giovedì, Maggio 19

Ucraina: Cina, mediatore (forse) no, facilitatore (forse) sì “Pechino mantiene un atteggiamento ‘on defense’, un atteggiamento ambiguo, ma non perché non sappia cosa vuole, ma perché vuole fare i propri interessi e, ovviamente, è molto cauta nel prendere concretamente una posizione a favore della Russia o dell’Occidente”. Intervista a Zeno Leoni (King’s Kollege of London)

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In Ucraina, “sono state le azioni della NATO guidata da Washington che hanno gradualmente portato” alla guerra. A dirlo è stato tre giorni fa il portavoce del Ministro degli Esteri cinese Zhao Lijian a detta del quale “ignorando le proprie responsabilità, gli Usa accusano invece Pechino della propria presa di posizione sulla vicenda e cercano margini di manovra nel tentativo di sopprimere la Cina e la Russia, per espandere la propria egemonia”. Gli Stati Uniti, inoltre, sarebbero rei di avere “in Ucraina 26 laboratori biologici con pericolosi virus”.

Pechino sembra alzare i toni e lo fa nel momento in cui l’avanzata militare russa in Ucraina procede, ma, forse, più lentamente di quanto il Cremlino ritenesse. L’ambiguità e la cautela cinesi, in fondo, restano e non a torto: pur avendo rifiutato di imporre sanzioni alla Russia e pur essendosi astenuta al voto sulla risoluzione ONU di condanna dell’offensiva, si propone di avere un ‘ruolo costruttivo’ nel tentativo di dare un colpo alla botte e uno al cerchio, senza, dunque, rinunciare alla speciale relazione (soprattutto energetica) con Mosca -“solida come la roccia”- ma non vogliono rovinare i rapporti con il resto del mondo.

Le sanzioni “non porteranno pace e sicurezza” – ha avvertito Zhao Lijian – “ma avranno la sola conseguenza di provocare gravi difficoltà all’economia e ai popoli dei Paesi interessati intensificando ulteriormente la divisione e il confronto”. Non casualmente, è la parola ‘stabilità’ uno dei capisaldi della visione internazionale di Pechino: grazie ad essa, il mondo può essere più pacifico, consentendo i commerci che, a loro volta, garantiscono prosperità all’economia globalizzata del Dragone e, quindi, anche la tenuta del regime di Pechino.

Occorre tenere presente che, seppur l’interscambio del 2021 tra Russia e Cina abbia raggiunto i 146,88 miliardi di dollari, l’economia russa, non costruisce uno dei primi 10 partner commerciali di Pechino, a differenza di UE e USA, con, rispettivamente, 828 miliardi e 756 miliardi di dollari di scambi. Dal 2014 a oggi, la relazione tra Russia e Cina è diventata sempre più asimmetrica con la prima più dipendente” dalla seconda. Ma oltre ad acquistare il 15% del suo petrolio e il 10% del gas dalla Russia, dalla stessa,  Pechino acquista anche il grano, di cui Kiev e Mosca sono tra i principali fornitori (l’anno scorso Pechino è divenuto il più grande importatore di orzo e di mais ucraini). L’aumento dei prezzi non aiuta, ma Pechino sembra aver già fatto dei passi prima dell’invasione: negli ultimi mesi del 2021, si registravano insoliti volumi di acquisto cinesi che avevano raggiunto «il 69% delle riserve mondiali di mais, il 60% di quelle di riso e il 51% di grano».

Il segretario al commercio Usa, Gina Raimondo, in un’intervista al New York Times, ha, però, messo in guardia le società cinesi: chi aiuta la Russia potrebbe subire azioni “devastanti”, specificando che Washington taglierebbe le compagnie colpevoli fuori dalla fornitura di apparecchiature e software americani di cui hanno bisogno per realizzare i loro prodotti, citando il colosso cinese dei semiconduttori Smic. Una due delle più grandi banche commerciali cinesi, Bank of China e Icbc, nelle scorse settimane hanno limitato i finanziamenti o gli acquisti di materie prime russe e la Asian Infrastructure Investment Bank, sostenuta dalla Cina, ha sospeso le sue attività relative alla Russia. 

