martedì, Maggio 17

Ucraina: armi nucleari e intelligenza artificiale Si materializzano non già fantasmi, ma concrete opzioni di cui si sente con irragionevole razionalità parlare durante questa guerra asimmetrica

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Riflettere in questi giorni e prime due settimane di invasione militare della Russia all’Ucraina con tutti i risvolti contraddizioni e contrasti maturati in anni in cui nessuno pensava si sarebbe arrivati a tanto, obbliga a tenere una barra tremolante la più dritta possibile. Quanto più le bombe ed i missili assolvono al compito per cui le armi vengono prodotte, ovvero infliggere morte e distruzione con la migliore precisione possibile, tanto più è necessario provare a pensare e ragionare. Comincio questa riflessione con il ricordare che il genere umano del pianeta Terra ha cambiato il corso della sua traiettoria evolutiva un giorno preciso di 77 anni fa. Da allora in poi nulla fu più come prima e tutto sarebbe stato diverso dal passato del genere umano. Il giorno è stato il 6 agosto 1945 e che cosa successe quel giorno da cambiare irreversibilmente la storia della specie umana? Accadde che gli Stati Uniti sganciarono due bombe nucleari nelle città di Hiroshima e Nagasaki in Giappone che contribuirono, è paradossale lo so, a far terminare un conflitto che avrebbe registrato ancora più morti.

Da allora e fino ad oggi i popoli, o meglio i governi del mondo hanno provveduto ad investire centinaia di miliardi di dollari in un arsenale missilistico che oggi vanta qualcosa come 13 mila (!!!) testate nucleari. Ognuna delle quali è più potente di quelle sganciate sul Giappone. Beh non proprio tutto il mondo, appena 9 nazioni, gli Usa con forse 6.500 ordigni nucleari e la Russia con poco meno, 5.500. E poi c’è Israele, il Pakistan, l’India e qualche altro. Le spese in armamenti sono l’unica voce in bilancio che, recessione o meno, Covid e quant’altro, continua a crescere nel budget di ogni Paese. Insomma le armi danno lavoro a molti! Pochi giorni fa, difatti, il Ministro della difesa renziano restato nel Pd per condizionarlo dall’interno ha esplicitamente affermato che dobbiamo aggiornare il nostro arsenale perché sia all’altezza delle… sfide attuali!

Come si vede le guerre sono un ottimo viatico per armarsi ancora di più. Nel 2019 le spese complessive nel mondo hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 1981 miliardi (miliardi!) di dollari. Cifre folli, sottratte ad istruzione, scuole, ospedali, benessere collettivo, miglioramento del tenore di vita di popolazioni povere o in accentuato stato di bisogno, per contrastare una povertà che nonostante l’accrescimento delle ricchezze globali si è significativamente diffuso. Compresa l’Italia con ca. 6 milioni di persone al di sotto della soglia minima, mentre Giggino ed accoliti sceneggiavano sguaiatamente da un balcone istituzionale sulla fine della povertà appena un paio di anni fa. Lasciamo perdere, meglio. Queste le premesse tragicamente concrete da tenere a mente. Ma facciamo un passo indietro e torniamo nel 1970 quando viene emanato il TNP, il Trattato di Non Proliferazione nucleare che include solo quegli Stati dotati di armi nucleari costruite prima del 1967. E dunque sono 5 i Paesi che le possiedono, gli ‘orridi 5’, ovvero i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: Usa, Russia (ex URSS), Francia, Inghilterra, Cina.

