sabato, Maggio 8

Ucraina, disgelo milanese Al Qaeda in Yemen si unisce all'IS e incita ad attaccare gli Usa

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Putin Poroshenko

Il Presidente russo Vladimir Putin e l’omologo ucraino (e nemico) Petro Poroshenko sono usciti all’apparenza ottimisti dal vertice milanese Asia-Europa (ASEM), che ha radunato 53 leader del mondo, inclusi i leader europei

Tema di punta è stata la crisi ucraina e, nel suo faccia a faccia con lo zar del Cremlino, la Cancelliera tedesca Angela Merkel non ha «purtroppo identificato alcuna apertura». Eppure per Putin i colloqui hanno avuto un esito «buono e positivo». Poroshenko ha addirittura rivendicato un «accordo raggiunto su tre punti».  Il primo sarebbe «seguire fermamente e implementare i 12 punti del memorandum di Minsk sulla pace». Il secondo interesserebbe le modalità delle contestate elezioni locali, indette dai separatisti nella regione di Donetsk«da tenere nei territori previsti sempre dal protocollo di Minsk». Il terzo, infine, sarebbero alcuni «progressi sui parametri del contratto sulla regolazione del gas».

Una soluzione politica sull’Ucraina, però, «non è stata trovata», ha commentato il Presidente del Consiglio europeo (UE) Herman Von Rompuy«pur essendo stati fatti passi in avanti». Sostanzialmente, non sono stati sciolti né il nodo sulle elezioni nell’Ucraina dell’Est, né quello sul gas, come ammesso anche da Poroshenko, al termine di un successivo bilaterale con Putin in un albergo di Milano. Sull’energia, ulteriori colloqui a Bruxelles si terranno il 21 ottobre con la Commissione europea

Nel pomeriggio, anche il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha avuto un incontro di circa un’ora e mezza con Putin, alla presenza anche del Ministro italiano uscente degli Esteri Federica Mogherini, promossa Alto rappresentante della Politica estera Ue (PESC). In occasione del summit italiano, Francia e Germania hanno inoltre dato la loro disponibilità per il «controllo delle frontiere in Ucraina, anche con i droni», ha comunicato Renzi, aggiungendo che «risolvere la crisi in Ucraina è importante, perché la Russia può tornare a giocare un ruolo importante su tutti i tavoli delle crisi internazionali, che sono molte e preoccupanti».

I fronti di guerra all’estero sono molti, in uno scenario globale sempre più instabile
.  Dallo Yemen attraversato da scontri sanguinosi tra sunniti e sciiti (altri 20 morti nel sud), il ramo di al Qaeda (AQAP) nella Penisola araba ha ribadito, per la seconda volta, il suo sostegno ai «combattenti «combattenti in Iraq e Siria» bombardati dalla Coalizione contro lo Stato islamico (IS), invitando i jihadisti ad «attaccare l’America economicamente e militarmente». Il leader di Al Qaeda Ayman al Zawahri ha più volte sconfessato il gruppo terroristico di Abu Bakr al Baghdadi, ma alcune sue cellule continuano ad abbracciare la bandiera nera del Califfato. 

Kobane, al confine tra Siria e Turchia, i curdi sono rientrati «quasi completamente in possesso» della loro città assediata dai jihadisti, ha dichiarato alla tivù inglese ‘Bbc’ un comandante della resistenza curda: solo due quartieri resterebbero da liberareMa l’IS, nonostante i raid americani, resta in espansione: secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (ONDUS), organo di propaganda dei ribelli, lo Stato islamico sarebbe entrato in possesso di tre caccia Mig, sottratti all’Aviazione siriana a Est di Aleppo.

In Tunisia, a meno di 10 giorni dalle Legislative del 26 ottobre, si susseguono i blitz di cellule integraliste, responsabili del reclutamento di giovani per la jihad in Libia e poi, da lì, in Medio Oriente: in Siria, tra le file dell’IS, è morto in battaglia anche l’ex calciatore della nazionale tunisina Nidhal Selmi.

