venerdì, Settembre 17

Ucraina a rischio scissione? field_506ffb1d3dbe2

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Ucraina-manifestazioni

 

La crisi ucraina infuria ormai da parecchi giorni e la sua gravità cresce quasi di ora in ora. Messo sempre più alle strette da una rivolta che a questo punto si può anche definire popolare, il Presidente Viktor Janukovic ha cercato di ammansire i suoi avversari politici offrendo loro le due massime cariche governative, oltre ad un’immediata revisione delle leggi repressive appena varate, che il Parlamento di Kiev dovrebbe discutere a ore. Gli interlocutori, però, non si accontentano: esigono elezioni presidenziali a breve scadenza, anziché nel 2015, ossia un rapido cambio della guardia al vertice dello Stato con piena legittimazione democratica.

Se la richiesta non sarà accolta e il movimento di piazza proseguirà con ulteriori dimostrazioni di forza, l’esito finale più facilmente prevedibile della crisi sarà, con ogni probabilità, una scissione dell’ex seconda Repubblica della defunta Unione Sovietica, indipendente dal 1991.
Uno sbocco alternativo sarebbe, in realtà, immaginabile, tenendo conto solo delle dinamiche interne, qualora Janukovic e il suo gruppo (descritto da molti come una cricca di stampo mafioso), che non possono certo vantare grandi successi, avessero davvero scontentato un po’ tutti gli ucraini e non unicamente a causa delle scelte filorusse o addirittura a prescindere da queste.
Dopotutto, la divisione etnico-politica del Paese non aveva impedito il successo della ‘rivoluzione arancione’ del 2004 e il conseguente avvento a Kiev di un regime democratico e filo-occidentale, poi naufragato a causa delle esasperanti diatribe tra i suoi due capofila, Viktor Jushkevic e Julja Timoscenko.
Per il momento, tuttavia, pur permanendo nella capitale il suo epicentro anche simbolico la rivolta dilaga prevalentemente nelle province occidentali tradizionalmente più nazionaliste, mentre in quelle orientali, più vicine e più legate alla Russia, i sommovimenti antigovernativi non mancano ma sembrano ancora episodici e controllabili.
Ci si deve comunque domandare sin d’ora se all’eventuale scissione si potrà arrivare evitando un percorso di tipo jugoslavo, ossia aspramente conflittuale, che non si può certo escludere anche perché non manca un’inquietante analogia. Nelle zone centrali, e in parte di quelle meridionali dell’Ucraina, prevale una popolazione mista, forse più nazionalista senza un particolare colore, che occupa  quindi un territorio difficile da ripartire senza troppi contrasti.

Resta naturalmente da vedere se Janukovic e compagni siano pronti, per imporsi, ad usare la forza fino in fondo, affrontando i molteplici rischi ed incognite di una lunga e sanguinosa guerra civile. Finora hanno dato l’impressione di non sentirsela, e il Ministro della Difesa ha anzi dichiarato che all’Esercito la Costituzione vieta di usare le armi contro il popolo. Già nelle file della Polizia, d’altronde, si sono registrati casi di disobbedienza e defezione tali da sconsigliare di farlo.

Ma proprio in presenza di gravi rischi ed incognite, non circoscritti entro i confini del Paese, qualsiasi ipotesi e previsione non può essere formulata senza guardare in partenza alle posizioni e agli orientamenti dei terzi interessati, con in testa ovviamente la Russia. L’appoggio della sorella maggiore’ dell’Ucraina a Janukovic è stato sinora assoluto, dopo la rinuncia di Kiev a firmare gli accordi per l’associazione all’Unione europea. Non solo i circoli dirigenti ma anche il grosso dell’opinione pubblica russa tendono a dipingere la crisi come opera di elementi al limite fascisti fomentati e foraggiati da ambienti se non proprio da governi occidentali, chiamando di preferenza in causa Stati Uniti e Polonia.

Qualcuno a Mosca, come a Kiev, non esita a denunciare l’arrivo in loco di pericolosi sobillatori quali Lady Ashton e altri esponenti di Bruxelles come preludio a quello di truppe della NATO in soccorso ai ‘banditi’ che incendiano piazze, assaltano Ministeri e trucidano poliziotti. Si evoca così, indirettamente, lo spettro dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968, quando ai soldati dell’Armata rossa in missione di ‘solidarietà internazionalista’ si faceva credere che dovevano combattere il vecchio nemico tedesco.

E’ alquanto improbabile, tuttavia, che il fattaccio di Praga possa ripetersi. Per Mosca sarebbe abbastanza facile prestare ai propri amici in difficoltà un fraterno soccorso anche militare magari non ufficiale, ossia in qualche modo camuffato; ad esempio, inviando ‘volontari’. Più facile, certo, che alle più lontane, più evanescenti e meno motivate controparti occidentali. Ma ciò nonostante merita un minimo di credito l’assicurazione data da Dmitrij Peskov, portavoce del Presidente Vladimir Putin, in un’intervista alla ‘Komsomol’skaja pravda’, che un intervento russo in Ucraina è fuori discussione.      

