sabato, Maggio 21

Ucraina: cresce la ‘voglia’ di NATO in Europa L’iniziativa del Cremlino ha contribuito ad avvicinare all’Alleanza diversi Paesi, tra cui Svezia, Finlandia e Kosovo, che nell’accesso alla membership vedono un modo per accrescere il proprio profilo internazionale o per mandare alla leadership russa un segnale chiaro sulla propria scelta di campo

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Lanciato nel tentativo di tenere Kiev fuori dall’orbita dell’Alleanza atlantica, l’intervento militare russo in Ucraina sembra avere ottenuto, nei fatti, il risulto opposto. In Ucraina, nelle scorse settimane, all’aumento della pressione russa ha corrisposto un costante aumento del numero di cittadini che, nei sondaggi, affermavano di guardare con favore all’entrata del Paese nella NATO. Fra i membri della stessa NATO, l’aggressione di Mosca ha rafforzato il senso di appartenenza e ha ridato valore di un’organizzazione che, negli scorsi anni, era stata al centro di numerose (e pesanti) critiche proprio riguardo alla sua utilità nel mondo del post-guerra fredda. In altre parti d’Europa, infine, l’iniziativa del Cremlino ha contribuito ad avvicinare all’Alleanza diversi Paesi, che nell’accesso alla membership vedono un modo per accrescere il proprio profilo internazionale o per mandare alla leadership russa un segnale chiaro sulla propria scelta di campo. Dalla Scandinavia ai Balcani, le ultime settimane sembrano avere portato a un aumento inatteso della ‘domanda di NATO’ da parte di quanti – per un motivo per l’altro – guardano con preoccupazione alle ambizioni ‘neo-imperiali’ di Mosca.

Gli Stati scandinavi in particolare collaborano con la NATO da tempo. Svezia e Finlandia partecipano del programma Partnership for Peace (PfP) sin dall’epoca sua attivazione, alla metà degli anni Novanta, e loro personale militare ha partecipato a diverse missioni dell’Alleanza. Truppe svedesi e finlandesi sono, inoltre, coinvolte da tempo nelle attività addestrative NATO e in questi giorni entrambi i Paesi si sono visti estendere possibilità di accesso ai suoi dati di intelligence. Nonostante le diverse valutazioni che i due Paesi danno dell’utilità del sistema di sicurezza collettiva e nonostante l’abbandono del modello della ‘neutralità scandinava’ appaia ancora lontano, i segnali di un avvicinamento fra Stoccolma, Helsinki e Bruxelles sono, quindi, diversi. In linea con un trend che interessa anche la Norvegia, negli ultimi dieci anni, le spese militari dei due Paesi scandinavi sono cresciute in maniera significativa, mentre sul fronte NATO, il rapporto finale del Gruppo di riflessione costituito nell’ambito del programma #NATO2030 individua esplicitamente lo sviluppo e l’eventuale rafforzamento della partnership con Svezia e Finlandia come un possibile modello per quelle in altre regioni.

Significativamente, entrambi i Paesi sono finti anch’essi al centro delle pressioni russe: una mossa che, tuttavia, potrebbe accelerare il processo di convergenza in atto più che rallentarlo. Questa ‘voglia di NATO’ non sembra, peraltro, appannaggio di Stati che intrattengono rapporti solidi con l’Alleanza. Negli scorsi giorni, infatti, il Parlamento kosovaro ha sollecitato il governo di Pristina ad avviare colloqui con Bruxelles per l’entrata del Paese nella NATO, oltre che nell’Unione europea, nel Consiglio d’Europa e nelle altre organizzazioni internazionali. A differenza del processo di convergenza che interessa Svezia e Finlandia, si tratta, in questo caso di una richiesta più che altro simbolica, specie se si considera come, sul territorio del Kosovo, la NATO sia ancora presente con i circa 4.000 uomini della KFOR, la missione di stabilizzazione schierata nel 1999, dopo il ritiro delle forze serbe dall’allora provincia secessionista. Essa offre, tuttavia, un segnale indicativo di come l’entrata nell’Alleanza atlantica continui a essere vista come una sorta di ‘sigillo di legittimazione’ di un percorso democratico compiuto e un segnale politico importante da inviare alla comunità internazionale.

I fatti degli ultimi giorni sembrano avere rafforzato questa idea. La scelta russa di ricorrere all’opzione militare per perseguire i proprio obiettivi in Ucraina ha indubbiamente aumentato la ‘domanda di NATO’ in Europa. D’altra parte, essa ha messo in luce anche la possibilità che lo scontro d’influenza oggi in atto con Mosca degradi in modo più o meno voluto verso il confronto armato: un’eventualità che – come è si è visto nelle scorse settimane – gli alleati europei intendono chiaramente evitare. Gli sviluppi futuri dipenderanno, in larga misura, dal modo in cui queste due forze troveranno la loro composizione. Senza dimenticare che una sovraestensione dell’Alleanza rischierebbe di intaccare il delicato equilibrio fra ‘produttori’ e ‘consumatori di sicurezza’ su cui la sua stabilità si basa. È, questa, una considerazione che vale per tutti i Paesi (anche se in modo diverso da caso a caso), ma che ha un peso maggiore per quelli il cui contributo alla difesa comune è minore e che pongono particolari problemi di ‘sensibilità politica’. È il caso, per esempio, della Georgia, la cui vicenda sembra esserepassata sottotraccia ma che, un domani, potrebbe diventare la nuova patata bollente dei vertici NATO.

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