La benzina in Cina è salita ai massimi da dieci anni, raggiungendo in media i 10.306 yuan (1.630 dollari) per tonnellata (+30% da inizio 2022). “I maggiori produttori cinesi di smartphone stanno tagliando le loro spedizioni in Russia a causa del crollo del rublo e delle sanzioni occidentali” – ha scritto il ‘Financial Times’ – “I tagli, guidati da Huawei e Xiaomi, mostrano che gli sforzi del presidente cinese Xi Jinping e del suo omologo Putin per costruire uno stretto rapporto personale non stanno proteggendo i gruppi cinesi dalle ricadute economiche della guerra. Le sanzioni stanno inoltre rendendo difficile per le aziende cinesi sfruttare le opportunità create dall’esodo di gruppi occidentali dalla Russia. Il calo di oltre il 35% del rublo rispetto al dollaro dopo l’invasione ha reso difficile per le aziende cinesi vendere i loro prodotti in Russia senza subire perdite”, perché dovrebbero far pagare ai clienti russi un prezzo in rubli molto più alto per compensare il tasso di cambio”.

Anche con Kiev, Pechino ha importanti relazioni commerciali. La Cosco Shipping Line cinese ha avuto ottimi rapporti con Odessa nel settore marittimo così come alla multinazionale Huawei e alla multinazionale cinese Zhongman Petroleum and Natural Gas Group. Altrettanto forte è il ruolo del gruppo di costruzione Sinomac.

Intanto la Società della Croce Rossa cinese, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, ha inviato un lotto di materiali per aiuti umanitari, inclusi cibo e necessità quotidiane, per un valore complessivo di cinque milioni di yuan (circa 723mila euro).

Ma basterà alla Cina per essere un credibile mediatore, ammesso che voglia farlo? A questa e ad altre domande ha risposto Zeno Leoni, affiliato al Lau China Institute e teaching fellow del Dipartimento Studi Difesa del King’s Kollege of London, oltre che autore del libro ‘American Grand Strategy from Obama to Trump: Imperialism after Bush and China’s Hegemonic Challenge’ (Palgrave Macmilian, 2021).

Dottor Leoni, in Ucraina, “sono state le azioni della NATO guidata da Washington che hanno gradualmente portato” alla guerra. A dirlo, il portavoce del Ministro degli Esteri cinese Zhao Lijian, che ha accusato – accodandosi alla Russia – anche gli Stati Uniti di avere “in Ucraina 26 laboratori biologici con pericolosi virus”. Come spiegare questo duro attacco cinese alla NATO e agli Stati Uniti? Sembra un cambio di registro rispetto a pochi giorni fa?

Nei giorni scorsi, c’è stato questo meeting tra Francia, Germania e Cina col quale l’Occidente sperava di convincere Pechino a fare qualcosa; gli americani che, negli ultimi mesi, hanno incontrato i cinesi per fermare Putin. Quello che va detto è che i cinesi non si alleano adesso con gli americani o l’Occidente perché c’è la guerra in Ucraina, quando il loro obiettivo strategico è la competizione, mandare via gli americani dall’Asia e ribaltare l’ordine liberale.

Un’eventuale ‘mediazione’, quindi, la Cina è disposta a farla, ma alle sue condizioni?

Esattamente. Non ci sarà un’alleanza anti-Russia come c’è stata sullo Xijang un’alleanza anti-Cina tra Canada, Europa e USA. Non funziona così, la Cina va da sola e non fa alleanze di questo tipo.

Puntare il dito contro le responsabilità della NATO e degli USA è il tentativo cinese di ‘velatamente’ giustificare la Russia e dire che nessuno è ‘senza peccato’?

Sì, magari c’è qualcosa dietro queste affermazioni che non sappiamo perché, in effetti, sembrano in dissonanza con quanto abbiamo letto negli ultimi giorni. Però, se guardiamo ad un periodo più lungo, quindi sulle ultime settimane, forse hanno una certa coerenza in quanto Pechino mantiene un atteggiamento ‘on defense’, un atteggiamento ambiguo, ma non perché non sappia cosa vuole, ma perché vuole fare i propri interessi e, ovviamente, è molto cauta nel prendere concretamente una posizione a favore della Russia o dell’Occidente. Secondo me, sta un po’ testando il campo.