E qui va fatta una minima considerazione non secondaria. Nel corso degli ultimi decenni, diverse riflessioni hanno posto timidamente in discussione quella composizione che corrisponde ad un’epoca militare e politica del tutto inadeguata a rappresentare il mondo globale odierno. Si pensi solo a continenti come l’Africa, l’India, il Brasile, ma anche diverse nazioni europee del tutto escluse. Poi, a quelli di cui sopra vanno aggiunti altri Paesi che nel corso del tempo hanno dato avvio alla progettazione della bomba atomica, come il Pakistan, storico nemico della vicina India anch’essa dotata di armamenti nucleari, Israele e per non farci mancare nulla, la Corea del Nord. Particolare sempre omesso: ma chi vende a chi uranio arricchito ed altri componenti per la fissione nucleare per realizzare propellente atomico? Forse gli stessi che sbandierano alti valori democratici? Oltre a quei Paesi non democratici ed autoritari che hanno affamato popolazioni intere per dotarsi di arsenali nucleari costosissimi. Secondo parametri standard con cui considerare dei Paesi democratici, con istituzioni indipendenti, magistratura autonoma, elezioni pluralistiche, libera partecipazione al voto, ci troviamo dinanzi a tre paesi poco o per nulla democratici quali Russia, Cina e Corea del Nord, con Pakistan ed India considerabili in forme ambigue nazioni del tutto libere. Poi ci sarebbe il tentativo che da anni fa l’Iran, storico nemico di Israele, di sviluppare un programma nucleare sotto il controllo dell’Aeia finora al 2016 controllato dall’amministrazione Obama e poi cancellato dal suo successore golpista.

Questo il quadro generale. Dopo di che, si apre il dibattito se il nucleare debba esistere, e se sì, se debba essere detenuto solo dai Paesi sinceramente democratici. E qui i quesiti prevalgono sulle risposte. Chi decide chi ha il diritto di possedere armamenti nucleari? Sulla base di quali vincoli e procedure condivise? Chi sono i buoni e chi i cattivi, come e chi lo determina? Quesiti in apparenza semplici, ma carichi di innumerevoli implicazioni. Su tutte, l’ovvia considerazione che tali armamenti capaci di distruggere il pianeta Terra più volte, e ne basterebbe una, si cerca di non usarli per cui ciò che si affaccia dinanzi ad una tale baratro è che dovrebbero essere messe in atto mosse e contromosse negoziali finalizzate a rendere impraticabile l’opzione nucleare.

Ed allora, perché possedere tutto questo inutile armamentario? La risposta corrente è che servono come deterrenza contro eventuali ‘impazzimenti’ che potrebbero cogliere leader particolarmente aggressivi con attacchi lampo in grado di desertificazione i territori degli avversari. All’interno di questo ragionamento la cui prima conseguenza è di prostrare qualsiasi pensiero un minimo ottimistico sulle sorti del mondo emerge un paradosso che coinvolge il tema dell’errore umano e la tendenza che si va affermando da tempo di dotare tali sistemi di un corredo di automatismi cui affidare le sorti di un conflitto che si estenderebbe al mondo.

Qui entra in gioco il tema dell’affidamento a macchine sofisticate capaci di garantire obiettivi precisi che l’essere umano potrebbe sbagliare ad inquadrare. Così come riporta Angelo Baracca su ‘il manifesto’ del 27 febbraio scorso, in un articolo del Bulletin of the Atomic Scientists si afferma con chiarezza un’evidenza che ormai non si vuol vedere nella selezione di obiettivi dalla mano umana agli algoritmi macchinici, ovvero che “Se l’intelligenza artificiale controllasse le armi nucleari potremmo essere tutti morti!”. Una prospettiva esaltante come si vede. Il motivo è inerente al procedimento matematico cui la macchina istruita da mente umana si avvierebbe alla sua decisione: la macchina è priva di suscettibilità nella riflessione critica e di ravvedimento. Dunque, l’errore prodotto dall’input della macchina che incanalerebbe verso l’output dell’obiettivo. Se l’umano che sbaglia speriamo che riesca ad accorgersene, con la macchina ci troveremmo dinanzi ad una chiusura operativa frutto di una mole di calcoli di dati raccolti di cui potrebbe non individuare l’eventuale errore. Come, per esempio, per una difficoltà nel non riuscire a ‘vedere’ bene delle immagini scattate con condizioni meteo di nebbia o con poco sole, o perché riprese da immagini satellitari poco chiare e nitide. Pare incredibile, ma pare proprio che sia così.

