sabato, Maggio 21

Ucraina: e se le colpe di Hunter ricadessero su Joe? Le accuse di Mosca al figlio del Presidente USA rimettono in moto la macchina della propaganda di Donald Trump proprio in una fase in cui il consenso verso l’azione della Casa Bianca sembra avere sperimentato una nuova flessione

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Il protrarsi della guerra in Ucraina e il parallelo deterioramento dei rapporti fra Washington e Mosca ha riportato di attuali la questione dei rapporti del figlio di Joe Biden, Hunter, con le autorità di Kiev e alcune società a queste legate. Anche se in forma diversa, la questione era già affiorata nell’estate 2020, durante la campagna per le elezioni presidenziali statunitensi. Alllora, il Presidente uscente, Donald Trump, era stato accusato di avere fatto pressioni sul suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, perché facesse svolgere indagini sulle attività lobbistiche del figlio dell’allora sfidante democratico, Joe Biden, e il ruolo che lo stesso Biden avrebbe avuto nella destituzione, nel 2016, dell’ex Procuratore capo di Kiev, impegnato in un’indagine che coinvolgeva, fra le altre, una società con cui Biden jr collaborava. La vicenda (‘Ukrainegate’) era stata fonte di notevole imbarazzo, anche per le accuse rivolte a Trump di avere certato di condizionare alla collaborazione ucraina allo ‘sblocco’ di una tranche degli aiuti miliari che il Congresso aveva già votato a favore della repubblica ex sovietica.

Oggi, lo scenario sembra in qualche modo ripetersi. La scorsa settimana, le autorità russe hanno accusato la società d’investimento Rosemont Seneca Thornton (da più parti considerata riconducibile a Hunter Biden) di avere legami con il Pentagono e di essere coinvolta nel programma ucraino di sviluppo di un arsenale di armi biologiche insieme, fra gli altri, all’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), all’agenzia sanitaria statunitense (CDC – Centers for Disease Control and Prevention) e alla Open Society Foundation del miliardario George Soros. In seguito, Donald Trump, in un’intervista con l’emittente della destra repubblicana Real America’s Voice, ha invitato il Cremlino a rendere pubblico quanto di sua conoscenza riguardo ai rapporti illegittimi che Hunter Biden avrebbe intrattenuto, in passato, con il mondo degli oligarchi russi, in particolare con Elena Baturina, imprenditrice e già moglie del sindaco di Mosca, Yuri Luzhkov (in carica: 1992-2010), la cui rimozione dall’incarico da parte dell’allora Presidente russo, Dmitry Medvedev, aveva sollevato più di una perplessità.

Dietro alle accuse di Trump non vi è, in realtà, nulla di veramente nuovo. La questione dei rapporti di Hunter Biden con la Baturina e altri investitori stranieri era già stata sollevata nel 2020 in un rapporto della maggioranza repubblicana del Homeland Security and Governmental Affairs Committee e del Financial Committee del Senato, senza, tuttavia, che da tale rapporto emergesse alcuna concreta prova in merito. È proprio a queste accuse (che sono oggetto di indagine da parte della magistratura e che il Presidente uscente aveva già ampiamente rilanciato in campagna elettorale) che si richiama oggi Trump. All’epoca, tutti i principali media avevano sollevato dubbi sulla fondatezza delle accuse, data l’inaccessibilità delle fonti citate come prove a carico e l’impossibilità di identificare Hunter Biden fra i fondatori della Rosemont Seneca Thornton, i cui nomi non sono indicati negli atti costitutivi della società. Oggi, la loro posizione appare altrettanto critica, soprattutto verso quella che sembra essere la volontà dell’ex Presidente di coinvolgere ancora una volta Mosca nelle vicende interne della politica statunitense.

L’attacco di Trump appare, comunque, significativo, sia in vista delle elezioni di midterm del prossimo novembre, sia sullo sfondo del voto presidenziale del 2024. Rilanciando un tema noto, esso rimette in moto la macchina della propaganda dell’ex Presidente proprio in una fase in cui il consenso verso l’azione della Casa Bianca sembra avere sperimentato una nuova flessione. Anche se i timori legati a un’inflazione tornata ai livelli dei primi anni Ottanta spiegano questa flessione più dell’andamento della crisi ucraina, quello attuale è, per Joe Biden un momento delicato, reso ancora più delicato dal fatto che la flessione registrata (e che ha portato il suo indice di gradimento intorno alla soglia fisiologica del 40%) appare trasversale fra i generi, i gruppi etnici e le fasce di età. È presto per capire se quella di Trump rappresenti davvero la mossa di apertura di una nuova campagna elettorale. Essa, tuttavia, riporta alla luce una delle tante debolezze dell’attuale Presidente, debolezze che intaccano l’azione dell’amministrazione e che nemmeno le tensioni internazionali sembrano riuscire a fare passare in secondo piano.

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