Si sono sprecati titoli come ‘la Cina entra in campo’. In realtà, Pechino ha parlato di ‘ruolo costruttivo’. In questo senso, secondo Lei, è effettivamente entrata in campo? E, nel caso, avrebbe il ruolo di mediatore o, più semplicemente, di facilitatore?

Nella cultura strategica cinese, c’è questa idea di essere cauti, di non entrare nel conflitto o di entrare in diatribe se non c’è una chiara possibilità di vittoria o un tornaconto. Io penso che, probabilmente, l’idea di ‘facilitatore’ è, in questa fase, più realistica perché vogliono restare cauti.

In altre parole, nessun impegno o eccessiva esposizione, magari nelle retrovie?

Esatto. E questa è una costante che troviamo in tanti altri scenari, dal Myanmar all’Iran, passando per la Corea del Nord.

Ecco, cosa ci insegnano questi esempi sull’atteggiamento di Pechino? Attende, magari prende posizione, ma mai per prima?

Questo è un punto importante e spiega perché la Cina non entra a gamba tesa in questo conflitto: teme, infatti, di non essere in grado di risolverlo. Per Putin l’Ucraina è prioritaria, per la Cina non lo è: non potendo la Pechino telefonare a Mosca e, solo per questo, far cessare le ostilità, rischierebbe di fare anche una brutta figura. In questo senso, la Cina non è pronta per quel ruolo di leader globale che avevano gli Stati Uniti e non lo vuole al momento. Questa è la prima lezioni che impariamo. La seconda è che Pechino vuole la stabilità, ma il suo significato cambia a seconda dei contesti. Tuttavia, adesso, andare a gamba tesa contro Putin, appoggiare l’Europa, pur non volendo il conflitto in Ucraina, magari peggiora anche le cose, per il fatto che Putin non intende fermarsi. Quindi, in un certo senso, spesso, preferiscono sostenere il ‘cavallo vincente’: in Myanmar, non gli piacevano i militari del colpo di Stato, ma l’hanno dovuto sostenere perché erano il ‘cavallo vincente’; in Corea, succede un po’ lo stesso perché, per non avere gli americani al confine, devono sopportare Kim Jong Un. Ecco che c’è sempre un calcolo politico che prevale sull’interesse, anche economico, di breve termine. Senza contare che hanno bisogno della Russia nelle istituzioni internazionali.

La prima vera ‘rottura del silenzio’ di Pechino è avvenuta lunedì quando il Ministro degli Esteri cinese ha dichiarato: “Siamo pronti a mediare, ma l’alleanza con la Russia è solida come la roccia”. Perché il capo della diplomazia cinese ci ha tenuto a sottolineare la solidità delle relazioni russo-cinesi? Ed è effettivamente così? Pechino può permettersi di consolidare così fortemente le relazioni con la Russia?

In questa fase storica, è molto importante. Se il conflitto rimane dentro l’Ucraina, loro non ne avranno gran danno. Hanno bisogno della Russia come partner per sfidare l’egemonia americana e questa è una priorità. Ovviamente, non sarà una partnership destinata a durare per sempre  perché ci sono tanti punti di tensione: il militarismo, l’interventismo militare russo non piace molto alla Cina, però in questo momento è importante per Pechino mantenere il rapporto con Mosca.

La Cina, allora, deve, in un certo senso, ‘ingoiare il rospo’?

Certo. È quello che hanno fatto in Myanmar, in Corea del Nord e che, probabilmente, dovranno fare anche con Iran e Arabia Saudita perché non riusciranno a gestire a lungo quella tensione. E poi c’è anche il fatto che è vero che la Russia, invadendo, non rispetta la sovranità dell’Ucraina, sacra per Pechino, ma, allo stesso tempo, la Cina non interferisce nelle questione interne degli altri Paesi.

Lo affermano anche perché pretendono lo stesso dagli altri. Un successo militare russo sarebbe un bene o un male per Pechino?

Dipende se il conflitto dura poco o si prolunga: se diventa un pantano e magari va oltre i confini ucraini, non va bene; ma se Putin progressivamente vince il conflitto militare, i cinesi non avrebbero problemi.

Per la prima volta, durante il trilaterale con il Cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e il Presidente francese, Emmanuel Macron, Xi Jinping ha usato la locuzione ‘zhang luo’, ‘fiamme di guerra’. Anche nell’uso delle parole, sembra esserci stato un salto di qualità, con il primo riferimento alla ‘guerra’ che Pechino ha deplorato, quasi a sottolineare una presa di coscienza dei rischi di un conflitto?

