lunedì, Aprile 19

Ucraina, arrivano gli americani?

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Mentre il parlamento ucraino ha approvato un progetto di legge per aumentare fino a 250.000 il numero dei militari del Paese, impegnate da quasi un anno nel conflitto nel Donbass contro i separatisti filorussi, è arrivata dal portavoce del ministero degli Esteri russo, Aleksander Lukashevich, la notizia che circa 300 paracadutisti americani «della 173esima brigata aerotrasportata Usa di base in Italia dovrebbero essere trasferiti in questi giorni nel poligono di Iavoriv, nella regione di Leopoli», in Ucraina occidentale. Il rischio a cui si potrebbe incorrere con queste decisioni è che i separatisti avvertano una pressione militare tale da ritrasformare l’ambita tregua in ennesimi episodi di violenza provvisoriamente sedati. Non si tratta solo di uomini ‘a terra’ ma di navi Nato arrivate nel Mar Nero, una mossa letta dalla Russia come «un segnale allarmante e un’idea provocatoria» che non favorisce il processo di pace in Ucraina, commenta il portavoce russo. In seguito alle chiose della Russia il capo ufficio stampa del ministero della Difesa ucraino nella regione di Leopoli, Oleksandr Poroniuk, ha subito definito falso quanto dichiarato dal rappresentante del governo di Mosca rispetto alla presenza di nuovi 300 paracadutisti americani nell’ovest del Paese.

Nel Donbass, la regione interessata dai movimenti separatisti, si concretizza la decisione di Kiev di creare vere e proprie amministrazioni ‘militari – civili’. Nelle regioni sudorientali di Donetsk e Lugansk è infatti prevista la partecipazione di militari nel governo di questi enti provvisori. A inizio febbraio il parlamento ha approvato una legge per la formazione di questi enti ibridi e oggi il presidente ucraino Petro Poroshenko le ha istituite con un suo decreto.

«Il rigoroso rispetto degli accordi di Minsk apre la strada a una soluzione complessiva del conflitto in Ucraina, a un dialogo diretto fra Kiev e le milizie dell’est dell’Ucraina», ha oggi inoltre dichiarato il presidente russo Vladimir Putin dopo aver incontrato a Mosca il premier italiano Matteo Renzi con il quale, nonostante le sanzioni di UE e USA, ha confermato il rapporto di profonda collaborazione economica definendolo «utile e tempestivo». Renzi ha discusso con Putin anche delle prospettive per una soluzione politica e diplomatica al conflitto ucraino: «La situazione in Ucraina rimane complicata, ma non ci sono più combattimenti e non si uccidono persone», ha dichiarato Putin.

Se da una parte proseguono le trattative per ripristinare l’ordine e assopire gli istinti bellici nell’est Europa, dall’altra la Russia ha dato oggi il via alla fornitura dei sistemi missilistici per la difese aerea Antey-2500 all’Egitto. Si tratta di un sistema di missili anti balistici designato ad avere corto e medio raggio e quindi sia in difesa che in attacco.

Dopo aver risollevato le sorti ucraine con Minsk2, l’obiettivo libico si pone come prioritario sul tavolo internazionale. Si è svolta stamane nella città marocchina di Rabat un incontro chiave per formare un governo di unità nazionale in Libia.I rappresentanti delle tribù, del governo ‘internazionalmente riconosciuto’ di Tobruk e esponenti dei ribelli di Tripoli hanno infatti deciso di assicurare una tregua della durata di 3 giorni per garantire all’Onu di poter costruire i negoziati in vista di una pace più lunga. Jet militari inviati dal governo con sede a Tobruk, hanno eseguito alcuni raid sull’aeroporto di Tripoli, a poche ore dal nuovo round del dialogo per la riconciliazione nazionale. Altri format di dialogo verranno intanto successivamente istituiti e realizzati a Bruxelles e in Algeria. I protagonisti dell’incontro hanno inoltre designato il Cairo come prossimo importante arbitro della questione avendo anch’esso un ruolo decisivo nella trattativa.

Oltre alla frantumata situazione politica interna libica, successiva alla deposizione del regime di Gheddafi, si è da poco aggiunta la problematica dei miliziani dell’Isis che hanno conquistato alcune parti dell’est del Paese ritirandosi inspiegabilmente da altre, come due dei tre campi petroliferi conquistati l’altro ieri, quello di Bahi e quello di Dahra. La coalizione internazionale, principale antagonista dei figli di al-Baghdadi, prosegue con la sua offensiva. A tal proposito si è espresso oggi il premier turco, Ahmeyt Davutoglu sostenendo che Ankara non parteciperà direttamente allo scontro con l’Isis a Mosul ma l’appoggerà. Nei giorni scorsi il governo turco ha inviato due aerei cargo con materiale militare a Baghdad dopo i colloqui ieri a Baghdad con il collega iracheno, Khaled al-Obeidi e il ministro della difesa turco, Ismet Yilmaz. Quest’ultimo ha detto che Ankara è «al fianco dell’Iraq nell’operazione a Mosul». «Siamo pronti a dare ogni tipo di assistenza logistica e di intelligence all’Iraq nella lotta contro il terrorismo», ha aggiunto.

Lo Yemen, che ha visto i ribelli sciiti dell’imam Abdel Malik al Houthi assalire la sede del dialogo nazionale a Sana’a continua a veder vacillare la sicurezza interna. L’attacco è stato lanciato dopo che l’inviato dell’Onu, Jamal Bin Omar, ha criticato il gruppo sciita per il fatto che non rispetta le sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il segretario di Stato americano John Kerry è intanto in Arabia Saudita per i colloqui con i paesi del Golfo sull’accordo sul nucleare iraniano, l’instabilità in Yemen, oltre a terrorismo e Isis. Il punto di vista americano appare dal suo portavoce piuttosto chiaro: «un accordo con gli iraniani non permetterà a Teheran di avere l’arma nucleare».

Dall’est dell’Asia arrivano anche gli aggiornamenti sull’ambasciatore americano in Corea del Sud Mark Lippert, aggredito ieri a Seul da un nazionalista coreano armato con un coltello da frutta. Mentre la Corea del Nord esulta definendo l’accaduto «la giusta punizione per gli Stati Uniti guerrafondai», l’aggressore è stato arrestato e il diplomatico suturato con bel 80 punti. Nessuna intimidazione reale se non una volontà della diplomazia americana di «riprendere il progetto per rafforzare l’alleanza tra Coreadel Sud e Stati Uniti al più presto».

Dall’Africa sospiri di sollievo per l’ultimo caso liberiano di ebola, dimesso quest’oggi. A una settimana di nessun nuovo contagio in Liberia non si può ancora parlare di epidemia terminata, bisognerà aspettare che siano completamente terminati i contagi anche in Sierra Leone e Guinea. «Consideriamo questi tre Paesi come uno solo, quindi se è una buona notizia che in Liberia non vi siano più casi, le popolazioni sono così mobili in questa regione che ci potrebbe essere facilmente una reimportazione del contagio. Dobbiamo arrivare a zero  nei tre Paesi prima di considerare la malattia sconfitta», spiega il portavoce dell’Oms, Gregory Harti.

Primi segni di svolta e grande sensibilità nei confronti dei diritti sule donne sono arrivati dall’Afghanistan dove oggi a Kabul – sulla scia della protesta degli uomini in minigonna contro la violenza sulle donne in Turchia – hanno sfilato poche decine de ragazzi con indosso il tradizionale burqa e intonando slogan a sostegno dei diritti delle loro madri, sorelle e amiche.

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