martedì, Ottobre 19

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Crimea Ucraina crisi

Una prima fase della crisi ucraina può considerarsi conclusa. Al rovesciamento del regime di Viktor Janukovic a Kiev la Russia ha risposto imponendo il proprio controllo sulla Crimea. L’ha fatto con le maniere forti ma senza incontrare alcuna resistenza apprezzabile, né militare né politica, da alcuna parte. Questa presa di possesso della penisola a tutti gli effetti pratici sarà suggellata, salvo sorprese, dal referendum che vi si terrà domenica prossima, con un esito scontato, quello apparentemente più gradito alla maggioranza della popolazione locale e ai dirigenti moscoviti.

Si tratterà comunque di una presa di distanza dal nuovo governo di Kiev e di un pronunciamento filorusso che potrebbero essere coronati anche a breve scadenza dal distacco della penisola dall’Ucraina e dalla sua annessione alla Federazione russa. Potrebbe, ma non è detto che succeda davvero, così come non è escluso malgrado tutto che la presa di possesso della Crimea da parte di Mosca si riveli solo temporanea e in definitiva strumentale.

Sebastopoli e dintorni costituiscono infatti la porzione dell’Ucraina che a Mosca sta maggiormente a cuore (e sulla quale può vantare i più solidi diritti) ma la cui appropriazione non basterebbe a compensare l’eventuale “perdita” del resto del Paese e forse neppure di una parte soltanto di esso. E’ sicuro, d’altronde, che allo stato attuale delle cose un distacco anche formale della Crimea dall’Ucraina, lungi dal porre fine alla crisi che infuria da tre mesi, semmai la aggraverebbe, innanzitutto perché contestato almeno a parole da Kiev e dall’Occidente.  

Ma anche e soprattutto perché l’esempio di Sebastopoli e Simferopoli fa gola ad altre e ben più grandi città filorusse dell’Est e del Sud del Paese. Per quanto le riguarda Mosca non ha assunto sinora posizioni impegnative. Dovrà però prima o poi farlo, se non altro per rendere conto ad un’opinione pubblica interna della quale il Cremlino stesso ha alimentato le aspettative e il cui nazionalismo già di per sé robusto accomuna largamente sostenitori e avversari del regime di Vladimir Putin.

Sul fronte esterno, è probabile che Putin e compagni non si accontenteranno di tenersi la Crimea senza preoccuparsi di venire in qualche modo a patti con le controparti, ossia in un contesto aspramente antagonistico, col rischio non tanto di conflitti armati più o meno circoscrivibili, quanto di ritrovarsi la NATO sul Dnepr o, peggio ancora, quasi sul mitico Don, cioè sull’attuale confine tra Russia e Ucraina. Una prospettiva, questa, o piuttosto un incubo che secondo gli osservatori occidentali più lucidi ed equanimi è stato presumibilmente decisivo nello scatenare la reazione russa al ribaltone di Kiev.

La seconda fase della crisi ucraina si apre, certo, all’insegna di un’inevitabile irrigidimento delle parti in causa che non dovrebbe però sfociare in uno scontro ad oltranza, troppo pericoloso e temibile per tutti benchè la Russia abbia dato a tratti l’impressione di essere disposta più dell’Occidente a correre i rischi estremi pur di raggiungere i propri obiettivi. Stati Uniti e Unione europea, dal canto loro, si sono chiaramente dimostrati paghi di mettere l’”orso russo” con le spalle al muro sul piano politico-giuridico-morale per rifarsi semmai su altre questioni controverse.

L’irrigidimento reciproco dovrebbe invece mirare, quindi, al rafforzamento delle rispettive posizioni di partenza e più o meno di principio in vista di un confronto essenzialmente diplomatico, anche se la ricerca già di per sé ardua di soluzioni pacifiche potrebbe essere ostacolata e persino frustrata dal comportamento dei più diretti interessati e in particolare dei nuovi dirigenti di Kiev e/o delle forze alquanto variopinte che hanno collaborato a defenestrare Janukovic.

La proclamata rinuncia dei suoi successori ad usare le armi per non lasciarsi strappare la Crimea, per quanto accompagnata dal proposito di tenerle buone per difendere il resto del territorio, costituisce forse un segnale rassicurante al riguardo. Sarebbe tuttavia più costruttivo un ripensamento, nelle province occidentali e centrali, sulla loro ostilità alla federalizzazione dello Stato ucraino, che rappresenta l’unica alternativa concepibile, sul piano interno, alla frantumazione del Paese.

Così come, sul piano internazionale, lo sarebbe la sua neutralizzazione ovvero finlandizzazione, raccomandata da personaggi americani tanto autorevoli quanto insospettabili di “intelligenza col nemico” quali Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, rievocando l’espediente che consentì al piccolo Paese nordico di convivere anche proficuamente con la vicina e strapotente Unione Sovietica, per tutta la durata della “guerra fredda”, pur conservando al proprio interno istituzioni politico-economiche di stampo impeccabilmente occidentale.