È quello che li spaventa. Potrebbe essere una speculazione, però c’è stata una nave giapponese colpita da un missile, nel Mediterraneo ci sono le navi russe e NATO, se succedesse qualcosa lì e questo danneggiasse il commercio cinese verso l’Europa, a quel punto Pechino se la prenderebbe. Forse l’andamento delle ostilità sul campo sarà un buon metro per capire gli umori cinesi: quanto più Putin avrà il controllo militare, tanto meno loro si preoccuperanno.

Ieri, il portavoce del Ministero degli Esteri cinesi si è scagliato contro le sanzioni occidentali, che Pechino non ha imposto, dicendo che “non porteranno pace, ma provocheranno gravi difficoltà all’economia e ai popoli dei Paesi interessati”. Nei giorni scorsi, peraltro, sono stati riviste le proiezioni di crescita cinese per il 2022, senza contare che non è esclusa anche una crisi alimentare. Un’economia globalizzata come quella cinese non può non risentire dell’instabilità e questo preoccupa Pechino, visto che ne avrebbe contraccolpi dal punto di vista della tenuta interna?

Il problema non è solo che fuoriescono le ostilità, ma che fuoriescono problemi dal punto di vista economico. Non penso sia un problema di economia diretta tra Cina e Ucraina, non penso neanche sia un problema tra Cina e Russia perché, alla fine, se vuole, aggira le sanzioni e commercia con la Russia. Però teme il contraccolpo globale perché lo stop alla Russia avrà, nel breve termine, un colpo di coda che va al di là dell’Est Europa e dell’Ucraina, gravando sulle catene di approvvigionamento. Per i cinesi, come sappiamo, è importante solo fare affari, senza problemi o guerre.

Non a caso, secondo il Direttore della CIA, Bill Burns, il leader cinese teme “un danno di immagine per la Cina essendo associata alla brutalità dell’aggressione di Mosca”, ma anche le “conseguenze economiche in un momento in cui i tassi di crescita dell’economia in Cina sono i più bassi degli ultimi 30 anni”.

È vero che, essendo gli Stati Uniti minacciati direttamente dalla Russia, il loro nemico è la Cina. La situazione è in evoluzione, le strade che può percorrere Pechino sono diverse, ma ognuna ha i suoi pro e contro. La Cina sa esattamente cosa vuole, ma, nello specifico, prova ad osservare come procede il conflitto.

“Molto probabilmente, la Cina sosterrà la Russia finanziariamente e attraverso il commercio nella misura in cui le sanzioni occidentali lo consentano”, ha scritto Mark Williams, capo economista per l’Asia presso la società di ricerca Capital Economics, in un rapporto di febbraio. Molti criticano le sanzioni perché sarebbero inefficaci visto che la Russia ha, dalla sua parte, la Cina che, sebbene non completamente, potrebbe sopperire a quanto viene tolto dall’Occidente, magari acquistando più energia. È una semplificazione?

Sì, nel senso che la Cina ha già un mega-contratto di gas con la Russia a 30 anni. Ne può comprare un po’ di più come hanno già iniziato a comprare più grano ed altre materie prime, ma non credo possa essere la soluzione ai problemi che la Russia avrà dalle sanzioni e non credo neanche possa essere la chiave di salvezza di questa relazione fra Cina e Russia. Penso che il discorso sia più politico.

È, però, vero che c’è una forte asimmetria nel rapporto commerciale tra Russia e Cina che, oltre al gas, cosa comprende?

Con la Russia, così come con l’Argentina o alcuni Paesi africani, è molto intenso lo scambio nel settore alimentare. Tendendo però la Cina a diversificare, penso siano più il gas e l’appoggio politico ad interessargli.

Secondo Bloomberg, la Cina starebbe rivalutando i suoi investimenti in società energetiche e delle materie prime russe, tra cui il gigante del gas Gazprom e il produttore di alluminio Rusal. Lei che ne pensa?

Solo nella misura in cui le sanzioni fossero un problema per le aziende che investono lì. Ma non per una ragione politico-ideologica.

