giovedì, Agosto 5

Ucraina, è l'ora degli oligarchi? A salvare la traballante unità e integrità del Paese potrebbero essere i suoi uomini più ricchi e potenti

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Petro Poroscenko Ucraina

Nell’Ucraina in preda ad una guerra civile sia pure, come si dice, “a bassa intensità”, sembra svolgersi una corsa contro il tempo. Mancano pochi giorni alle elezioni presidenziali che dovrebbero costituire un primo atto di legalizzazione istituzionale della svolta politica provocata dalla “rivoluzione di Maidan” dello scorso febbraio. Che provocò a sua volta la secessione della Crimea e la sua immediata annessione alla Russia, seguite a ruota da ribellioni più o meno filorusse in quasi tutto il Sudest ucraino contro un governo provvisorio di Kiev bollato, anche da Mosca, come illegittimo anche perché generato dalla sobillazione e dall’appoggio dell’Occidente nonché “fascista” o protettore di fascisti.

Il nuovo governo centrale ha finora tentato, con scarso successo, di stroncare con la forza un movimento sicuramente incoraggiato e sostenuto in varie forme dalla Russia e sfociato nella proclamazione, previo referendum popolare, di repubbliche indipendenti nelle regioni di Donezk e Luhansk che comprendono il Donbass, cuore industriale del Paese. Un ulteriore e grave ostacolo, dunque, alla consultazione del 25 maggio, già messa a repentaglio dagli scontri spesso cruenti in corso anche altrove e in particolare nella grande città portuale di Odessa.

I due referendum hanno avuto luogo, tuttavia, malgrado l’invito russo, espresso personalmente da Vladimir Putin, a sospenderli per consentire appunto lo svolgimento dell’elezione presidenziale, da Mosca in precedenza contestata. Una pura finta, sapendo che l’invito sarebbe stato respinto o avendo addirittura concordato che venisse respinto? Oppure una prova di non pieno controllo moscovita sui filorussi ucraini?

Non si sa, mentre non si può neppure escludere che il Cremlino si aspetti comunque una cessazione delle operazioni militari governative nelle zone contese come condizione, se si vuole naturale, per un normale ricorso alle urne. Cessazione che, dal canto suo, il governo di Kiev condiziona peraltro allo sgombero degli edifici occupati e alle altre forme di ribellione oltre che ai veri e propri attacchi a persone e cose. Considerando infine del tutto irregolari e privi di valore i due nuovi referendum come già quello inscenato in Crimea.

Al tempo stesso, però, i dirigenti investiti da Maidan (ma dopotutto anche dalla Rada, il parlamento ucraino che ha ripudiato il presidente Viktor Janukovic) stanno compiendo uno sforzo più meno sincero e convinto per concedere qualcosa alle controparti allo scopo di facilitare lo svolgimento dell’elezione del 25 maggio. Lo fanno mediante la Tavola rotonda convocata la settimana scorsa per mettere a punto un programma di pacificazione e riforme e che ha già tenuto due sessioni, prima a Kiev e poi a Charkiv (seconda città del Paese, nell’Est) e  dopodomani dovrebbe riunirsi nella più centrale Cerkassy, sempre a est della capitale.

Presieduta dai primi due presidenti dell’Ucraina indipendente, Leonid Kravciuk (affossatore dell’URSS insieme a Boris Elzin, primo presidente della nuova Russia) e Leonid Kuchma, entrambi classificabili come patrioti oggi neutrali tra le due parti avverse, nonché da Wolfgang Ischinger, un supercollaudato ex diplomatico tedesco designato dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea, la Tavola rotonda conta su una vasta rappresentanza politica, economica e civile del Paese.