L’Ucraina è un grande Paese, capace di forte reattività e combattività, comprovate dalla sua storia, e quindi difficile da sottomettere. Il tentativo di farlo sarebbe, inoltre, costoso anche sul piano internazionale, dove la Russia alza spesso e volentieri la voce, negli ultimi tempi, contro avversari più che altro di comodo con i quali continua a cercare intese e cooperazione un po’ in tutti i campi. Ciò avviene persino con gli Stati Uniti, per quanto abitualmente (e non sempre gratuitamente) demonizzati, ma vale in particolare per l’Europa, capeggiata da una Germania tradizionalmente ben disposta verso di essa.

Per quanto concerne poi i costi economico-finanziari, Mosca si era sobbarcata un fardello già pesante prima dello scoppio della rivolta. Con un’economia nazionale zoppicante, e per nulla sicura di riprendere lena nel prossimo futuro, il Cremlino ha faticato a trovare i 15 miliardi di dollari necessari per salvare l’Ucraina dal default e negati dalla UE. Malgrado l’urgenza, deve erogarli a rate, prelevando subito due terzi della somma dal fondo nazionale per l’assistenza sociale, già depauperato per coprire altre spese, e quindi ad ulteriore scapito delle fasce più deboli della popolazione.

Per il resto si provvederà attingendo ai Diritti speciali di prelievo messi a disposizione dal Fondo monetario internazionale. Intanto un grosso onere è stato imposto anche a Gazprom, il colosso statale del gas col quale l’Ucraina è indebitata per 2,7 miliardi di dollari e che ora deve concederle una riduzione del prezzo da circa 400 dollari per mille metri cubi (persino più di quanto pagavano sinora, in media, i membri della UE) a 269 dollari, un po’ più della media dei prezzi di favore goduti dalle altre Repubbliche ex sovietiche. Gazprom, che sta lottando su tutti i fronti per difendere gli sbocchi delle proprie esportazioni e i relativi proventi, conta di recuperare i 3,5 miliardi di dollari che viene così a perdere vendendo più gas all’Ucraina in futuro, ovvero sperando di riuscirci.

Tutto ciò piace poco ai russi in generale compresi non pochi politici, giornalisti ed esperti. Un recente sondaggio ha rivelato che due quinti degli interrogati ignorano o non capiscono, a dispetto della fratellanza, i motivi di tanta generosità nei confronti di quella che una volta si chiamava la piccola Russia’. Qualcuno deplora che quella ‘grande’, anziché guadagnarsi almeno gratitudine, venga ripagata con sistematici ricatti, per di più da parte di un Paese la cui economia non riesce neppure a tornare al livello del 1990 mentre Bielorussia e Kazachstan ce l’hanno fatta rispettivamente nel 2003 e 2004 e la stessa Russia nel 2007.

Suona, quindi, alquanto retorico domandarsi con quale animo il Cremlino potrebbe impegnarsi a fondo in difesa dello status quo in Ucraina, al punto da intervenire in un’eventuale guerra civile a tutto campo e da assumersi poi in esclusiva, ottenuto un eventuale successo, il compito di risollevarlo dalle inevitabili rovine materiali e morali. E non stupisce, invece, che le prime reazioni dei dirigenti russi al proporsi del problema siano state in realtà di segno opposto, benchè quelle ulteriori non si possano dare per scontate.

Una settimana fa, prendendo atto che la situazione in Ucraina stava sfuggendo ad ogni controllo, il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov dichiarava che la Russia non poteva assistere passivamente alla frantumazione del Paese e avrebbe fatto tutto il possibile per scongiurarla. Ma in che modo? Mediando tra il Governo e i suoi avversari, per un verso; e per un altro, precisava Lavrov, aprendo un dialogo con l’Unione europea sulle misure da adottare per conseguire il suddetto risultato.

Il giorno successivo Vladimir Cizhov, Ambasciatore russo a Bruxelles,  smentiva la supposizione che la crisi ucraina sarebbe stata all’ordine del giorno del vertice Russia-UE, previsto per oggi e dedicato ai rapporti tra di esse in generale, spiegando che non si potevano prendere decisioni dietro le spalle del popolo e del governo ucraini. A Kiev, d’altronde, sembrava a quel punto ancora aperta la strada di un compromesso tra i contendenti.

Cizhov, ad ogni buon conto, assicurava che i rapporti Russia-UE nel loro complesso sono molto migliori di quanto generalmente si creda, accusando la stampa di esagerare i contrasti esistenti. Contemporaneamente, un altro diplomatico russo, l’Ambasciatore a Berlino Vladimir Grinin, confermava che tocca agli ucraini trovare il modo di tenere unito il Paese ma collocava gli sforzi di tutti in questa direzione nel quadro dell’auspicata «creazione di un’area economica e umanitaria comune da Lisbona a Vladivostok».

Tenuto conto anche del ruolo chiave svolto dalla Germania nella soluzione del caso Chodorkovskij, c’è da aspettarsi che tra Bruxelles e Mosca qualcosa possa muoversi nei prossimi giorni per favorire, se non imporre, quanto meno una decongestione della crisi ucraina. Senza dimenticare, tra l’altro, che secondo opinioni autorevoli non sarebbe necessariamente incompatibili legami del Paese con l’Unione europea da una parte e con l’Unione doganale capeggiata da Mosca dall’altro.

 

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