“Supponendo che il collasso della Russia non sia imminente, la Cina userà il crescente isolamento della Russia per trasformare Mosca in un satellite petrolchimico, approfittando delle sanzioni occidentali per garantire i flussi di energia russa a tempo indeterminato. A sua volta, la Cina spera che la Russia, umiliata o incoraggiata dalla sua avventura in Ucraina – con o senza Putin al timone – occuperà l’attenzione dell’Occidente mentre Pechino si accaparra i possedimenti più preziosi del Pacifico ed estende i suoi legami economici e diplomatici in Medio Oriente, Africa ed Europa orientale. Lungi dall’accettare un’azione russa indipendente, la Cina conta sul fallimento russo per accelerare la soddisfazione del suo appetito sconfinato”, si legge in un editoriale sul Wall Street Journal. La Cina potrebbe avere veramente interesse a vedere indebolita la Russia?

Mi sembra un non-senso. La Cina non è una grande potenza, forse lo sarà, ma ancora non lo è. Gli unici che sono riusciti a ridicolizzare la Russia, ma solo nei dieci anni successivi alla fine della Guerra Fredda, sono stati gli Stati Uniti. La Russia non si fa mettere i piedi in testa dalla Cina a meno che non si arrivi ad un colpo di Stato che manda via Putin e si ritorna agli anni di Eltsin. La Cina i soldi li ha, già compra il gas dalla Russia che glielo vende, perché rendere Mosca ‘vassallo’?

Il FMI ha reso noto che il default della Russia “non è più da escludere”. Se accadesse, per Pechino sarebbe un problema?

La Cina potrebbe comprare il debito russo, ma è chiaro che una cosa del genere potrebbe far innervosire Putin perché non c’è riuscito il capitalismo occidentale a penetrare in Russia fino in fondo, adesso ci riescono i cinesi? Diciamo che gli Stati, soprattutto la Russia, sono molti attenti a proteggersi dalle interferenze straniere di ogni tipo. Inoltre, la Russia è preoccupata dal fatto che i cinesi hanno quasi colonizzato Vladivostok, l’area verso la Siberia. Tra gli Stati non funziona così. Nessuno Stato può convincere un altro a fare delle cose, è molto più complesso.

Anche perché ogni Stato ha le sue strategie e i suoi obiettivi. Pechino punta su altro. Altra semplificazione di moda in questi giorni è: ‘La Russia si è presa l’Ucraina, la Cina si prende Taiwan’. Due giorni fa, nel bilaterale tra i ministri degli Esteri cinese e americano, il primo ha sottolineato che Taiwan non è l’Ucraina. La questione di Taiwan ha effettivamente qualche attinenza con l’Ucraina? La Cina, abituata a fare i passi secondo la gamba, potrebbe pensare di fare quello che ha fatto la Russia?

Secondo i cinesi, Taiwan è parte della Cina mentre l’Ucraina non è parte della Russia. Ma penso non siano paragonabili, nonostante comprenda le preoccupazioni dei taiwanesi, perché Taiwan è un contesto molto difficile per questioni strategiche: è un’isola, bisognerebbe far entrare le truppe da pochi punti di accesso sul mare, è una realtà fortemente urbanizzata – come dimostra l’Ucraina, può essere un problema – è uno Stato che ha un gran numero di riserve militari. Per questi motivi, mi sembra molto difficile. In più, a differenza dell’Ucraina, a livello diplomatico, Taiwan ha un patto di difesa con gli Stati Uniti, il Taiwan Relations Act: ovviamente, gli Stati Uniti, nel caso scoppiasse una guerra, comunque qualche cautela dovrebbero averla, ma, tutto considerato, Taiwan è in una posizione molto migliore rispetto a quella dell’Ucraina. Mi preme sottolineare che abbiamo il vizio di considerare tutto quello che è al di fuori dell’Occidente, in questo caso Cina e Russia, come la stessa cosa, ma sbagliano, dal punto di vista strategico, perché se sbagliamo le diagnosi, sbagliamo anche le soluzioni. Quindi, lo trovo un paragone estremamente superficiale.

Ha ragione da vendere. Cosa rischia la Cina se la mediazione, o facilitazione che dir si voglia, fallisse?

