lunedì, Maggio 16

Ucraina: anche le imprese ‘fanno la guerra’? Le imprese, per la loro responsabilità sociale come mission e come rating funzionale da mantenere, devono ‘fare la guerra’ direttamente o indirettamente e sono coinvolte negli schieramenti

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Le imprese ‘fanno la guerra/operazione speciale’ sia essa difensiva o di attacco. Infatti, quelle ‘basate’ in Ucraina e Russia sono coinvolte, in funzione del tipo di attività che svolgono, della rilevanza di interesse economico che hanno (la guerra comporta un calo dei consumi in un mercato di guerra) e del posizionamento di marketing da assumere. In primis avviene anche con la scelta di mantenere o meno le attività in Ucraina e Russia e  varia rispetto alla  specificità di forniture connesse alla guerra. Per informazione: il dato etimologico è che la guerra si collega all’antico tedesco werra che esprime l’idea della mischia, del groviglio, della scontro disordinato (un po’ barbaro) in cui si pongono i combattenti ed è la stessa radice dell’inglese war. Alla guerra come azione disordinata si affianca la parola latina ‘bellum’ ;bellico e bellicoso) che ha la connotazione di modalità di combattimento ordinato tipico dei Romani.

L’insieme delle imprese belliche sono quelle che, per definizione, fanno la guerra tramite la produzione di beni, servizi, hardware, software che difendono od offendono in modo ordinato e organizzato. E’ industria bellica.

In guerra d’Ucraina, le imprese di questo tipo sono presenti direttamente o indirettamente i più grandi gruppi mondiali sonoLockeed Martin, Boeing, Northrop Grumman, Raytheon e General Dynamics tutte Usa, poi la cinese Aviation Industry, la britannica BAE Systems, l’italiana Leonardo, le francesi Thales e la Dassault Aviation Group e poi tante altre imprese che vendono armi. E poi le imprese belliche russe Almaz-Antey, la United Aircraft e la United Shipbuilding Corp e poi quelle israeliane e così via.

Ci sono poi le ALTRE IMPRESE (food, digitale, informatica, trasporti, finanziarie, commerciali ecc.) che, assumendo la griglia di lettura della Yale School of Management, sono classificabili in alcune categorie:

RITIRO: imprese che drasticamente hanno scelto la cessazione dei rapporti. Per esempio Netflix, Nokia, Spotify, Intel, Visa e Mastercard, TikTok, Adobe, Microsoft, Samsung, Apple, YouTube, Ikea, Volkswagen, Airbus. Il ritiro è spesso collegato alla sospensione di attività.

RIDIMENSIONAMENTO, SOSPENSIONE E IN ATTESA: imprese che hanno ridotto le attività, che hanno lasciato una porta aperta con i belligeranti, che prendono tempo,non aprono nuovi progetti o annunciano la volontà di lasciare. L’elenco è lungo: Meta, Alphabet, Twitter, PayPal, Airbnb, Barilla, Danone, Pirelli, Johnson&Johnson, Siemens, Hilton, Sanofi, Pfizer, Philip Morris, Exxon, Daimler Trucks, Volvo, Samsung, Luxottica, Amazon ecc. In questa categoria le imprese farmaceutiche hanno mantenuto la loro attività per una scelta etica collegata alla fornitura di farmaci che in guerra sono ovviamente indispensabili. Le 450 imprese italiane sono più propense a rimanere.

SPINTA: imprese che hanno mantenuto l’attività come prima. Fra esse Acer, AstraZeneca, Auchan, Decathlon, Deutsche Telekom, lenovo, Leroy Merlin, Metro, Renault ed altre. In esse, è prevalente l’approccio economico considerando che i mercati russo e ucraino rappresentano una quota rilevante del loro fatturato.

Questa classificazione si attaglia maggiormente per le imprese con il business con la Russia, ma vale anche ed in parte per quelle basate in Ucraina.

Dopo questo elenco non esaustivo, ma indicativo degli orientamenti possiamo domandarci quanto queste scelte si connettono con la responsabilità sociale delle imprese, la Corporate Social Responbility (CSR), l’ESG (Environmental, Social, Governance), SDGs (Sustainable Development Goals) e il risvolto sociale delle imprese (imprese sociali).