E’ però menomata da una vistosa lacuna: l’assenza di rappresentanti dei ribelli del Sudest, la cui partecipazione viene considerata inaccettabile dai promotori almeno fino a quando non ottemperano alle condizioni sopra menzionate, e sarebbe forse stata ugualmente problematica sia per l’apparente mancanza di loro esponenti riconosciuti sia per la loro incerta disponibilità. Da notare, in proposito, che mentre i dirigenti indipendentisti di Donezk si sono affrettati a chiedere l’annessione alla Russia, quelli di Luhansk invece non l’hanno fatto.

Per quanto grave, la lacuna non basta tuttavia a rendere la Tavola rotonda un’inutile messinscena. Anche tra quanti sostengono o comunque non osteggiano pregiudizialmente il governo provvisorio non mancano certo i dissapori e le incomprensioni. In altri termini, può essere opportuno concordare innanzitutto tra loro proposte da presentare al fronte filorusso e, naturalmente, in modo diretto o indiretto, a Mosca, che d’altra parte rimane sempre in contatto, al riguardo, con i governi occidentali e in particolare, in questa fase, con Berlino.

Anche i maggiori governi europei, oltre agli USA, si mostrano adesso orientati ad inasprire le sanzioni a carico della Russia qualora venisse impedito con la forza lo svolgimento delle elezioni presidenziali nel Sudest ucraino, e magari ostacolato da filorussi anche nell’Ovest. Ma poiché i membri dell’UE soffrirebbero essi stessi delle sanzioni e dei loro contraccolpi molto più degli USA e persino della Russia il loro impegno sarà sicuramente raddoppiato o triplicato al fine di ottenere un’apprezzabile schiarita prima di domenica prossima.

A prima vista, dato il clima così poco propizio che regna a ovest come a est del Dnepr, il compito potrebbe sembrare proibitivo. L’alternativa logica ad un minimo di distensione sarebbe però il rischio, quanto meno, di una guerra anche non più solo civile. Mentre, stando alle posizioni dichiarate, il nodo centrale da sciogliere per scongiurare la spartizione del Paese (che a sua volta non sarebbe necessariamente pacifica) non risulta a ben guardare tanto inestricabile.

Si tratta infatti di conciliare la federalizzazione di uno Stato oggi unitario, pretesa da una parte, con il più o meno pronunciato decentramento istituzionale giudicato accettabile dall’altra. Nonostante i toni perentori usati preferibilmente da entrambe, non esiste un’inconciliabilità concettuale che non sia ragionevolmente superabile con un minimo di disponibilità per il compromesso. Sempre che, ovviamente, le posizioni finora enunciate non nascondano finalità inconfessate.  

Quanti attribuiscono a Putin la preferenza per il mantenimento a certe condizioni dell’unità ucraina possono trovarne una momentanea conferma nel fatto che, a differenza di quanto avvenuto con la Crimea, l’indipendenza delle due regioni separatiste non è stata riconosciuta a tamburo battente dal Cremlino né tanto meno è stata accolta la richiesta di annessione della “repubblica” di Donezk. Se poi verrà confermato anche il ritiro delle truppe russe dai pressi del confine, annunciato stamattina, sarà un’ulteriore segnale di buoni propositi da parte di Mosca.

I segnali più promettenti, però, arrivano intanto dalla parte opposta nonchè da quella che si potrebbe chiamare la zona grigia intorno al centro del Paese, che si sta rivelando ancora più ampia del previsto agli effetti politici. Oltre che a Charkiv, il separatismo non sembra avere trovato un seguito rilevante neppure a Dnipropetrovsk, terza città ucraina per numero di abitanti, mentre a Odessa (la quarta, meridionale), tradizionalmente cosmopolita, lo scontro tra i contendenti si è placato e la tragedia o misfatto dell’incendio probabilmente non accidentale che ha fatto strage di filorussi non ha apparentemente danneggiato il prevalente controllo governativo.