Se va molto male, potrebbe rovinarsi la speciale relazione con la Russia, ma non lo credo. Se la Cina si impegnasse in questa storia, ma non riuscisse, quello che ne emergerebbe sarebbe che la sua influenza è relegata alle piccole potenze, soprattutto nella sua regione. Sarebbe un problema di immagine.

In ballo, per la Cina, potrebbe esserci anche un deterioramento della già complicata relazione con gli Stati Uniti?

Se la mediazione riuscisse, sarebbe un colpo per gli Stati Uniti. Essendoci un vuoto di potere, risulterebbe che la Cina è lo Stato in cui confidare in tempi di crisi, posto che un tempo ricoprivano gli Stati Uniti. C’è un vuoto egemonico che la Cina, potenzialmente, potrebbe riempire, ma non è chiaro se voglia riempirlo. Sulla relazione con gli Stati Uniti, sembra che Washington speri in una mediazione cinese, ma penso che Pechino rischi di più se si mettesse dalla parte della Russia. Quello sarebbe peggio. Se la Cina fa vedere che coopera con l’Occidente, secondo me, questo potrebbe riammorbidire i rapporti, soprattutto dopo gli ultimi due anni.

Oggi, però, la Segretaria al Commercio Gina Raimondo USA ha messo in guardia Pechino: “Se non rispettano le sanzioni, pagheranno prezzo alto”. Da una parte, gli Stati Uniti paiono utilizzare la prospettiva di ritorsioni -magari economiche- come deterrente contro eventuali tentativi di aggirare le sanzioni, ma, dall’altra, quale strumento di pressione su Pechino. Lei che ne pensa?

Stati Uniti e Cina sono in una competizione strutturale, con problemi profondi. Questo tipo di dichiarazioni le vedremo per tanti anni. Non c’è da sorprendersi. Gli Stati Uniti provano a prendere due piccioni con una fava, anche per indebolire e dividere quel fronte.

Gli Stati Uniti rivedranno le proprie priorità e, una volta per tutte, chiarirsi le idee su quale è il rivale strategico?

Interessante domanda. È possibile pensare un rappeasement tra USA e Russia? In effetti, sia Obama che Trump, in modi diversi, hanno provato a farlo perché c’è la consapevolezza che la sfida per l’America è la Cina non la Russia. E gli ultimi eventi non cambiano questa idea. Per l’America il ‘pivot to Asia’ rimane fondamentale e l’Ucraina, in fondo, non conta poi tanto. Lo stesso Obama era convinto che era inutile preoccuparsi troppo per l’Ucraina in quanto sarà sempre sotto l’influenza russa. Ma, nel Pentagono, per esempio, c’è ancora una mentalità da Guerra Fredda. Così come nel Regno Unito. E poi c’è il fatto che spesso gli Stati Uniti vengono trascinati dai Paesi alleati più al confine con la Russia. In questo senso, non credo ci sarà un ripensamento delle priorità USA. La Russia non è una minaccia diretta per gli Stati Uniti.

Il Direttore della CIA Burns ha anche sottolineato che “Il Presidente Xi è probabilmente un po’ turbato dall’osservare il modo in cui il presidente Putin ha avvicinato gli americani e gli europei e ha rafforzato l’alleanza transatlantica in modi che sarebbe stato un po’ difficile da immaginare prima dell’inizio dell’invasione”. Questa crisi potrebbe intaccare o rafforzare i rapporti tra l’Europa e la Cina?

Potrebbero rafforzarsi, ma dipende dall’atteggiamento della Cina in questa crisi. L’ultimo capitolo delle relazioni tra l’Unione Europea era stato il CAI, poi bloccato sull’onda dell’indignazione per lo Xijang. Adesso c’è questa crisi e il fronte transatlantico, ma non è detto cosa avverrà in futuro. Quando si parla di Cina, i diversi Paesi sono molto divisi. Questo indebolisce il tentativo americano di bloccare l’avanzata dell’influenza cinese in Europa. La Cina è di fronte ad un bivio: continuare a sostenere la Russia, anche se mi fa arrabbiare, in cambio del loro aiuto? Oppure, magari, né approfitto per mostrarmi ‘Grande Potenza responsabile’, come chiedono gli americani, e, magari, ammorbidisco le tensioni con gli Stati europei che, poi, diminuiscono gli screening sui miei investimenti? E qui ci sono diverse opportunità, ma anche molti pro e contro. Io penso che questo è il dilemma cinese e che, forse, neanche sceglieranno, cercando di dare un colpo al cerchio e una alla botte.

