martedì, Maggio 18

Ucraina, apertura di Putin Supporto di Mosca al dialogo Kiev-filorussi. Thailandia, cade Shinawatra: si temono scontri

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Inattesa apertura da parte del Cremlino: la visita del Presidente dell’OSCE Didier Burkhalter sembra aver sortito un risultato positivo, al punto che il Presidente russo Vladimir Putin gli avrebbe proposto di cercare insieme «vie d’uscita dalla crisi ucraina». In particolare, ha esortato entrambe le parti in conflitto nel Paese confinante a cercare «un dialogo diretto» (in ciò appoggiando esplicitamente la proposta formulata dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel), non soltanto chiedendo alle autorità di Kiev l’arresto delle operazioni ‘antiterroristiche’ nelle regioni orientali, ma proponendo anche ai filorussi il rinvio del referendum sulla federalizzazione dell’Ucraina, previsto per l’11 maggio. La possibilità è già stata presa in considerazione, come dichiarato dal Capo del Governo dell’autoproclamata Repubblica Popolare di DonetskDenis Pushilin, ma sarà sottoposta solo domani all’approvazione del ‘Consiglio Popolare’. Intanto, la Russia starebbe facendo la propria parte annunciando il ritiro delle proprie truppe dalle zone contigue al confine ucraino.

Certo è che, se da un lato l’apertura russa sembra andare incontro alle intenzioni occidentali (oggi il Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy ha espresso la disponibilità dell’UE ad una seconda conferenza a Ginevra), dall’altro i dubbi sui possibili sviluppi della situazione permangono. Per questa ragione, il Generale Philip Breedlove, a capo delle forze Nato in Europa, ha dichiarato a ‘Le Monde’ che l’organizzazione atlantica starebbe prendendo in considerazione l’idea di una presenza militare permanente nei Paesi alleati dell’Europa orientale. In Ucraina, infatti, il conflitto interno continua ed oggi l’esercito ha riconquistato il Municipio della città costiera di Mariupol’, proprio nell’oblast’ di Donetsk. Sempre il Governo di Kiev, inoltre, comunica di aver ricevuto la prima quota del prestito biennale da 3,19 miliardi di dollari concesso dal Fondo Monetario Internazionale.

Instabile anche la situazione in Thailandia, dove la Corte Costituzionale ha destituito la Premier Yingluck Shinawatra con l’accusa di aver abusato del proprio potere trasferendo un importante funzionario a seguito della propria elezione nel 2011. A Shinawatra è stato concesso di svolgere i compiti amministrativi in attesa della nomina di un nuovo Governo, ma è stato annunciato che tali funzioni verranno assunte ad interim dal Vicepremier Niwatthambron Boonsongphaisan. Ma è concreto il timore che la sentenza abbia aperto le porte ad un periodo di violenze. Come informa il nostro corrispondente Francesco Tortora, non è da escludere un colpo di Stato da parte dell’esercito, possibilità peraltro da tempo auspicata dal Segretario Generale del Comitato Popolare per la Riforma DemocraticaSuthep Thaugsuban. Questo nonostante Niwatthambron abbia già annunciato che «è ora responsabilità del Governo provvisorio organizzare un’elezione il prima possibile»: secondo ‘Asia Sentinel’, le dinamiche di un’eventuale tornata, che la Commissione Elettorale avrebbe già fissato per il 20 luglio, sono lungi dall’essere prevedibili.

L’interesse internazionale sembra però rivolto, al momento, all’ancor più drammatica vicenda delle oltre 200 liceali rapite dall’organizzazione fondamentalista islamica Boko Haram, in Nigeria. Mentre viene confermato un ulteriore rapimento di 11 ragazze, avvenuto domenica e definito dal gruppo armato come un ‘castigo’ per l’istruzione di tipo occidentale, attestati di interesse giungono da tutto il mondo. Alle parole del Presidente statunitense Barack Obama, che confermano le dichiarazioni dell’omologo nigeriano Goodluck Jonathan sull’interesse di Washington ad una cooperazione con Abuja per combattere Boko Haram, fanno seguito le dichiarazioni dell’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE Catherine Ashton, per cui il tema verrà discusso al prossimo Consiglio degli Affari Esteri, lunedì prossimo, benché non sia formalmente in agenda. Parole di condanna anche da parte dell’avvocatessa iraniana Shirin Ebadi, Nobel per la Pace, che stigmatizza l’«abuso della religione» da parte di Boko Haram. Tuttavia, quest’ultima non sembra intenzionata a desistere dai propri propositi ed i suoi attacchi tra lunedì e martedì hanno causato la morte di 200 persone. Inoltre, una nuova azione oltre i confini del Paese ha portato ad uno scontro coi militari del Niger.

