sabato, Aprile 17

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Ucraina, nuova protesta in piazza a Kiev pro Ue

Sperare che l’attuale crisi  ucraina abbia un epilogo diverso da quello della crisi cecoslovacca del 1968 è legittimo, anche perché la ‘primavera di Praga’ venne stroncata dai carri armati sovietici senza spargimento di sangue mentre oggi un’operazione analoga ben difficilmente sarebbe incruenta. E forse la stessa speranza non è neppure illusoria, benchè le analogie con quel precedente siano parecchie e oggi tutti si domandino, temendo il peggio, come e quando si muoverà la Russia di Vladimir Putin verso un Paese, ancor più “fratello” della Cecoslovacchia allora comunista, che rischia di sfuggire all’abbraccio e al controllo del Cremlino.

Non si può certo dire che Mosca abbia finora lesinato le minacce, i moniti e i segnali di impazienza, nei confronti sia del gruppo dirigente di Kiev, apertamente accusato di esitare troppo a reprimere con la forza la rivolta in atto, sia dei governi occidentali cui imputa di soffiare sul fuoco o addirittura di averlo deliberatamente appiccato. Si è anzi assistito ad una escalation in questo senso, con l’accompagnamento di notizie, ‘pseudonotizie’ e voci la cui diffusione, da una parte e dall’altra, sembra finalizzata a preparare il terreno e l’atmosfera giusta per mosse estreme nonchè a creare alibi ad ogni buon fine per questa o per quella. Alle denunce che russi o, meglio ancora, cosacchi debitamente armati hanno già valicato i confini per entrare presto in azione fanno riscontro quelle di già copiose forniture di soldi e armi americane ai rivoltosi, in qualche caso precisando persino cifre e altri dettagli chissà come appresi.

Per quanto riguarda la parte russa suona tuttavia logico presumere, quanto meno, che nessuna mossa, specie se rude e di per sé avventata, sarà compiuta prima che si concludano i Giochi olimpici di Soci, un evento per il quale Mosca non ha soltanto speso somme senza precedenti per sfoggiare la propria potenza economica e organizzativa, la capacità di accogliere come si deve migliaia di sportivi e altri ospiti stranieri, la multiforme forza di chi non teme neppure la sfida terroristica. Vi ha anche investito molto per celebrare degnamente il proprio ritorno in grande stile sulla scena internazionale professandosi promotrice di pace, collaborazione e reciproco rispetto tra tutti.

E’ ovvio che una simile immagine sarebbe gravemente macchiata, se non distrutta su due piedi, da un bis a Kiev dell’intervento a Praga nel 1968 o tanto più, data la coincidenza con Soci, di quello a Kabul nel 1979, che provocò il mezzo fiasco delle Olimpiadi estive di Mosca dell’anno successivo. E’ vero d’altronde che il Cremlino potrebbe invocare oggi a propria discolpa, con qualche fondamento, più che un’inguaribile nequizia occidentale, gli innegabili vincoli storici, culturali, anche semplicemente umani, ecc. che legano Russia e Ucraina, o almeno la Russia ad una parte cospicua dell’Ucraina.

Ma è davvero concepibile in  linea teorica un atto di forza russo nel principale Paese “fratello”, anche una volta archiviata Soci? E, soprattutto, in che misura è lecito intravvedere un proposito del genere nelle recenti esternazioni ufficiali, ufficiose o comunque rilevanti da parte di esponenti moscoviti?

Non si sa, tanto per cominciare, se Putin la pensi ancora oggi come nel 2008, quando definiva l’Ucraina «un malinteso storico creato sul territorio russo». Forse ci ha ripensato, anche perché nel frattempo si è insediato a Kiev un governo più filorusso di quello nato dalla “rivoluzione arancione” del 2004 e poi miseramente naufragato. Non si sa neppure cosa abbia detto a quattr’occhi a Viktor Janukovic (e neppure, naturalmente, cosa il presidente ucraino abbia detto a lui) nel loro abboccamento di venerdì scorso a Soci.

Nella prima fase della crisi il presidente russo è rimasto alquanto riservato, poi ha alzato il tono contro le asserite ingerenze occidentali negli affari interni ucraini, mostrando così di avere a cuore la sovranità della “sorella minore”. Ma ha mostrato altresì di condividere le critiche di vari collaboratori e di larga parte dell’opinione pubblica qualificata a Janukovic, giudicato troppo debole con i rivoltosi e troppo dialogante con gli oppositori politici.

Ha però lasciato credere che sia stato il premier Dmitrij Medvedev a proporre il congelamento del grosso credito all’Ucraina in attesa di vedere gli sviluppi della situazione, limitandosi per parte sua ad acconsentire, mentre è da escludere che non abbia pienamente approvato il ritorno alla linea dura con Kiev da  parte di Gazprom, il colosso russo del gas.

Se il numero uno del regime, comunque, ha più che altro taciuto su come risolvere la crisi, uomini vicini a lui hanno parlato senza troppe remore. Aveva cominciato Sergej Lavrov, ormai ben noto ministro degli Esteri, proclamando l’obbligo per tutti di impedire la disintegrazione dell’Ucraina e auspicando la cooperazione con l’Unione europea a questo fine. Poi proprio l’ambasciatore russo a Bruxelles, Vladimir Cizhov, ha contraddetto in qualche modo il suo diretto superiore, facendo subodorare dissensi in alto loco.