Alcune considerazioni:

-il rapporto con la sostenibilità economica e con la sostenibilità sociale si basa sulla considerazione che per molte imprese i mercati della Russia e dell’Ucraina sono molto importanti e strategici. Molte imprese mantegono la loro operatività perché hanno fatturati consistenti ed inoltre hanno migliaia di dipendenti .Inoltre le imprese che abbandonano rischiano di essere nazionalizzate riguardo alla loro attività considerando che la Russia, per esempio, ha già avanzato questa ipotesi. Abbandonare la posizione può essere pericoloso.

aperto il dibattito se più etico lasciare o rimanere fermo restando che è necessario tutelare i dipendenti delle imprese come expatriates. Inoltre questo dilemma si ripercuote sull’immagine dell’impresa che può essere percepita dal consumatore di altri paesi e mercati come pro o contro la Russia. E questo crea vantaggi e svantaggi economici in altri Paesi in funzione dei comportamenti di consumo e preferenza su base anche etica.

la CSR contempla una responsabilità interna per i propri dipendenti in assoluto (quindi russi ed ucraini) che, per le imprese che si allontanano, si troverebbero senza stipendio dopo un iniziale approccio solidaristico compensativo;

-per alcune imprese la dismissione delle attività può significare o un reshoring nei Paesi d’origine o un ‘reshoring a metà’ basando le imprese in paesi come Taiwan, Corea ecc. Certamente la tendenza è la criticità della globalizzazione che confluisce in un ritorno alla dimensione nazionale, ma certamente la dismissione creerebbe un vulnus economico.

l’approccio ESG, a fronte della guerra in Ucraina, vede un ridimensionamento delle scelte ambientali delle imprese in cosiderazione della crisi energetica (gas); nel contempo si dovrebbero innalzare i livelli di azioni sociali e fra esse la tutela dei diritti umani dei popoli in guerra nonchè dei profughi. Tutto questo è parte del processo di valutazione del rating ESG e della CSR nonché della ‘spendibilità’ sui mercati finanziari. Sia in Russia che in Ucraina la tutela dei diritti umani era già un punto critico che ora è diventato un vulnus.

Oggi episodi come Mariupol, Bucha ed altre emersioni rendono importante l’aspetto riparativo anche da parte delle imprese che possono intervenire con risorse economiche e di servizi a favore dei profughi e delle popolazioni in guerra.

La sensazione è che le imprese prevalentemente hanno ‘tenuta aperta la porta’ per il dopo guerra e molte stanno gestendo la loro attività in ‘tempo di guerra’.

Le imprese, per la loro responsabilità sociale come mission e come rating funzionale da mantenere, devono ‘fare la guerra’ direttamente o indirettamente e sono coinvolte negli schieramenti. Anche questo è il paradosso della guerra!

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Sull'autore

Professore associato di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l'Istituto di Pubblica Amministrazione e Sanità (IPAS). Direttore del Master in Management delle aziende cooperative e imprese sociali non profit (NP&COOP). Docente senior dell' Area Public Management & Policy della SDA Bocconi. Membro del comitato scientifico della rivista Non Profit, Maggioli Editore. Membro del comitato medico-scientifico della rivista Vivere oggi del Comune di Milano. Membro del comitato scientifico della rivista Azienda Pubblica, Maggioli Editore. Fondatore e promotore della collana "Aziende non profit. Strategie, struttura e sistema informativo", EGEA, Milano. Membro dell'editorial advisory committee di Health Marketing Quarterly e del Journal of Professional Services Marketing, The Haworth Press, Inc., Binghamton, New York. Membro del comitato scientifico dell'Unione Nazionale Imprese di Comunicazione, UNICOM. Membro dell'Associazione Italiana di Economia Sanitaria, AIES. Membro dell'Osservatorio Camerale Economia Civile, Camera di Commercio di Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana Fundraiser di Forlì, ASSIFF. Membro del Consiglio di Gestione della Fondazione a sostegno della solidarietà sociale Umanamente, gruppo RAS. Membro del comitato etico di Coop Lombardia, Milano. Membro del comitato etico di Investietico, BPM Milano. Membro del comitato scientifico dell'Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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