Quella che viene da anni pomposamente chiamata ‘Intelligenza’ seguìta da ‘Artificiale’ è come afferma con chiarezza la studiosa di tali sistemi dell’università di Berkeley, Kate Crawfordnonché Senior principal researcher di Microsoft Research, e fondatrice dell’AI (Artificial Intelligence) Now Institute nella New York University, né intelligente né artificiale, con il titolo del suo interessante recente lavoro su tale sistema. Su cui tornerò con maggiore respiro, ma che cito solo per dire come il determinismo tecnologico nel mentre è di ausilio a molte delle attività che abbiamo ormai meccanizzato e codificato in un sistema di algoritmi, hardware, dati che riteniamo essere estranei ad una materialità che al contrario richiede, tra l’altro, gigantesche infrastrutture produttive. Questa intelligenza vive e si è diffusa sbandierando due miti. Il primo è “credere che i sistemi non umani siano qualcosa di analogo alla mente umana”. Un errore foriero di diverse conseguenze. Il secondo, ben più concreto ed operativo, è che “l’intelligenza sia qualcosa di indipendente, una sorta di elemento naturale, distinto dalle forze sociali, culturali, storiche e politiche”.

Soprassedendo su tali questioni che riguardano tutti noi anche se non lo sappiamo o non ci interessa, sintetizzo il pensiero della Crawford. “I sistemi di IA non sono autonomi o razionali… l’intelligenza artificiale come la conosciamo dipende interamente da un insieme molto più ampio di strutture politiche e sociali… i sistemi di IA sono in definitiva progettati per servire gli interessi dominanti… l’IA è un registro del potere”. Dunque oltre l’enorme massa di risorse naturali, lavoro umano, privacy, l’IA è una megamachine che saccheggia con tutte queste risorse anche l’eguaglianza e la libertà. Per questo discorso, quel che interessa qui rilevare in connessione con l’armamentario atomico è l’alto tasso di cosiddetti falsi positivi delle macchine. Cosicché un semplice cambiamento di pixel può convincere che un bombardiere sia un cane. Così prima di attaccare nella realtà, una nazione potrebbe ingannarne un’altra rendendo il suo sistema di IA inutile. Con questo avvelenamento dei dati si potrebbero manipolare i dati di addestramento che alimentano un sistema di IA. Questo potenziale distorsivo potrebbe non essere scoperto anche a guerra nucleare cominciata. A conferma di ciò in un recente rapporto del’U.S. Governement Accountability Office si afferma che il dipartimento della Difesa potrebbe non essere in possesso di dati affidabili da poter convertire in un “addestramento” delle macchine. L’articolo citato riporta l’esempio istruttivo del caso in cui l’IA per poter identificare dei sottomarini avversari dovrebbe raccogliere e rilevare moltissime immagini di diversi sottomarini e l’etichettatura di ciascuno, in modo da poterne identificare uno da sola. In modo autonomo, oltre ma anche senza il fallace controllo umano.

Come si vede, dinanzi ai nostri attoniti perché e per come, si materializzano non già fantasmi ma concrete opzioni di cui si sente con irragionevole razionalità parlare in questi giorni di una guerra asimmetrica, sanzioni economiche contro sanzioni militari. Ma diversi comandi militari della difesa Usa, come in diversi ‘pensatoi’ di apprendisti stregoni, industria militare che promuove posti di lavoro per il benessere di un’umanità che non ci sarà più, tifano per un utilizzo soft di armi nucleari e già escono studi che ci dicono che in poche ore morirebbero ‘solo’ 90 milioni di persone. Ma dove, chi sono, che faremo quando saremo giunti lì, oltre il baratro? Dunque qui non si tratta di essere additati dagli intelligentoni, quali pacifisti di comodo, per cui diamo armi agli ucraini e siamo tutti più contenti. Il problema è che queste testate B61 esistono, noi in Italia ne abbiamo appena una quarantina nella base italiana di Ghedi ed in quella americana (in territorio italiano privi di giurisdizione!) di Aviano. Una seria capacità di governo del mondo dovrebbe prevedere oltre la chiusura di questa guerra, anche una strategia di riduzione della minaccia nell’uso di armi nucleari. Magari eliminandone qualcuna di quel numero mostruoso che ho riportato all’inizio. E poi dovremmo pensare dove buttare tutte le gigantesche scorie in un pianeta che sta già collassando. Ottime prospettive. Il movimento musicale ed estetico punk (Sex Pistols, Clash e molti altri considerati strambi) che vidi a Londra qualche decennio fa già teorizzava un No Future. Saremo noi ad averlo deciso. Buona vita quotidiana a tutti… senza ansiolitici e tranquillanti.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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