giovedì, 2 Febbraio
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Ucraina: Biden e l’incubo delle elezioni di midterm

L’invasione russa dell’Ucraina lanca una sfida importante alla Casa Bianca. Nelle scorse settimane, il Presidente Biden ha assunto sulla questione una posizione molto rigida, sostenuta dal Congresso in modo largamente bipartisan. Anche se l’amministrazione non si è mai davvero sbilanciata riguardo all’ammissione di Kiev nella NATO, la necessità di difendere la sovranità del Paese è stata più volte evidenziata, così come è stato più volte sottolineato come un’aggressione da parte di Mosca avrebbe comportato dure reazioni da parte di Washington. Già nelle prime ore dopo l’inizio delle operazioni militari, il Presidente ha annunciato l’introduzione di nuove sanzioni. Le misure annunciate dal Presidente limitano le esportazioni di prodotti statunitensi in Russia (in particolare chip, semiconduttori e altre tecnologie per la difesa, l’aerospace e altri settori critici) e colpiscono il sistema bancario russo, congelando gli assetti le banche russe dei vertici politici del Paese, congelando tutti i beni russi presenti sul territorio statunitense. Biden ha, inoltre, annunciato il dispiegamento di nuove forze in Germania e anticipato lo svolgimento di un vertice della NATO per valutare eventuali altre iniziative.

La posizione dell’opinione pubblica statunitense, tuttavia, non appare altrettanto chiara. Nelle settimane passate, diversi sondaggi hanno messo in luce come il sostegno alla linea del Presidente non sia particolarmente solido e come solo una minima parte dei cittadini statunitensi ritenga che il Paese debba giocare un ruolo rilevante nella vicenda. In un sondaggio CBS News/YouGov condotto alla metà di febbraio, per esempio, il 53% degli intervistati ha dichiarato che gli Stati Uniti dovrebbero tenersi fuori dalla vicenda, senza schierarsi né con la Russia, né con l’Ucraina; il 43% si è espresso a favore di Kiev e il 4% a favore di Mosca. Agli inizi dello stesso mese, un sondaggio Yahoo News/YouGov aveva fornito grossomodo gli stessi risultati, con i valori attestati rispettivamente al 49, 46 e 5%. Negli ultimi giorni, in un sondaggio AP/NORC, solo il 26% degli intervistati si è espresso a favore di un major role statunitense nel conflitto a fronte del 52% di favorevoli a un minor rolee del 20% di contrari ai qualsiasi coinvolgimento. Si tratta di indicazioni significative rispetto agli umori dell’elettorato e non potranno non avere ricadute sul modo in cui la Casa Bianca riuscirà a gestire la crisi.

Secondo i dati disponibili, infatti, il tasso di gradimento dell’azione presidenziale sembra continuare a deteriorarsi. Dal 1° gennaio 2022, l’indice aggregato del sito FiveThirtyEight è sceso ulteriormente rispetto allo scorso anno, passando dal 43,3 al 42,1%. Con la sola eccezione di Donald Trump (39,1%), a 400 giorni dall’insediamento, è la performance peggiore da quando sono disponibili le rilevazioni (presidenza Truman: 1945-53). Con l’avvicinarsi delle elezioni di midterm (in programma il prossimo 8 novembre), non è un buon segnale. Sebbene il voto di metà mandato tenda comunque a punire il partito che esprime l’inquilino della Casa Bianca, l’esperienza delle passate elezioni sembra evidenziare una correlazione diretta fra il grado di popolarità del Presidente e il numero dei seggi persi in Congresso. Inoltre, nei sondaggi sugli orientamenti di voto, il Partito repubblicano appare già in netto vantaggio, con il dato aggregato (sempre secondoFiveThirtyEight) attestato intorno al 45% contro il 42,5% del Partito democratico. Il 1° aprile 2021 (primo dato disponibile), le posizioni erano praticamente invertite, con i repubblicani al 40,6% e i democratici al 44,9%.

Con questi presupposti, i margini di manovra della Casa Bianca sono piuttosto limitati. Sebbene l’opinione pubblica appaia favorevole all’adozione di sanzioni contro Mosca, i dubbi sull’efficacia di questo strumento non mancano. Con l’inflazione in aumento e la ripresa economica che mostra segni di rallentamento, la leva delle sanzioni potrebbe, inoltre, avere ricadute negative importanti sugli stessi Stati Uniti. L’aumento dei prezzi dell’energia registrato nelle scorse settimane è una prima avvisaglia di ciò che potrebbe accadere nonostante la disponibilità dell’amministrazione a immettere sul mercato parte della riserva strategica nazionale e rischia diimpattare su numerosi settori, influendo su una dinamica dei prezzi già ‘calda’. Considerazioni simili valgono per diverse altre commodities (platino, palladio, nichel, alluminio, uranio) e prodotti agricoli (frumento, segale, orzo e altri cereali). L’interrogativo è quanto queste dinamiche potranno influire, nelle prossime settimane, sulla posizione dell’elettorato; elettorato che, se non è certamente disposto a morire per Kiev, potrebbe anche cambiare idea in materia di sanzioni nel caso in cui, alla fine, il loro prezzo dovesse risultare troppo alto.

Gianluca Pastori
Gianluca Pastori
Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, International History e Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali. Collabora con vari enti di ricerca e formazione pubblici e privati, fra cui l’ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, dove è Associate Research Fellow per il programma Relazioni Transatlantiche. Fra i suoi ultimi saggi: The Atlantic Alliance, NATO, and the Post-Arab Springs Mediterranean. The Quest for a New Strategic Relevance (2021); Una distensione mancata? L’amministrazione Trump e il nodo dei rapporti con la Russia (2021); Il dilemma del multilateralismo. Washington e il mondo, fra impegno collettivo e “America first” (2019).
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