mercoledì, Giugno 16

Ucraina, divisione inevitabile? Unica alternativa la federalizzazione e la neutralizzazione

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Lo spettro della guerra civile, evitata due mesi fa grazie alla “rivoluzione di Maidan” rapidamente vittoriosa, torna ad incombere sull’Ucraina, secondo la narrazione prevalente in questi giorni. E questa volta la vittoria potrebbe facilmente arridere, almeno in prima battuta, alla parte opposta, sconfitta a Kiev ma rifattasi poi con la conquista della Crimea. Per la quale, tuttavia, è stato decisivo l’intervento russo, che lo sarebbe ancor più se le divisioni del ‘nuovo zar’, Vladimir Putin, dovessero, come si teme, varcare il confine verso ovest senza più travestimenti e altri sotterfugi.

In altri termini, l’intervento esterno, o al limite anche solo la sua aperta minaccia, ad esempio sotto forma di ultimatum, avrebbe un peso tale, stavolta, da oscurare l’immagine di una semplice guerra civile. E ciò anche se ad esso non dovesse necessariamente seguire l’annessione di altro territorio alla Federazione russa dopo quella della penisola sul Mar Nero, che pure rimane uno dei possibili sbocchi di questa nuova fase della crisi ucraina. Non quello più auspicabile ma, sfortunatamente, quello più probabile.

Correndo in aiuto più o meno fraterno ai russofoni e russofili dell’antica ‘piccola Russia’, Mosca non punterà verosimilmente alla conquista dell’intera Ucraina; questo almeno sembrerebbe da escludere, nonostante il mezzo segnale di via libera emesso da Barack Obama. Da numerose settimane, ormai, l’obiettivo del Cremlino appare la divisione del Paese, mai apertamente caldeggiata né formalmente proposta, eppure chiaramente adombrata nel progetto ufficiale di soluzione della questione ucraina presentato a tutti gli interessati, oltre che gradita al grosso dell’opinione pubblica russa, qualificata e non.

Esso prevede la trasformazione dell’Ucraina in uno Stato federale che assicuri alle Province a maggioranza russofona, in particolare, ampie autonomie, e la sua adozione di uno status neutrale debitamente riconosciuto sul piano internazionale e tale da rassicurare la Russia circa la definitiva rinuncia di Kiev a qualsiasi tentazione di aderire all’alleanza atlantica. In teoria, si tratta indubbiamente dell’unica soluzione sensata, che in pratica, però, incontra vari e seri ostacoli.

Resistenze vengono soprattutto dallo schieramento oggi vittorioso a Kiev, che teme un eccessivo indebolimento del potere centrale e che tuttavia potrebbe essere indotto a cedere da incentivi, pressioni e garanzie da parte dei governi occidentali. La sua diffidenza è comunque ampiamente ricambiata dalla parte opposta. Gli stessi dirigenti russi non nascondono una non immotivata sfiducia nella capacità della classe politica ucraina nel suo complesso di organizzare e gestire un apparato statale minimamente funzionale e non debilitato, com’è accaduto sinora, da cronica conflittualità e strappi e paralisi a ripetizione, per non parlare di corruzione, clientelismo, ecc.

Il progetto di Mosca è stato perciò formulato in termini tali da renderlo poco appetibile e da suscitare a sua volta il sospetto che sia destinato in realtà a coprire il perseguimento di altri obiettivi e di scaricare sugli interlocutori la responsabilità per i mancati accordi. Il prevalente pessimismo che ne deriva sarà smentito dall’imminente negoziato quadrilaterale di Ginevra, il cui avvio sembra per il momento resistere all’inasprimento degli scontri nell’Est ucraino?

Non si può escluderlo, e naturalmente ce lo si deve augurare. Quali che siano, però, gli orientamenti dei governi stranieri, a cominciare dalle reali intenzioni del Cremlino, anche qualora intese importanti venissero raggiunte la loro effettiva attuazione dipenderebbe in larga misura da comportamenti della classe politica ucraina capaci o meno di smentire a loro volta la suddetta sfiducia russa e di agevolare invece l’impegno occidentale in difesa dell’indipendenza e dell’integrità del Paese.

Allo scetticismo moscovita in proposito gli ucraini non oltranzisticamente filorussi replicano, innanzitutto, che il Paese possiede una sua incontestabile identità nazionale, ben distinta da quella russa, che sarebbe comprovata da una storia quasi millenaria. Una tesi, per la verità, alquanto discutibile, e anzi ampiamente e vivacemente dibattuta anche tra gli storici occidentali, trattandosi in effetti di un percorso oltremodo accidentato e complesso che si presta ad interpretazioni diverse e addirittura opposte.

Da una parte si sostiene ad esempio che gli ucraini subirono una sistematica politica di russificazione culturale nel corso dell’800, ad opera del regime zarista, e poi nel ‘900 sotto Stalin. Dall’altra si obietta che furono proprio i bolscevichi capeggiati da Lenin a promuovere lo sviluppo della nazionalità ucraina prima che la svolta centralista e repressiva del dittatore georgiano culminasse nel famigerato ‘Holodomor’, la carestia genocida inscenata per piegare la resistenza dei contadini ucraini alla collettivizzazione agricola.

