano i Fratelli musulmani.
In Israele, dove i generali egiziani rappresentano una garanzia di stabilità, in occasione del 66esimo anniversario della Festa nazionale dell’Indipendenza, il Presidente Shimon Peres ha invitato il Paese a «perseverare nella ricerca della pace. La fiducia per un’intesa tra israeliani e palestinesi non deve essere abbandonata, neanche dagli arabi».
Più nazionalista e sbrigativo, il Premier Benjamin Netanyahu ha invece parlato come se Israele avesse già raggiunto i suoi obiettivi: «Dopo 2 mila anni di esilio, siamo di nuovo nella nostra storica patria, indipendenti e sovrani, una vibrante democrazia nella quale la libertà è sacrosanta e garantisce eguaglianza di legge e diritti per tutti i cittadini. Abbiamo firmato trattati di pace con due dei nostri vicini arabi e con molti altri parliamo tranquillamente».

In Asia, in India altre decine di milioni di elettori sono attese alle urne, nel penultimo e nono round delle Legislative. Il 7 maggio si vota nel popoloso Uttar Pradesh e in altri sei Stati per 64 seggi della Camera bassa e finora le operazioni si sono svolte in un clima di calma.
Anche il Sud Africa domani va al voto, per le prime elezioni dalla scomparsa di Nelson Mandela, che vedono in testa l’African National Congress (ANC) dell’ex Presidente e del Capo di Stato uscente Jacob Zuma. A nord, preoccupano invece le notizie dall’Africa centrale: nonostante l’Onu abbia dichiarato il rapimento delle 223 liceali nigeriane, messe in vendita come schiave dai miliziani jihadisti di Boko Haram  «possibile crimine contro l’umanità», nel nord della Nigeria altre otto ragazze sono state rapite.
Ma, a un mese dai Mondiali di calcio in Brasile, preoccupano anche le vittime delle sparatorie nelle favelas di Rio de Janeiro: dopo i morti delle settimane scorse, una bambina di otto anni è rimasta gravemente ferita in un conflitto a fuoco tra narcotrafficanti e polizia, nella baraccopoli di Morro dos Macacos.

 

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