Si ritirano invece le milizie ribelli in SiriaL’annuncio dell’abbandono della roccaforte di Homs arriva proprio da uno dei loro negoziatori, Abul Harith, in seguito ad un accordo con le forze lealiste che permetterà agli oppositori del Presidente Baššar al-Asad di ripiegare sui territori rimasti in loro controllo per curare i propri feriti. Di certo, la resa delle milizie di Homs potrebbe rappresentare una vittoria rilevante per lo stesso al-Asad, a meno di un mese dalle elezioni presidenziali in cui la sua conferma appare scontata.

Sempre in Medio Oriente, è un altro vincitore annunciato, il Generale ‘Abd al-Fattāh al-Sīsī, a sollecitare concessioni al popolo palestinese da parte del Governo di Israele. Questa è infatti una delle condizioni poste dal possibile prossimo Presidente dell’Egitto perché possano esserci rapporti cordiali con Gerusalemme durante il suo eventuale mandato. Anche dal lato israeliano, peraltro, si attende di conoscere il prossimo Presidente ed è notizia di oggi che l’ex Ministro Silvan Shalom, candidato del Likud alle elezioni del 14 giugno, non dovrà far fronte alle accuse di abusi sessuali mossegli da una sua ex segretaria perché, trattandosi di fatti avvenuti oltre 10 anni fa, cadrebbero in prescrizione anche se provati.

Un Paese che sta già andando al voto è invece la Repubblica Sudafricana, i cui 25,3 milioni di elettori hanno iniziato da questa mattina a recarsi alle urne per eleggere i 400 deputati del XIV Parlamento repubblicano. Anche qui il risultato sembra prevedibile, con l’African National Congress dell’attuale Presidente Jacob Zuma ampiamente favorito. Se le previsioni fossero confermate, lo stesso Zuma dovrebbe ottenere un nuovo mandato quinquennale.

Presenta maggiori incertezze il lungo voto dell’India, la cui nona fase ha avuto luogo oggi ed ha riguardato in particolare il feudo elettorale di Rahul Gandhi, candidato alla Presidenza del Consiglio per il Partito del CongressoSi tratta del collegio di Amethi, in cui Gandhi si candida per la terza rielezione e che, pur essendo appunto la roccaforte elettorale della famiglia, potrebbe soffrire i colpi dell’offensiva del Bharatiya Janata Party di Narendra Modi. Ma, purtroppo, non è solo lo scontro delle urne a caratterizzare la giornata di voto indiana. Nello Stato del Kashmir, il boicottaggio lanciato dai separatisti musulmani è presto passato a manifestazioni violente ed una bomba è esplosa oggi presso un seggio elettorale, ferendo un poliziotto. Inoltre, nello Stato di Assam, le forze dell’ordine continuano a cercare una dozzina di persone scomparse in seguito ad attacchi perpetrati contro villaggi musulmani. Già la scorsa settimana, 41 persone erano state uccise per questioni elettorali legate a dinamiche tribali.

Sono invece questioni territoriali ad opporre la Cina a Vietnam Filippine. Nel primo caso,  è Hanoi ad aver comunicato che imbarcazioni cinesi avrebbero «intenzionalmente speronato vascelli della Guardia Marittima vietnamita» in un’area del Mar Cinese Meridionale contesa dai due Paesi e in cui sorge un impianto petrolifero controllato da Pechino. È invece quest’ultima a protestare riguardo all’arresto di propri pescatori da parte delle autorità marittime di Manila, accusati di aver catturato 350 tartarughe marine di specie protetta. In realtà, anche questo incidente dovrebbe relazionarsi alle contese su un’area marittima sotto la quale vi sarebbero importanti giacimenti petroliferi. Il Ministero degli Esteri cinese ha comunque già preteso che le Filippine cessino di compiere azioni provocatorie.

 

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