Anche la Libia vive giornate molto critiche: a Bengasi, seconda città del Paese, è in corso un’offensiva dell’ex generale Khalifa Haftar contro i miliziani islamici di Ansar al Sharia che, nell’ultima giornata, avrebbe provocato «almeno 15 morti». Una notizia positiva è in compenso la liberazione, nelle Filippe, dei due ostaggi tedeschi dei guerriglieri islamici di Abu Sayyaf, affiliati dell’IS.  A una radio locale, i terroristi hanno raccontato di «aver ricevuto il riscatto». Per il rilascio del 73enne, rapito nell’aprile scorso con la moglie di 55 anni, erano stati chiesti 4,3 milioni di euro. Entro le 15 odierne, i guerriglieri avevano dato l’ultimatum, minacciando di uccidere uno dei due sequestrati: tra le indiscrezioni, si è parlato di una proroga del termine e di un’azione dell’Esercito filippino. Poi l’annuncio dei terroristi e la conferma della polizia di Manila della liberazione dei due ostaggi, «al sicuro in una base militare».

Sviluppi positivi sarebbero in arrivo anche, in Africa centrale, sul caso delle 219 liceali rapite, sei mesi fa, dalla setta islamista di Boko Haram nella città di Chibok. I vertici delle Forze armate nigeriane hanno annunciato un accordo per un cessate il fuoco con il gruppo terroristico, confermato anche dal Governo.

Il virus ebola non allenta la morsa nell’Africa occidentale, alimentando il panico nel mondo. Il dipendente di un ospedale americano entrato in contatto con «campioni potenzialmente contaminati da Ebola» è in stato di isolamento su una nave da crociera, nel timore che possa diffondere la malattia. Per combattere l’epidemia, la Gran Bretagna ha inviato in Sierra Leone una nave-ospedale della Marina, con tre elicotteri e 350 persone a bordo, tra i quali 80 tra medici e infermieri e 80 militari della Royal Marines. Mentre la Casa Bianca si appresta a nominare Ron Klain super-commissario per l’emergenza, il Segretario di Stato americano John Kerry ha chiesto uno «sforzo globale contro la piaga dell’ebola». Ma i soldi sono pochi. Il ‘New York Times‘ ha lanciato l’allarme di alcuni funzionari dell’ONU, di appena «100 mila dollari in contanti» (circa 78mila euro) a disposizione per delle Nazioni Unite per l’epidemia: una somma ben lontana dal miliardo di dollari necessario, a detta dello stesso Palazzo di Vetro, per far fronte all’ebola.

Oltreoceano, il Brasile la Presidente uscente Dilma Rousseff, del Partito dei Lavoratori, e lo sfidante conservatore Aecio Neves si fronteggiano nei dibattiti televisivi, in vista del ballottaggio del 26 ottobre. Pochi dettagli sui programmi, molte accuse velenose. L’ultimo faccia a faccia è stato talmente duro che, alla fine, Rousseff ha accusato un lieve mancamento. Nei sondaggi, i due candidati viaggiano testa a testa (Aecio 51% e Dilma 49%) e, nel clima incandescente, si temono nuove proteste popolari.

Pericolo molto alto anche in Venezuela: sia il Governo chavista sia il l’opposizione di destra per il 18 ottobre hanno convocato manifestazioni di piazza a Caracas, accusandosi a vicenda di responsabilità per l’aumento della violenza criminale nel Paese. 

In Asia, nuovi scontri sono esplosi nell’ex protettorato inglese di Hong Kong. I dimostranti di Occupy Central hanno cercato di riprendere con la forza il controllo di un sobborgo occupato, dopo il loro smantellamento forzato della Polizia. «Il Governo non è sincero sua proposta di dialogo», hanno denunciato la Federazione degli Studenti e il movimento Scholarism, che guidano la protesta.

 

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