Peraltro, nel 2017, Kiev aveva aderito alla nuova Via della Seta. L’Est Europa è divenuta, soprattutto negli ultimi anni, molto importante anche per la penetrazione del progetto delle Vie della Seta cinesi in Europa. Questa guerra rischia di incidere su quel progetto, di indebolirlo?

Su quel progetto, 16+1, in verità, Pechino ha investito pochissimo, contrariamente alle aspettative. Questo vuol dire che la guerra non minaccia quegli investimenti nel breve periodo, ma bisogna capire quanto durerà questa paralisi. Se durasse più a lungo, è ovvio che inciderebbe anche sulle Vie della Seta. La domanda naturale è perché questi Paesi tengono tanto alla Cina nonostante Pechino abbia investito così poco? La risposta, probabilmente, è che si aspettano dei guadagni più sostanziali nel lungo periodo.

Più nello specifico, oltre le Vie della Seta, quali sono i rapporti economici tra la Cina e l’Ucraina?

Per l’Ucraina, la Cina è il primo partner. Pechino ha interessi modesti, anche se in crescita molto rapida che, però, rispecchia molto la dinamica degli investimenti cinesi in Europa.

Un esempio è sicuramente l’Ungheria. Ma cosa potrebbe chiedere Pechino all’Occidente in cambio di questa ‘facilitazione’? Chi pagherà il conto?

È una bellissima domanda. Ci potrebbero essere accordi dietro le quinte con questo o quell’altro Stato. A livello più strategico, la Cina chiederebbe delle regole più morbide sugli standard internazionali perché, alla fine, la strategia cinese è quella di rimodellare le regole dei regimi internazionali nelle Nazioni Unite o nel WTO in modo più favorevole alla propria società visto che quelle esistenti sono state create dagli Stati Uniti nel Secondo Dopoguerra, ma a loro vantaggio. Questa potrebbe essere la merce di scambio.

Il Presidente ucraino Zelensky si è detto pronto a discutere sul Donbass e sulla Crimea, anche se, ad Antalya,  le divergenze tra le due parti sono rimaste importanti. Cosa potrebbe proporre la Cina alle due parti come compromesso In grado di bilanciare le due richieste contrapposte?

L’Ucraina è una priorità per Putin. Ma non è una crisi che si risolve a livello economico. La Cina potrebbe accettare un compromesso – ma questo dipende dalla vittoria sul campo – che sarebbe quello di spaccare l’Ucraina in due realtà, una più filo-occidentale, un’altra controllata più o meno direttamente dalla Russia. In questi negoziati, bisogna vedere chi ha la forza di imporsi: se ci fosse una vittoria abbastanza netta della Russia, la Cina non avrebbe problemi a trovare un compromesso di quel tipo. Se ci fosse un pantano, la Cina accetterebbe probabilmente di sostenere un governo più o meno fantoccio che accontenti un po’ tutti.

Il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha evidenziato che “la diplomazia cinese ha strumenti sufficienti per fare la differenza e contiamo che sia già coinvolta”. Perché, finora, solo l’Ucraina ha invocato la mediazione cinese, mentre la Russia se n’è guardata bene?

Forse perché la Russia ritiene di avere il coltello dalla parte del manico, nonostante i morti. Avendo visto che la NATO non interviene, forse le prova tutte per cercare un compromesso.

La Cina, che si è rifiutata di imporre sanzioni e si è astenuta sulla risoluzione di condanna ONU, è tanto imparziale da essere credibile quale mediatore?

Al di là dell’ambiguità della Cina, non credo sia imparziale, sebbene sia preoccupata per il concetto di sovranità, ma un po’ più spostata a favore della Russia. Tuttavia, a questo punto, penso, a livello di potenze, sia quello più imparziale, sicuramente più di Europa, NATO e Stati Uniti.

Che, come sappiamo, oltre alle sanzioni, stanno attivamente inviando armi alla resistenza.

Esatto. L’ambiguità della Cina, probabilmente, le consentirà, al momento giusto, di presentarsi come l’attore imparziale.