Si può anche non attribuire eccessivo peso alle sortite di Vladimir Zhirinovskij, esuberante leader del partito ‘liberaldemocratico‘, che spesso ama distinguersi rumorosamente dalla putiniana ‘Russia unita’ ma di fatto resta sua indefettibile alleata. Zhirinovskij ha invitato i filorussi dell’Ucraina orientale e meridionale ad appellarsi ufficialmente a Mosca, se messi alle strette, assicurando loro che premerà sul suo governo affinché accorra in loro difesa. E un suo collega ha aggiunto che se in Ucraina si tenesse un referendum per l’adesione alla Russia ‘noi potremmo aiutare‘.

I sentimenti che ispirano simili inviti e promesse sono probabilmente condivisi da una grande maggioranza di russi. Secondo una recente rilevazione del Centro Levada, un istituto indipendente, l’84% della popolazione ritiene che l’Ucraina sia vittima di un tentativo di eversione violenta, per il 44% istigato dall’Occidente, proteso ad assoggettare il Paese alla propria influenza, e per 35% generato da spinte nazionaliste.

Chi vede le cose in questo modo, tuttavia, non necessariamente sottoscriverebbe interventi militari russi di incerto esito e sicuramente molto costosi in un’eventuale guerra civile, per di più con l’Occidente schierato più o meno attivamente dalla parte opposta. Può darsi invece che incontri maggior favore un altro orientamento, più articolato e flessibile, affiorato in questi ultimi giorni e apparentemente destinato a tradursi in linea ufficiale, se già non la riflette.

L’aveva tratteggiato per primo Andrej Ilarionov, politologo e già consigliere di Putin, riferendosi a non meglio precisate fonti del Cremlino secondo le quali si sarebbe progettato innanzitutto di ottenere la sostituzione di Janukovic con una figura più affidabile e tanto più necessaria dopo la destituzione del premier Mykola Azarov, fino a ieri vero uomo di fiducia per i russi a Kiev. Prima ancora di inscenare il lungo balletto tra Russia e Unione europea per strappare le massime concessioni da una parte o dall’altra Janukovic aveva apertamente dichiarato di preferire una “terza via” tra i “due grandi mostri” con annessa adesione, invisa a Mosca, ad entrambi i loro processi integrativi.

Sarebbero state prese in considerazione, poi, quattro diverse opzioni, la prima delle quali (assicurarsi un pieno controllo russo sull’intera Ucraina) è stata giudicata da Ilarionov difficilmente praticabile data la situazione creatasi sul campo oltre ai termini basilari del problema. Non così invece la seconda (federalizzazione o con federalizzazione della repubblica ucraina limitando il controllo all’Est e al Sud del Paese, più vicini territorialmente, politicamente e sentimentalmente alla Russia e con un 30% di russi a tutti gli effetti) e la terza (risultando irrealizzabile la federazione, controllo sulle città più importanti dell’Est e del Sud, compresa Odessa, più la Crimea).

La quarta opzione, minimale (controllo sulla sola Crimea), potrebbe sembrare fin troppo riduttiva. La penisola è però di grande valore strategico grazie alla base navale di Sebastopoli, già saldamente in mano russa, e venne a suo tempo “regalata” dall’ucraino Nikita Chrusciov alla Repubblica sovietica ucraina togliendola a quella russa malgrado la maggioranza russa della popolazione. Adesso il parlamento della Crimea si è affrettato ad annunciare che in caso di ribaltone a Kiev proclamerebbe la secessione e l’adesione alla Federazione russa.

Giovedì scorso, infine, ha avuto ampia risonanza un’intervista al quotidiano “Kommersant” di Sergej Glazev, consigliere di Putin con speciale responsabilità per i rapporti con l’Ucraina e già loro protagonista negli ultimi, critici mesi. L’intervista ha suscitato emozione per le nuove e più aspre accuse rivolte all’Occidente e in particolare agli USA e soprattutto per la rivendicazione di un diritto russo ad intervenire in difesa dell’Ucraina dalle interferenze e dalle mene americane. Le quali, sostiene Glazev, violerebbero un memorandum di intesa del 1994 che impegnava Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna a garantire la sicurezza esterna della repubblica ormai indipendente dopo la sua rinuncia a detenere una porzione dell’arsenale nucleare ex sovietico.

A prescindere dalla fondatezza della rivendicazione, la minaccia non va certo ignorata o sottovalutata. Ancor maggiore attenzione avrebbe tuttavia meritato la parte dell’intervista nella quale Glazev ha ripreso quanto riferito da Ilarionov traducendolo, data la carica che ricopre, in una virtuale proposta: federalizzare l’Ucraina concedendo alle sue regioni un’ampia autonomia estesa anche ai rapporti con l’estero, sull’esempio della Groenlandia che pur facendo parte della Danimarca resta fuori dell’Unione europea.

Così, suggerisce Glazev, le regioni occidentali e orientali dell’Ucraina potrebbero intrattenere relazioni economiche privilegiate rispettivamente con la UE e con la Russia, superando l’incompatibilità (peraltro già negata da molti) valevole per lo Stato unitario. Ma non basta. Il consigliere di Putin si è spinto fino ad affermare che i legami di vario tipo esistenti tra l’Est e l’Ovest dell’Ucraina sono inferiori a quelli esistenti tra il Sudest ucraino e la Russia da una parte e l’Ovest ucraino e la UE dall’altra.

Come dire che, al limite, se poi da una federazione si passasse alla separazione totale l’ulteriore modifica del quadro sarebbe in fondo del tutto naturale. Inutile sottolineare l’interesse della tesi (o ipotesi o proposta, se si preferisce) che si aggiunge alla prospettiva di una collaborazione con Bruxelles caldeggiata da Lavrov. Non va comunque dimenticato che una federalizzazione dell’Ucraina rischierebbe di scontrarsi con le stesse difficoltà di riassetto territoriale che hanno precipitato la Jugoslavia nel baratro di una lunga e sanguinosa guerra civile.

 

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