Oggi la Finlandia è diventata membro dell’Unione europea ma continua a rimanere fuori dell’Alleanza atlantica (come del resto la Svezia, altro Paese di vecchia neutralità) benchè a questa abbiano aderito le tre repubbliche baltiche già sovietiche e sue grandi amiche. L’Ucraina, certo, si distingue per l’opposto dell’omogeneità e compattezza nazionale che avvantaggia la Finlandia.

Ciò nonostante molti, e sempre più numerosi, osservatori sembrano convinti che potrebbe seguirne utilmente l’esempio, rinunciando allo scudo protettivo della NATO e non invece all’inclusione nell’Unione europea, giudicata non pregiudizialmente incompatibile con il mantenimento e anzi l’estensione dei legami con Mosca. La quale, si presume o si spera, potrebbe accettare una simile soluzione del problema anche perché la solleverebbe dall’onere di dover salvare in esclusiva uno Stato sotto minaccia di bancarotta.           

Federalizzazione e neutralizzazione sono dunque i due pilastri sui quali dovrebbe poggiare il futuro di un’Ucraina ancora unita, integra e amputata della sola Crimea. Il raggiungimento di questo obiettivo richiederà naturalmente non poca pazienza e buona volontà da parte di tutti gli interessati e innanzitutto sforzi erculei da parte dei negoziatori degli indispensabili accordi e compromessi. Ma il loro compito sarebbe ulteriormente improbo qualora si puntasse invece sulla divisione del Paese in due tronconi, uno filorusso o addirittura russo e l’altro agganciato in un modo o nell’altro alla UE.

In questo caso la delimitazione dei rispettivi territori incontrerebbe gravi difficoltà nella vasta area centrale, comprendente la capitale, dove la popolazione di lingua ucraina prevale non in modo schiacciante sui russofoni e le due componenti si presentano comunque sparpagliate. Il precedente jugoslavo dimostra quanta potenzialità conflittuale si celi in un simile assetto e nei tentativi di modificarlo magari con scambi di popolazione. E sarebbe ancora peggio, ovviamente, qualora alla spartizione si arrivasse per via diversa da quella negoziale, ossia attraverso prove di forza.

Anche se l’operazione in qualche modo riuscisse, tuttavia, il pericolo di ulteriori complicazioni e conflitti non sarebbe affatto scongiurato. Basti pensare alla situazione che verrebbe a crearsi presso l’estremo sud-ovest ucraino, dove diverrebbe tanto più scottante il contatto diretto tra la zona filorussa o russa, che fa capo alla grande città portuale di Odessa (anch’essa, tra l’altro, divisa in due fazioni e agitata dal loro scontro), e la Transnistria, ossia la porzione separatista della Moldavia abitata in maggioranza da russi e saldamente presidiata da truppe russe.

Qui il separatismo riceverebbe (e forse comunque riceverà) ulteriore vigore dall’analogia con la Crimea, dal momento che così come quest’ultima divenne ucraina per un’arbitraria decisione sovietica di sessant’anni fa, la Transnistria era stata staccata dall’Ucraina ancora più indietro nel tempo, per volere di Stalin, allo scopo di ingrandire un po’ la Bessarabia, strappata a sua volta alla Romania e trasformata nella Repubblica socialista sovietica di Moldavia.

Fino a ieri Mosca sembrava disposta a non più sostenere il separatismo della Transnistria solo a condizione che la Moldavia, indipendente dal 1991 e oggi faticosamente avviata ad associarsi alla UE, rinunci a questo obiettivo e rafforzi piuttosto i legami con la Russia, oltre a guardarsi bene dall’entrare nella NATO come vorrebbe invece la Romania, vicina sorella maggiore che già fa parte dell’alleanza occidentale. E come se non bastasse guardano nel frattempo alla Russia anche i gagausi, una piccola minoranza di origine turca da tempo in lotta per emanciparsi dalla piccola e povera Moldavia.

Dopo quanto è accaduto a Kiev e poi in Crimea, è più che probabile un’acutizzazione dei contrasti anche in prossimità della foce del Danubio, con conseguente estensione geopolitica della crisi ucraina, a meno che per risolvere quest’ultima le diplomazie delle maggiori potenze, soprattutto, non imbocchino decisamente la strada del negoziato e del compromesso tenendo conto non solo  dei fattori locali ma anche delle esigenze degli equilibri planetari e in ultima analisi della pace mondiale.

Se questa scelta da parte di tutti gli interessati sarà risoluta e coerente non è neppure escluso che la stessa sorte della Crimea, ora apparentemente segnata, finisca con l’essere diversa da come si profila, perché verrebbero meno grazie ad accordi più ampi le cause che l’hanno determinata.

 

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