Potrebbe essere la prima volta che la Cina gioca esplicitamente il ruolo di mediatore. La scarsa conoscenza di questo tipo di conflitti rischia di penalizzarla?

Non avranno una conoscenza approfondita di quelle questioni. Penso non sia un fatto di mancanza di esperienza, ma quanto piuttosto attendere il momento giusto per entrare nella questione. L’andamento del conflitto e chi sarà il vincitore determinerà chi avrà maggiore forza al tavolo negoziale e con chi la Cina deve dialogare o sostenere di più.

La questione è fino a che punto la Cina porterà ‘pazienza’. Se il conflitto dovesse prolungarsi, costretta a scegliere tra la stabilità (politica ed economica) globale, tanto importante anche per la tenuta del regime cinese, e Putin (magari non la Russia, dato che non si può identificare il Paese con il suo leader), Pechino chi butta giù dalla torre?

La Cina sarà sempre più impaziente con Putin in maniera direttamente proporzionale alla durata del conflitto. Un’opzione, visto che ha un grande potere economico, potrebbe essere quella di corrompere alcuni degli oligarchi per fare terra bruciata intorno a Putin, se dovesse essere necessario. Non è che la Cina può andare lì a fare il colpo di Stato, è molto delicata la cosa, anche perché questo minerebbe il loro interesse alla stabilità: oltre al pantano ucraino, si aggiungerebbe la destabilizzazione della Russia.

Quali sono i rapporti tra, da una parte, l’oligarchia e l’establishment militari russi e, dall’altra, gli ‘omologhi’ cinesi?

Negli ultimi anni ci sono state delle ‘esercitazioni’ molto imponenti, c’è molta cooperazione, ma, detto questo, la Cina, già non si allea formalmente a livello diplomatico, figuriamoci a livello militare. Per quanto riguarda l’oligarchia, credo che la Cina avrebbe la possibilità di dare opportunità di investimento.

La Cina ha annunciato l’invio di aiuti per 5 milioni di yuan (l’equivalente di circa 702 milioni di euro), tra generi alimentari e generi di prima necessità, ‘su richiesta della parte ucraina la Croce rossa cinese’. Sembra un modo per sottolineare la differenza rispetto all’Occidente che invia anche armi?

La Cina ha il concetto di ‘armonia’ nelle relazioni internazionali: lo abbiamo visto anche nel corso della pandemia. È il loro modo di fare soft-power.

C’è chi sostiene che la Cina fosse stata informata dell’invasione in Ucraina dalla Russia, il che sarebbe testimoniato dall’inizio del l’offensiva dopo la fine delle Olimpiadi di Pechino. Oggi, il Direttore della CIA, Bill Burns, ha dichiarato in audizione che Xi Jinping sia rimasto turbato dall’operazione russa in quanto non avvisato dai suoi servizi segreti.

Putin ha tenuto per settimane, ma nessuno può sapere quando sarebbe accaduto. La trovo una speculazione, non penso che siamo a quel livello di relazione per cui Putin informa Pechino quando dà il via ad un’invasione.

Molti dicono che questa invasione dell’Ucraina ha accelerato il mondo internazionale, squarciando il velo sulla vera competizione di questo secolo, quella tra Democrazia e Autocrazia, una sorta di nuova cortina di ferro. Qual’è la sua opinione a riguardo? 

Anche questa mi sembra una semplificazione. La competizione non è sul piano politico. Rischiamo di fare di tutta un’erba un fascio. Anche l’Occidente si sta spaccando. Noi stiamo andando verso una fase di ‘decoupling’, ma non sarà totale: avverrà in alcuni settori, ma non come nella Guerra Fredda.

Siamo nel dis-ordine internazionale?

Certo. Si parla di era post-americana, ma anche di era post-occidentale viste le divisioni tra Europa e Stati Uniti. Quindi, verso la frammentazione. La Cina, invece, non vuole colmare il vuoto di potere e lo vediamo nel Golfo. Stanno costruendo una marina globale, ma non sono ancora pronti.

Dopo il flop odierno dei colloqui di Antalya in Turchia tra i Ministri degli Esteri russo e ucraino, un intervento cinese è ancor più inevitabile?

Sì, nel senso che tanto più dura lo stallo militare tanto più i ‘panchinari’ diventano l’unica carta.

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