Nel dopo Stalin, in compenso, gli ucraini divennero una sorta di cogestori dell’impero sovietico a fianco dei russi, come vistosamente attestò l’avvento di Nikita Chrusciov e Leonid Brezhnev, nativi entrambi del Paese, al vertice del potere. E quando nelle alte sfere dell’URSS fece poi capolino una corrente nazionalista russa a ciò rispose un sussulto nazionalista ucraino che ebbe come protagonista lo stesso numero uno del partito comunista a Kiev, Piotr Scelest, mentre un altro suo connazionale, Nikolaj Podgornyj, occupava la massima carica statale dell’Unione.

Nel quadro del sistema sovietico, beninteso, l’Ucraina non fruiva né poteva fruire di alcuna reale autonoma malgrado il suo status di Repubblica federata. E resta comunque incontestabile che la Nazione ucraina, esistente o meno, non trovò praticamente mai, in precedenza, un’espressione statale indipendente. L’acquistò solo nel 1991 con la dissoluzione dell’URSS, in modo, però, più automatico che fortemente voluto e profondamente sentito.

Gli odierni patrioti ucraini, difensori a spada tratta dell’indipendenza, sostengono che il ventennio abbondante da essa contrassegnato non sarebbe trascorso invano. Che cioè, nonostante tutte le traversie, inadempienze statali e sofferenze popolari, una coscienza e una coesione nazionali sarebbero cresciute traducendosi in generali aspettative e domande di ulteriore consolidamento e  progresso.

Non possono comunque negare, certo, che persista tuttora una marcata e multiforme diversità tra l’Ovest più filo-occidentale e il Sudest più filorusso del Paese, resa manifesta tra l’altro, fino a ieri, dalla rispettiva adesione preponderante a diverse e contrapposte formazioni politiche. Richiamano, però, l’attenzione sull’esito di copiose indagini demoscopiche dalle quali effettivamente emerge un predominante consenso trasversale, per così dire, sui valori dell’indipendenza e dell’integrità nazionali.

Secondo la più recente, condotta dall’Istituto di sociologia di Kiev, la causa dell’indipendenza starebbe a cuore dell’83% della popolazione, mentre nessuna domanda sarebbe mai stata posta, si assicura, riguardo all’integrità nazionale perché nessuno ha mai creduto o pensato, almeno fino a ieri, ad un’eventuale divisione del Paese. 

Altre indagini hanno messo in luce una significativa differenza generazionale anch’essa però territorialmente trasversale: i cittadini più giovani e più colti  preferirebbero l’avvicinamento all’Unione europea, mentre i più anziani sarebbero maggiormente attratti dalla Russia. Complessivamente, tuttavia, una netta maggioranza popolare sarebbe favorevole al mantenimento e al rafforzamento dei legami soprattutto economici con entrambe.

Poiché si tratta, ovviamente, di indagini effettuate prima della ‘rivoluzione di Maidan’, ci si deve domandare se con essa e con le sue ripercussioni qualcosa possa essere cambiato. Molti, in Ucraina e in Occidente, si dicono convinti che nella maggiore piazza di Kiev il processo di gestazione dell’unità e dell’indipendenza nazionali abbia trovato il suo coronamento, all’insegna della democrazia e dell’aspirazione al buongoverno.

Gli sviluppi più recenti e tuttora in corso ne fanno alquanto dubitare e potrebbero facilmente giustificare un’impressione opposta. Le formazioni di estrema destra, proiettate in primo piano dalla rivolta contro il regime di Viktor Janukovic, non rappresentano la maggioranza dello schieramento che l’ha abbattuto. Il ruolo da esse svolto e la loro parziale inclusione nei nuovi quadri dirigenti di Kiev ha sicuramente contribuito ad accentuare le differenze e le divergenze politico-territoriali.

La ricerca delle intese e dei compromessi necessari per salvare la Nazione e lo Stato ucraini rischia dunque, semmai, di essere diventata più difficile di prima se non addirittura proibitiva. E’ ancora presto, tuttavia, per dare per scontati il loro prematuro decesso ovvero la divisione del Paese, restando solo da vedere se vi si arriverà per via pacifica, ossia negoziale, oppure conflittuale.

Esiste un’ampia area centrale, intorno alla capitale, nella quale le due diverse componenti del Paese sono frammischiate e della quale poco si parla, ma il cui peso equilibratore e un possibile ruolo conciliatore potrebbero farsi sentire, in eventuali referendum ma non solo.

Qualche osservatore rileva, con ironia apparentemente sconsolata, che per il momento l’Ucraina “può essere tenuta insieme solo dalla concordia tra gli oligarchi”. Una simile prospettiva, evidentemente suggerita anche dalla probabile elezione di un “re della cioccolata” a Presidente della repubblica, non suona entusiasmante, ma anche un ruolo costruttivo dei vari Achmetov e Poroscenko, orientati in senso mediatore sulle questioni più scottanti, potrebbe risultare apprezzabile se non decisivo.

C’è, infine, il fattore economico. L’Ucraina versa in condizioni gravissime, per risollevarsi dalle quali dovrà sottoporsi ad ulteriori, duri sacrifici e contare comunque su cospicui aiuti esterni. Unione europea e Stati Uniti da una parte e Russia dall’altra dovranno a loro volta assicurarli, possibilmente in modo concertato. Dalla misura e dalla tempestività con cui lo faranno dipenderà sicuramente molto la probabilità che il Paese non esca smembrato dalla crisi che lo ha investito.

 

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