Il separatismo, dunque, resta limitato alle due regioni del Donbass che insieme non superano di molto gli 8 milioni di abitanti, meno di un quinto della popolazione totale. Proprio qui però si registra una novità di tutto rilievo. La città portuale di Mariupol, circa 200 chilometri a sud di Donezk, era stata teatro di sanguinosi scontri terminati con il successo dei filorussi. Ma in questi ultimi giorni la situazione si è rovesciata in seguito alla discesa in campo di ben organizzate squadre formate da dipendenti di Rinat Achmetov, il magnate che da decenni predomina nella regione, col suo impero peraltro transnazionale e non solo minerario e metallurgico.

Tenutosi fino a ieri personalmente lontano dalla politica, benchè considerato molto legato a Janukovic, l’uomo più ricco dell’Ucraina e 92° al mondo secondo “Forbes” è uscito ora allo scoperto schierandosi contro il separatismo ma atteggiandosi ugualmente a paciere tra le forze contrapposte. Forte anche di vecchie amicizie in Russia, è probabile che intenda comunque usare il proprio multiforme potere per difendere attivamente la causa dell’indipendenza e dell’unità nazionale, evidentemente ritenuta conforme ai suoi interessi.

Primo fra gli “oligarchi” ucraini, Achmetov non è l’unico a compiere adesso una  scelta che potrebbe rivelarsi determinante e, tra l’altro, riscattare in qualche modo un’intera categoria che, per lo più, in politica si era immischiata fin troppo e per decenni assumendosi così un pesante corresponsabilità per la fallimentare gestione di un Paese tutt’altro che povero ma rovinato da corruzione e clientelismo, inettitudine e inguaribile litigiosità, con il non trascurabile contributo delle intromissioni russe.

L’esempio era stato dato per primo da Petro Poroscenko, il miliardario molto meno dovizioso di Achmetov ma già politicamente in primo piano essendo stato, salomonicamente, Ministro degli Esteri nel governo “arancione” filo-occidentale e poi dell’Economia sotto Janukovic. Da ultimo aveva appoggiato anche  finanziariamente la rivoluzione di Maidan ottenendo in premio la candidatura alla presidenza della Repubblica, per la quale parte nettamente favorito anche rispetto ad una concorrente in qualche modo prestigiosa come Julja Timoscenko.

Una candidatura, comunque, improntata a propositi parzialmente concilianti nei confronti degli avversari del governo provvisorio, nel senso che il “re del cioccolato” (che possiede peraltro anche cantieri navali, servizi mediatici, ecc.) propugna sì la repressione manu militari delle ribellioni ma si mostra aperto sul tema cruciale del decentramento pur sostenendo che il potere centrale dovrebbe conservare il controllo delle forze dell’ordine. Putin e compagni, dopo averlo punito vietando l’importazione dei suoi cioccolatini, prodotti del resto anche in Russia, a quanto sembra lo gradirebbero come interlocutore alla testa di una nuova Ucraina quanto meno neutrale.

Ma non basta. A battersi per gli indispensabili compromessi è impegnato, innanzitutto ex officio, anche Sergej Taruta, un altro magnate della metallurgia che il governo provvisorio aveva nominato governatore a Donezk ed è stato quindi messo a dura prova dall’esplosione separatista, che l’ha travolto ma non indotto ad arrendersi. Vita più facile ha avuto invece, ma anche per merito proprio, Igor Kolomojski, banchiere e proprietario di miniere (anche in Australia) di origine ebraica, spedito in marzo a governare Dnipropetrovsk dove ha tenuto a bada i separatisti usando con sia pure discussa abilità il bastone e la carota e diventando così una bandiera per i patrioti ucraini dell’Est.

Tutti personaggi, questi ed altri simili, che in passato non avevano certo brillato per coesione e correttezza reciproca ma che ora sembrano avere trovato almeno temporaneamente la via della collaborazione per una possibile salvezza, propria e del proprio Paese, che per essere raggiunta richiederebbe comunque il contributo almeno altrettanto decisivo dei maggiori protagonisti della scena internazionale.

 

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